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Piazza Emanuele Filiberto, Mercato di Porta Palazzo, s.d. © Archivio Storico della Città di Torino (ASCT, Fototeca, 10B08_003)

Torino Raccontata II

“Proseguendo di là per il Corso San Massimo s’arriva nella grande piazza ottagonale di Emanuele Filiberto…” così Edmondo de Amicis, nel 1880, inizia la descrizione di Porta Palazzo e del suo mercato.


Proseguendo di là per il Corso San Massimo s’arriva nella grande piazza ottagonale di Emanuele Filiberto. Ma per vederla in tutta la sua bellezza bisogna capitarvi una mattina di sabato, d’inverno, in pieno mercato. Uno Zola torinese potrebbe mettere lì la scena di un romanzo intitolato Il ventre di Torino. Sotto le vaste tettoie, fra lunghe file di baracche di mercanti di stoffe, di botteghini di chincaglierie e d’esposizioni di terraglia all’aria aperta, in mezzo a monti di frutta, di legumi e di pollame, a mucchi di ceste e di sacchi, tra il va e vieni delle carrette che portan via la neve, tra il fumo delle castagne arrosto e delle pere cotte, gira e s’agita confusamente una folla fitta di contadini, di servitori, di sguatteri, di serve imbacuccate negli scialli, di signore massaie, di ordinanze colla cesta al braccio, di facchini carichi, di donne del popolo e di monelli intirizziti, che fanno nera la piazza. Intorno ai banchi innumerevoli è un alternarsi affollato e continuo di offerte e di rifiuti, di discussioni a frasi secche e tronche, di voci di meraviglia e di sdegno, di apostrofi e di sacrati che si confondono tutti insieme in un mormorio sordo e diffuso, come d’una moltitudine malcontenta. Là bisogna andare per vedere le erbivendole famose, formidabili di tarchiatura, di pugni e di lingua, e per studiare la potenza insolente del vernacolo, la ferocia spietata dell’ingiuria plebea, il lazzo che schiaffeggia, il sarcasmo che leva la pelle, strazia la carne e incide le ossa. Da una parte c’è il mercato delle contadine, venute da tutte le parti della provincia, partite a mezzanotte dai loro villaggi per arrivare in tempo a pigliare un buon posto a destra e a sinistra d’un viale fiancheggiato di platani; e son là schierate, ritte o sedute, colle loro derrate esposte su mucchi di neve sudicia, strette le une alle altre come per tenersi calde, in zoccolate, imbottite, infagottate, fasciate di pezzuole e di scialli, con guanti di cenci, con fazzoletti attorcigliati intorno alla fronte, con cappelli da uomini sul capo, con vecchi mantelli da carrettieri sulle spalle, e lo scaldino tra le mani, coi nasi e i menti paonazzi, e in mezzo a loro passa la processione accalcata e lenta dei compratori. Qui un pretuccolo soffia tra le penne di un pollo per scoprire le polpe, là una vecchia signora cogli occhiali guarda le uova ad una ad una di contro alla luce, più in là un vecchio celibe, accompagnato dalla cuoca colla sporta, scruta un formaggio colla lente; da ogni parte si tasta, si palpa, si soppesa, si fiuta, si disputa, in un tuono di lamento stizzoso, gesticolando coi cavoli in mano, brandendo i cardi, scotendo le galline, gettando negli orecchi di chi passa frammenti di dialoghi monosillabici, che fanno indovinare dei tira tira d’un’ora per un centesimo, delle economie disperate, delle avarizie rabbiose, delle pazienze da santi, delle miserie segrete di famiglie decorose, tutte le durezze e le angosce della gran lotta per la vita. Passano delle signorine eleganti, dei grossi borghesi buongustai, dei cuochi tronfi e sprezzanti, delle cameriere padrone, dei curiosi allegri, una folla continuamente cangiante, fra cui si fanno largo ogni specie di rivenditori ambulanti, vecchi decrepiti, bambine, mostriciattoli col botteghino al collo, che offrono un almanacco, un tartufo, due limoni, una catenella d’acciaio, un pezzo di tela, facendo un vocio assordante, dominato dalla voce stentorea del venditore della Cronaca dei Tribunali e dalla cantilena funebre del sacrestano che scuote un bossolo domandando l’elemosina per le anime del Purgatorio. Per tutta la piazza è un affaccendamento e un rimescolio rumoroso, un farsi e un disfarsi continuo di crocchi intorno a carrozze di cavadenti, a venditori di specifici, a strimpellatori di violino, a banditori d’incanti, a ciarlatani capelluti che raccontano storie di delitti,davanti a grandi quadri rosseggianti di sangue, a teatrini da burattini, rizzati in mezzo alla neve, a grandi fiammate di paglia, accese dai fruttaioli infreddoliti per sgranchirsi le membra. E non si può dire quant’è pittoresca e bizzarra quella confusione di gente e di cose, di lavoro e di festa, di città e di campagna, vista a traverso la nebbia della mattina, che lotta ancora col sole, in mezzo a quei grandi alberi sfrondati, imperlati di brina.” (Edmondo De Amicis, La città, in Torino , Roux e Favale, Torino 1880, pp. 44 - 47)

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