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La città prima della città

Patrizia Mussa - Confluenza Po Stura

La città prima della città


Tra Pliocene e Olocene l’evoluzione geologica del territorio su cui sorgerà Torino porta alla formazione dei quattro elementi che caratterizzeranno anche la storia della città: le montagne, con la loro funzione difensiva e climatica, la collina, che ne determina lo sviluppo nord/sud-est, la pianura, che ne ha accolto l’insediamento, e i corsi d’acqua a fornire forza motrice e favorire irrigazione e trasporto.


di Giulio Pavia, Marco Giardino e Stefania Lucchesi

Introduzione

L’intervallo cronologico che riguarda il periodo “prima della città”, da 5 milioni di anni sino a poche migliaia di anni fa, inquadra l’evoluzione di un ampio settore geografico, il Piemonte centro-meridionale, comprendente il territorio torinese: a partire dalla sua antica configurazione all’interno di un mare “padano”, si giunge sino alle recenti lande continentali che costituiscono l’estremo occidentale della Pianura Padana. Le tappe che permettono di descrivere tale lento divenire racchiudono intervalli di tempo caratterizzati da significative variazioni ambientali, conseguenza di una serie complessa di eventi geologici, geomorfologici, climatici. Si tratta di una dinamica che esula dalla semplice realtà piemontese, perché si inserisce nel contesto evolutivo del Mediterraneo settentrionale, caratterizzato dall’interazione tra diverse e importanti strutture geologiche: l’arco alpino occidentale, il bacino padano e il sistema appenninico, la cui estrema propaggine nord-occidentale è rappresentata dai complessi collinari del Monferrato e della collina di Torino. Possiamo tentare di sintetizzare tale storia evolutiva in quattro tappe principali:

  • da 5 a 2,5 milioni di anni fa;
  • da 2,5 milioni a 700 mila anni fa;
  • da 700 mila a 10 mila anni fa;
  • da 10 a 4 mila anni fa.

Come tutti gli eventi di natura geologica, queste quattro tappe sono databili secondo un metro temporale diverso rispetto alle nostre consuetudini descrittive. Innanzitutto, abbracciano intervalli di tempo molto ampi, da migliaia a milioni di anni, in funzione della durata degli eventi geologici che le caratterizzano. Inoltre, a differenza delle tappe storiche della città, non è sempre possibile indicare una precisa e univoca scansione cronologica degli eventi, a causa della mancanza di indicatori dettagliati come quelli relativi all’evoluzione antropologica e alla storia recente. Infine, occorre sottolineare che la collocazione geografica e le caratteristiche ambientali attuali dei “luoghi” in cui sono testimoniate le varie tappe della storia “prima della città” possono risultare profondamente diverse da quelle originarie, per effetto delle mobilità geodinamica e dei processi geologici, geomorfologici e climatici intercorsi.

Dal mare antico all’emersione della collina di Torino

La prima tappa dell’evoluzione geologica del territorio “piemontese” fotografa un mare antico, durante il Pliocene (periodo compreso fra 5 e 2,5 milioni di anni dal presente). Si tratta di un bacino marino sviluppatosi ben prima, a partire dall’oceano Tetide che, nella lontana Era Mesozoica, si estendeva da est verso ovest e separava due supercontinenti: Laurasia (a nord), comprendente le future placche asiatica, europea e nordamericana, e Gondwana (a sud), che riuniva le placche continentali antartica, australiana, africana e sudamericana. Nel tempo (misurabile in decine di milioni di anni) l’oceano Tetide si era progressivamente ridotto per effetto della dinamica della crosta terrestre, con la migrazione verso settentrione del supercontinente Gondwana.

In particolare, la traslazione verso nord della placca africana l’aveva portata a collidere con quella europea, formando la catena alpina e un mare interno, il Mediterraneo.

Nel settore “piemontese”, per effetto della collisione continentale, poco prima di 5 milioni di anni fa il Mediterraneo era caratterizzato da un “golfo padano”; il suo fondale, proseguendo la dinamica compressiva della crosta terrestre, subiva un progressivo sollevamento, sino a determinare il ritiro del mare verso gli attuali confini adriatici.

La collina di Torino, espressione superficiale di tale dinamica compressiva, cominciava a quel tempo a emergere al centro dell’estremo occidentale del golfo padano.

Essa era contornata da un mare subtropicale che andava progressivamente assottigliandosi, sino alla definitiva emersione del fondale e all’instaurarsi di ambienti continentali a basso rilievo (tipo Maremma). Ciò avveniva in tempi diversi nei vari settori dell’attuale territorio piemontese meridionale, in un intervallo cronologico compreso all’incirca tra 3 e 2 milioni di anni fa.

