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Scheda: Itinerario - Tipo: Storico

04. La crescita della Resistenza tra speranza di libertà e repressione (1 luglio - 12 novembre 1944)

L'accresciuta forza della Resistenza, registrata nel Torinese durante l'estate 1944, coincise con alcuni elementi particolarmente favorevoli. Innanzitutto, il definitivo, clamoroso fallimento dei bandi di leva con cui la Repubblica sociale aveva cercato nei mesi passati di arruolare i giovani delle classi 1923-25. La loro indisponibilità a combattere con i fascisti e con i tedeschi si era trasformata in un esodo a più riprese verso la montagna, che aveva finito con l'ingrossare le formazioni partigiane. Un altro elemento importante alla base dell'espansione della guerra di liberazione fu la convinzione che la guerra – per lo meno in Piemonte – sarebbe finita entro l'estate, in coincidenza con un nuovo grande sbarco alleato, forse in Liguria, di cui circolava insistentemente la voce già da tempo e che contribuì a moltiplicare gli sforzi della Resistenza. Infine, particolare di non poco conto, anche la bella stagione ebbe un ruolo, poiché rese meno dura la permanenza alla macchia dei partigiani e ne favorì gli spostamenti e le azioni di attacco.


Periodo di riferimento: 01 Luglio 1944 - 12 Novembre 1944

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  • "L'accresciuta forza della Resistenza, registrata nel Torinese durante l'estate 1944, coincise con alcuni elementi particolarmente favorevoli. Innanzitutto, il definitivo, clamoroso fallimento dei bandi di leva con cui la Repubblica sociale aveva cercato nei mesi passati di arruolare i giovani delle classi 1923-25. La loro indisponibilità a combattere con i fascisti e con i tedeschi si era trasformata in un esodo a più riprese verso la montagna, che aveva finito con l'ingrossare le formazioni partigiane. Un altro elemento importante alla base dell'espansione della guerra di liberazione fu la convinzione che la guerra – per lo meno in Piemonte – sarebbe finita entro l'estate, in coincidenza con un nuovo grande sbarco alleato, forse in Liguria, di cui circolava insistentemente la voce già da tempo e che contribuì a moltiplicare gli sforzi della Resistenza. Infine, particolare di non poco conto, anche la bella stagione ebbe un ruolo, poiché rese meno dura la permanenza alla macchia dei partigiani e ne favorì gli spostamenti e le azioni di attacco.

    I fascisti, per parte loro, avevano intrapreso da diverso tempo un cammino verso la progressiva militarizzazione delle proprie strutture, culminato nel luglio 1944 con la creazione delle Brigate nere. In sostanza, il partito diventava un esercito votato alla guerra totale contro la Resistenza, che venne identificata in blocco con la comunità. Paesi e villaggi furono sottoposti a violenze e brutalità di ogni genere, in ciò riproponendo le stesse modalità di un esercito invasore in terra straniera. Anche i tedeschi intensificarono le azioni contro le formazioni partigiane del Torinese, del Cuneese e dell'Alessandrino, al fine di mantenere libere le retrovie di un possibile nuovo fronte atteso in Liguria.

    Questi elementi combinati insieme segnarono la definitiva radicalizzazione dello scontro e un incremento della repressione che toccò livelli mai raggiunti prima, anche in città. Qui si accompagnò ad una esibizione della violenza e della morte nelle forme più brutali e disumane; nell'intento dei suoi artefici tutto ciò doveva costituire una sorta di “pedagogia del terrore” con cui stroncare ogni tentativo di ribellione. Fu così che comparve anche a Torino l'impiccagione pubblica, una pena terribile per le sofferenze inflitte alla vittima. Fino a quel momento, tale pratica era stata accuratamente evitata per ragioni “politiche” e di ordine pubblico, al contrario di ciò che accadeva nella provincia dove veniva normalmente utilizzata dai comandi operativi tedeschi e fascisti.

    All'interno di questa nuova e tragica dimensione, il 22 luglio 1944 si registrarono in un solo giorno sei impiccagioni, quattro in corso Vinzaglio angolo via Cernaia e due in corso Giulio Cesare, nei pressi del torrente Stura. Soprattutto quelle avvenute in centro, davanti a molte centinaia di persone, impressionarono fortemente la comunità cittadina, al punto da ritornare spesso nelle testimonianze sul periodo resistenziale. Due settimane dopo, il 9 settembre, toccò al giovane Paolo De Benedetti (di cui non abbiamo alcuna lapide), un milanese tratto dal braccio tedesco del carcere e impiccato ad un palo della luce lungo strada Settimo, nei pressi dell'Abbadia di Stura. Poco prima i tedeschi avevano impiccato altri tre suoi compagni - rimasti sconosciuti - all'altezza dell'attuale corso Romania. Di lì a pochi giorni, il 14 settembre, fu la volta di altri tre partigiani, in strada Cuorgnè, alla Falchera. Due di essi – rimasti sconosciuti - erano maquis francesi e uno, con la gamba ancora ingessata, fu letteralmente trascinato sul luogo dell'esecuzione.

    Anche nelle fucilazioni per rappresaglia si ruppe l'ultimo diaframma e le esecuzioni iniziarono ad uscire dagli spazi separati del Martinetto, dove erano portati i condannati, per entrare nella piena dimensione pubblica della piazza, in cui la gente veniva spesso convogliata obbligatoriamente bloccando i mezzi pubblici perché assistesse allo “spettacolo”. E così ad una violenza se ne sommava un'altra non meno devastante sul piano psicologico. Un primo esempio di questa “rottura” si ebbe il 30 agosto 1944, quando la Gnr fucilò in piazza Carlo Alberto sei partigiani come rappresaglia all'attentato dei Gap avvenuto nel Ristorante degli Artisti, in via Bogino. L'11 ottobre, in via Cibrario angolo piazza Statuto, i tedeschi passarono per le armi nove partigiani in piena notte, lasciando i corpi in terra per molte ore, affinché l'indomani tutti potessero vederli. Una settimana dopo toccò a tre partigiani fucilati in largo Doglia (oggi Giachino), in coincidenza con l'uscita di alcune migliaia di operai dai vicini stabilimenti e il passaggio di tram affollati costretti a fermarsi.

    Dopo lo sbarco alleato in Provenza del 15 agosto 1944, le speranze per la fine di un conflitto in Piemonte entro l'estate andarono lentamente scemando, ciò nonostante il livello della lotta si mantenne assai elevato almeno fino ad ottobre, come ci ricordano le lapidi che segnano le vie e le piazze della città." (1)

    Note

    (1) Testo tratto da Adduci, Nicola [et al.] (a cura di), Che il silenzio non sia silenzio. Memoria civica dei caduti della Resistenza a Torino, Museo diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà - Istoreto, Torino 2015, pp. 80 - 82

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