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Scheda: Tema - Tipo: Architettura e urbanistica

Basso San Donato

«Basso San Donato» è il termine con cui viene indicata l’area compresa fra corso Regina Margherita, il fiume Dora, corso Umbria e lo scalo ferroviario.


Inizio: XIX Sec. (1800-1899)
inizio

1. La lenta nascita del «Basso San Donato»

La denominazione «Basso San Donato» è frutto dell’evoluzione novecentesca del territorio nord-occidentale della città.

L’area, sviluppatasi in prossimità della fabbrica d’armi (situata fra via Livorno, corsi Rosai e Gamba attuali e lo scalo Valdocco) appartiene alla regione denominata originariamente Valdocco, dove, nel corso di due secoli, vengono insediate le attività produttive: rumorose, puzzolenti, sudice, pericolose, disordinate, in una parola economiche1.

Essa perde tale identificazione, a mano a mano che la città si sviluppa in direzione occidentale, essenzialmente per quattro fattori: la costruzione della ferrovia Torino-Novara a metà Ottocento, che la divide dalla zona più densamente e storicamente popolata della città; l’espansione, lungo i canali, dei borghi circostanti: «San Donato» e «del Martinetto», che la relegano in posizione marginale; il tracciato di corso Regina Margherita, a fine Ottocento, che la separa dal «Borgo San Donato»; e l’edificazione delle grandi aree industriali (Ferriere, Cotonifici, Michelin) all’inizio del Novecento, che ne inibiscono ogni sviluppo edilizio in quella direzione.

Compresso da ogni lato e nettamente delimitato nei suoi confini, l’insediamento, decisamente periferico e impossibilitato ad espandersi, diventa un’appendice separata dell’ormai prevalente «Borgo San Donato», di cui rappresenta la parte «bassa», meno salubre, di più recente insediamento e più povera: vi si insedia successivamente l’immigrazione piemontese, veneta e friulana, «meridionale», romagnola e, infine, «coloured» ed esteuropea, attratta dalle basse pigioni, dagli allentati controlli, dalla intensa attività economica.

2. Caratteri e prospettive

Privo di scuola elementare (la scuola De Amicis è situata oltre la ferrovia ed è attivata solo dal 1908), di un mercato rionale, di elementi forti di aggregazione, l’insediamento abitativo è punteggiato da numerose vinerie e «piole»2, la maggior parte scomparsa od evolutasi in bar; da qualche gioco da bocce, (come in corso Regina Margherita 224); da aree non edificate, dove si raccolgono alla domenica e nelle sere d’estate le famiglie; da una piazza novecentesca disadorna (piazza Regina Elena, poi Umbria); nell’epoca aurea del cinematografo, da due sale molto popolari, per qualità e quantità di frequentazione: Diana, in corso Regina Margherita ex 222 e Dora, tuttora esistente in corso Principe Oddone angolo via Savigliano; di qualche area commerciale, su tutte il primo tratto di via Livorno, ma vi si trovano ancora ovili e stalle come in via Cottolengo, prima che diventi via Don Bosco, e in via Ascoli 1 fin all’inizio degli anni Cinquanta.

L’apertura della «barriera di Valdocco», con la costruzione di un ponte sulla Dora in prosecuzione dell’allora via Ferrara (corso Umbria) a fine Ottocento crea una seconda direttrice di transito, oltre via Livorno, ma è soprattutto l’edificazione della chiesa delle Stimmate di San Francesco nel 1927 a costituire il primo vero polo identificativo ed aggregativo dell’insediamento, che trova il corrispettivo nel centro d’incontro di piazza Umbria, attivo da fine Novecento.

Un «quartiere fantasma» è stato definito quello che la ben più efficace cultura chiamava «le ca nèire»3, coperte dalla fuliggine delle ciminiere, dei treni, delle stufe, delle caldaie, che bruciavano carbone.

E tale carattere di rione dimesso permane almeno fino alla grande trasformazione urbanistica degli anni ‘2000, quando l’espansione residenziale nell’area delle grandi fabbriche lo riunifica in un complesso urbano profondamente rinnovato, che potrà anche costituire un nuovo quartiere, aggregato intorno ai complessi commerciali edificati o relegarlo ancor più in una posizione marginale, come un’enclave sopravvissuta del passato.

Note

1 Andrea Bocco Guarneri, Il fiume di Torino. Viaggio lungo la Dora Riparia, pagg. 159 e segg..

2 In dialetto la «piola» era la bettola, spesso uno spaccio di vini e liquori, dove regnavano sovrani gioco delle carte e conversazione, ma dove si poteva anche mangiare alla buona, e che talvolta aveva un pergolato all’aperto ed un campo da bocce.

3 In dialetto: le case nere. Per un’efficace descrizione di una delle più importanti vie del «Basso San Donato» si veda Vittorio Messori, Aldo Cazzullo, Il mistero di Torino. Due ipotesi su una capitale incompresa, A. Mondadori, Milano, 2004, passim, e in particolare, pagg. 37-39.

  • Bibliografia
  • Sitografia
  • Fonti Archivistiche
  • Archivio Storico della Città di Torino, Tipi e Disegni, 64.5.15
  • Fototeca
  • Ente Responsabile
  • Comitato Parco Dora