Il territorio modellato dall’acqua e dal ghiaccio

Durante la seconda tappa “prima della città”, fra 2,5 milioni e i 700.000 anni fa, si assiste a un continuo e graduale sollevamento della collina di Torino e dei rilievi alpini. Nelle aree emerse dal mare padano si impostano i primi corsi d’acqua: non sono ancora ben organizzati e spesso, nelle aree più depresse, le acque ristagnano formando paludi. In questi ambienti si formano i tipici depositi “villafranchiani”, così definiti perché storicamente studiati per la prima volta nel corso dell’Ottocento nella zona di Villafranca d’Asti. I termini più caratteristici di questi sedimenti sono rappresentati da limi, sabbie e ghiaie contenenti numerosi resti fossili di vegetali e vertebrati continentali.

Nel frattempo, i corsi d’acqua alpini formano ai piedi della catena montuosa estesi ventagli di depositi (conoidi fluviali) che occupano gran parte del corridoio tra le Alpi e la collina. I principali corsi d’acqua si sviluppano con un assetto e un decorso diversi dall’attuale: in particolare si riscontra una netta separazione tra quelli del bacino piemontese meridionale e quelli del bacino piemontese settentrionale.

Le acque raccolte nel bacino piemontese meridionale confluiscono in un importante fiume (paleo-Po) che defluisce a sud della collina di Torino attraverso l’attuale area dell’altopiano di Poirino e delle Langhe. Proprio l’altopiano di Poirino rappresenta il relitto di un’antica pianura legata al paleo-Po e al paleo-Tanaro; oggi vi sono ancora riconoscibili diversi relitti di meandro e lembi di antichi depositi fluviali, ovvero le tracce del modellamento operato dagli antichi corsi d’acqua che defluivano verso il mare Adriatico passando a sud della collina di Torino.

Le acque del bacino piemontese settentrionale defluiscono invece attraverso i fiumi di provenienza alpina che scorrono a nord della stessa collina. L’andamento di questi antichi corsi d’acqua è testimoniato ai giorni nostri dalle superfici pianeggianti (terrazzi) conservate a quote diverse sul versante nord-occidentale e occidentale della collina di Torino, tra loro separate da scarpate di alcune decine di metri. I terrazzi rappresentano i lembi di un’antica pianura, le sottostanti scarpate corrispondono, invece, a forme sviluppatesi nelle successive fasi di

approfondimento erosivo. Oggi le antiche forme fluviali si trovano sospese a quote differenti sull’attuale pianura del fiume Po: questo avviene per l’effetto del sollevamento tettonico dell’area collinare che, nei tempi geologici, ha determinato il progressivo coinvolgimento dell’originaria pianura nel rilievo collinare.

La seconda tappa registra anche l’inizio di un’importante fase di deterioramento climatico. Essa si instaura nel Quaternario, periodo caratterizzato da fasi “glaciali” fredde e secche alternate a fasi climatiche umido-temperate (“interglaciali”) simili a quella attuale. In conseguenza di ciò, nel settore alpino iniziano a formarsi i ghiacciai che riempiranno poi quasi completamente le valli, in particolare la valle di Susa, giungendo con il loro fronte fino nell’area di pianura. Oggi sono conservate quasi esclusivamente le tracce delle espansioni glaciali successive al Pleistocene medio (più giovani di 750.000 anni fa, descritte nella prossima tappa). Nella bassa valle di Susa e nella pianura torinese sono comunque riconoscibili alcuni lembi relitti degli antichi conoidi fluvioglaciali e delle morene più esterne deposte dal ghiacciaio. I più antichi depositi fluvioglaciali tuttora conservati sono costituiti da ghiaie grossolane immerse in sabbie e limi, caratterizzate da un suolo molto evoluto che ne suggerisce l’età molto antica. Per uno spessore di una decina di metri i ciottoli sono fortemente alterati e i composti di ferro presenti nelle rocce che li costituiscono sono intensamente ossidati, così da conferire ai sedimenti una tipica colorazione rosso scura (caratteristica ben riconoscibile, ad esempio, presso San Gillio, Druento, Piossasco). Le forme glaciali più antiche sono rappresentate dalle cerchie più esterne dell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana (descritto nella prossima tappa dell’evoluzione geologica del territorio torinese): si tratta di dorsali collinari allungate, molto rimodellate, costituite da depositi glaciali intensamente pedogenizzati, sulla cui sommità sono presenti numerosi massi erratici. Una delle dorsali più antiche e meglio conservate, ad esempio, è quella nota come Truc di Monsagnasco, nei pressi dell’attuale Rivoli.

Nasce il Po come lo conosciamo oggi

La terza tappa della storia “prima della città” è stata scelta a rappresentare l’intervallo di tempo compreso fra i 700.000 e i 10.000 anni dal presente (Pleistocene medio-superiore). Si tratta di un periodo in cui il modellamento del paesaggio alpino è dominato da processi glaciali.

Il clima, seppure interessato da fasi interglaciali temperato-calde, è per lo più caratterizzato da temperature più rigide delle attuali e da intense precipitazioni nevose: perciò si accrescono gli accumuli di neve in montagna, che si trasformano in ghiacciai, per poi espandersi verso valle.

Al succedersi di diverse espansioni del ghiacciaio della valle di Susa corrispondono la deposizione di sedimenti glaciali e la formazione di argini e cerchie moreniche che, nel loro insieme, allo sbocco vallivo in pianura danno luogo all’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, uno dei meglio conservati ed estesi dell’arco alpino. Dal punto di vista geologico, l’anfiteatro è formato da un complesso affiorante di depositi glaciali e fluvio-glaciali con estensione di circa 52 km quadrati, che testimonia la grandiosità del fenomeno glaciale nelle Alpi. Dal punto di vista geomorfologico, l’anfiteatro morenico è costituito da un insieme di modesti rilievi collinari per lo più con forma rettilinea (dorsali) o debolmente arcuata (cerchie), tra loro paralleli e disposti a formare, appunto, una sorta di anfiteatro. Tra le cerchie principali spicca per lunghezza e altezza la Cresta Grande (su cui sorge il castello sabaudo di Rivoli), e che si eleva di circa 200 m sulla pianura circostante, nella quale scorre la Dora Riparia. Man mano che ci sposta verso l’interno dell’anfiteatro, le cerchie moreniche sono invece di minori dimensioni lineari, ma meglio conservate, e i rispettivi depositi sono via via meno alterati. Tra le principali cerchie moreniche spesso si formano dei piccoli bacini lacustri intramorenici, estremamente effimeri in quanto facilmente colmabili dall’apporto di sedimenti. Le ultime tracce di tali bacini lacustri sono rappresentate dai laghi di Avigliana.

All’esterno dell’anfiteatro, gli scaricatori glaciali che raccolgono le acque di fusione del ghiacciaio sboccano in pianura formando degli ampi conoidi fluvioglaciali, tra loro parzialmente interdigitati e sovrapposti, costituiti prevalentemente da ghiaie grossolane con una copertura di alcuni metri di sabbie limose. In particolare, sulla superficie di uno di questi grandi conoidi, quello della Dora Riparia, sorge il centro urbano di Torino:

il tracciato rettilineo che collega la città di Rivoli a Torino (oggi corso Francia) lo percorre in senso assiale (est-ovest).

Fino a questo momento nel settore piemontese non esiste ancora un’unica pianura del fiume Po, come la conosciamo oggi, ma rimangono i due antichi bacini distinti: il bacino piemontese settentrionale e quello piemontese meridionale, tra loro separati dalla “soglia di Moncalieri”, su cui oggi sorge l’omonimo centro abitato. Essa è costituita dalla propaggine sud-occidentale della struttura della collina di Torino, ora sepolta dai sedimenti fluviali recenti; essa ha rappresentato, fino ad almeno 60.000 anni dal presente, uno spartiacque delle acque superficiali dei due bacini, e lo costituisce tuttora per quelle del sottosuolo.

A nord della soglia, i corsi d’acqua proseguono verso nord-est aggirando l’ostacolo della collina, dove formano delle superfici pianeggianti. Continuando il sollevamento del rilievo collinare per effetto della geodinamica crostale, queste superfici vengono progressivamente coinvolte nel rilievo e oggi sono parzialmente conservate come terrazzi relitti, sospesi di centinaia di metri sull’attuale pianura.

A sud della soglia, il corso d’acqua principale continua a essere il paleo-Po che defluisce, con il contributo del fiume Tanaro, verso est. Poi, in un momento non meglio precisabile del Pleistocene superiore, il corso del paleo-Po subisce un fenomeno di diversione: esso abbandona bruscamente il suo antico percorso e, superata la “soglia di Moncalieri”, prosegue a nord-est lungo il margine della collina di Torino con un andamento simile all’attuale. Nasce così il fiume Po come lo conosciamo oggi, che inizia a spianare la soglia modellandovi una superficie pianeggiante, in corrispondenza della quale sono stati trovati sedimenti, per lo più sabbie, legate al suo attuale bacino.

In un momento di poco successivo, intorno a 40.000 anni fa circa, anche il fiume Tanaro devia il proprio corso: all’altezza dell’attuale cittadina di Bra le sue acque tracimano in una valle posta poco a est, attraversano l’Astigiano e l’Alessandrino, e vanno a confluire nel fiume Po, nei pressi di Valenza Po.

Tali fenomeni si realizzano non solo in funzione dei cambiamenti climatici, ma anche per effetto di importanti movimenti della crosta terrestre (sollevamenti differenziali, dislocazioni lungo faglie) che in quest’area proseguono anche in tempi più recenti.

Verso la città dei Taurini

Nelle migliaia di anni più recenti, in una realtà che si potrebbe definire protostorica e corrispondente alla quarta tappa, la geomorfologia del territorio torinese assume una configurazione sempre più prossima a quella odierna. Il margine alpino e l’antistante rilievo della collina di Torino sono ormai strutturati e gran parte dei corsi d’acqua principali (Po, Pellice, Dora Riparia, Stura di Lanzo) e secondari ha un andamento pressoché simile all’attuale, se si eccettuano modificazioni a carattere locale.

Al passaggio tra il Pleistocene superiore e l’Olocene (circa 10.000 anni fa) il torrente Sangone, precedentemente ostacolato nel suo deflusso dalle cerchie dell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, incide i depositi glaciali presso Trana, per andare poi a confluire nel fiume Po, più a valle.

In generale, durante l’intervallo di tempo fra 10.000 e 4.000 anni dal presente, il clima è molto variabile, ma mediamente più caldo rispetto alla precedente fase glaciale. In conseguenza dei cambiamenti globali del clima e in risposta a precedenti variazioni del livello del mare e dell’assetto idrografico, i corsi d’acqua dell’area torinese approfondiscono il loro alveo incidendo e terrazzando i depositi glaciali e fluviali più antichi. Soltanto localmente, ai loro margini, i corsi d’acqua depongono coltri di sedimenti sabbiosi e limosi di esiguo spessore, in particolare durante gli eventi di piena.

Nei settori di pianura più vicini al luogo in cui sorgerà la città di Torino, specialmente in corrispondenza della confluenza tra il Po e i suoi affluenti (Stura di Lanzo, Dora Riparia e Sangone), il continuo migrare dei corsi d’acqua e del loro punto di confluenza determina la formazione di ampie aree pianeggianti e depresse, spesso caratterizzate da una fitta vegetazione spontanea tipica delle zone umide. Queste regioni sono tuttora facilmente inondabili durante eventi di piena e pertanto adibite a parchi cittadini, come ad esempio quelli del Meisino, della Colletta, delle Vallere.

Nelle aree collinari, gli eventi piovosi intensi e/o prolungati sono responsabili di importanti fenomeni erosivi lungo i corsi d’acqua e dell’attivazione di vari tipi di movimenti franosi. I versanti della collina di Torino sono infatti caratterizzati da una forte instabilità che interessa più frequentemente i terreni di copertura, benché talvolta coinvolga anche porzioni del substrato. Per tipologia di movimento, si tratta di scivolamenti della coltre superficiale, colate di fango e colate di detrito che vengono generalmente incanalate lungo le incisioni torrentizie.

Attraverso l’azione dei processi naturali sopra esposti, la costituzione del territorio torinese, nel Neolitico e al tempo dell’insediamento del popolo dei Taurini, è così realizzata nei termini conosciuti attualmente.

Per saperne di più

  • F. Sacco, Il bacino terziario e quaternario del Piemonte, Bernardoni, Milano 1889-90
  • P. Baggio, M. Giardino, L. Mercalli, Val Sangone: climi e forme del paesaggio. Da due milioni di anni fa ad oggi, Sms, Torino 2003
  • G. Pavia, G. Bortolami, P. Damarco, Censimento dei geositi del settore regionale Collina di Torino e Monferrato (Quaderno scientifico n. 5), Ente Parchi e riserve naturali astigiane, Asti 2004
  • M.G. Forno, S. Lucchesi, La successione fluviale terrazzata pleistocenica dei versanti occidentale e nordoccidentale della Collina di Torino, in «Il Quaternario », 2005, 15, pp. 175-185
  • R. Polino (a cura di), Note illustrative della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, Foglio Torino Ovest e Torino Est, ARPA, Torino 2010
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