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La città moderna

Bruna Biamino - Piazza Castello

La città moderna

Capitale di uno Stato a cavallo delle Alpi, la città, immagine del sovrano e della dinastia, si sviluppa per parti, impostata su una griglia ortogonale e sulla uniformità di facciata, e guarda ai grandi modelli internazionali. Al disegno degli ingegneri militari si accosta il “meraviglioso” dei fulcri architettonici urbani e della “corona di delitie” nel territorio. È la città di Vitozzi e dei Castellamonte, di Guarini, di Garove, di Juvarra e di Alfieri.


di Giuseppe Dardanello e Costanza Roggero

Introduzione

Tra 1580 e 1680, nell’arco di un secolo, la città di Torino raddoppia nelle dimensioni, triplica il numero dei propri abitanti, che passano da 15.000 a circa 40.000, e la sua immagine viene sostanzialmente ridisegnata fino a divenire un’icona di governata continuità, impostata su una griglia ortogonale e sulla uniforme regolarità delle facciate su strada. Le due date marcano altrettante tappe di grande significato per l’investimento politico e istituzionale della dinastia sabauda nella nuova capitale dello

Cultura militare e disegno urbano sono i cardini dell’iniziativa del principe per la capitale: il progetto, definito nelle linee guida e concretamente messo in cantiere dai duchi Emanuele Filiberto (1563-80) e Carlo Emanuele I (1580-1630), trova la sua prima fase di attuazione nell’ampliamento della città nuova realizzato da Vittorio Amedeo I (1630-37).

La costruzione della “città nuova” e l’immagine pubblica della dinastia

Fortificare e controllare la città esistente sono gli obiettivi della politica urbana di Emanuele Filiberto, concretizzatasi nella scelta strategica di collocare la nuova Cittadella e l’insediamento della residenza ducale ai due vertici opposti dell’antico castrum romano: l’imponente fortezza disegnata da Francesco Paciotto e la residenza ducale che si attesta nell’area del Bastion verde, mentre rispondono a esigenze di difesa, contemporaneamente stringono d’assedio la città di Torino. Un’analoga posizione ambivalente è assunta dal duca nei confronti della Chiesa: con l’espropriazione del Palazzo del vescovo per farne la propria residenza va contro i “poteri forti” radicati nella città, ma insieme favorisce gli ordini religiosi promuovendo l’alleanza con i Gesuiti attraverso la costruzione della chiesa dei Santi Martiri, progettata da Pellegrino Tibaldi.

Carlo Emanuele I potrà così dedicarsi al progetto della “città nuova”, che ingloba e avvolge entro un circuito murario a forma di mandorla la vecchia città romana e medievale, quasi triplicandone le dimensioni. Il suo governo si identifica nella qualità progettuale del disegno urbano, pensato quale immagine del sovrano e della dinastia. Il progetto per il Palazzo ducale affacciato su una grande piazza è discusso inizialmente

con Pellegrino Tibaldi, che individua nel Castello la sede simbolicamente più appropriata, poi formulato da Ascanio Vitozzi, che disegna invece un edificio ex novo in sostituzione dell’invecchiato complesso del Palazzo del vescovo.

Alla prefigurazione della “città nuova” quale specchio del buon governo del sovrano, Carlo Emanuele I affianca altre operazioni di immagine volte a legittimare la dinastia e a rafforzarne il ruolo di difensore dell’ortodossia cattolica: la celebrazione dei martiri della Legione Tebea e la costruzione del santuario per l’ostensione della Sindone. Quest’ultimo progetto, sostenuto da Carlo Borromeo, prende forma nei disegni di Vitozzi e Carlo di Castellamonte qualificandosi per la preziosità dei materiali, il marmo nero e il bronzo: «oro et negro», secondo la volontà manifestata da Carlo Emanuele I. L’intervento più importante per le residenze della corte è la decorazione della Grande Galleria (1608), che vede un significativo slittamento del progetto: dalla celebrazione genealogica della dinastia sabauda a biblioteca, museo, camera delle meraviglie e raccolta antiquaria, nel segno della cultura degli emblemi sintetizzata nel motto «vorrei senza parlar essere inteso».

Una città di ingegneri militari e una corona per le “delitie”

Su questi presupposti si innesta il primo ampliamento della città, orientato a levante sull’asse della Contrada nuova e di piazza San Carlo, messo in cantiere da Vittorio Amedeo I avvalendosi del disegno ancora del Vitozzi e poi di Carlo di Castellamonte. Il volto urbano è nelle mani degli ingegneri militari che si occupano di definire modelli vincolanti per il disegno delle facciate, mentre la crescita della “città nuova” è pianificata fin dagli inizi sulla solida alleanza intrecciata con il gruppo imprenditoriale dei luganesi, garanzia e motore di un investimento edilizio alternativamente orientato sulla città civile e sulle fortificazioni militari.

Il processo avviato all’inizio del secolo segna una battuta d’arresto con l’assedio di Torino, che vede contrapporsi il partito filofrancese, guidato dalla vedova di Vittorio Amedeo I, Cristina di Francia, e i principi cognati Maurizio e Tommaso di Savoia, appoggiati dalla Spagna. Dopo la pace siglata nello stesso 1640 il progetto dinastico ritrova nuovo slancio, dapprima nel rafforzamento della presenza fisica dei duchi nella città,

finalmente segnalata dalla facciata del Palazzo Ducale (su disegno di Maurizio Valperga, dal 1642), e dal riadattamento a Palazzo Madama del Castello, l’antica fortezza degli Acaia. Alla valorizzazione delle sedi urbane fa seguito l’investimento nelle dimore extracittadine per la realizzazione della «corona di delitie», un anello simbolicamente tracciato attorno alla città dalle residenze della corte destinate alla celebrazione del rituale della caccia. Nel complesso della Venaria Reale, progettata da Amedeo di Castellamonte e pubblicizzata con l’edizione di un libro (1674), il gusto della corte di Carlo Emanuele II è celebrato dalle metafore figurate nel programma iconografico di Emanuele Tesauro. Con il 1673, la fedeltà al progetto dinastico e l’immagine del buon governo della città vengono compiutamente confermati nella perfetta adesione tra programma e realizzazione del secondo ampliamento di Torino, avviato in quell’anno sull’asse dello stradone militare di Po.

La seconda Madama reale e Vittorio Amedeo II: “meravigliosa” presenza sulla città

Con la morte di Carlo Emanuele II (1675) e la reggenza di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours (1675-1684) si apre una stagione di debolezza dinastica e la lotta per il potere rischia di incrinare la continuità del progetto per la città regolare, messo in pericolo da architetture di apparenza grandiosa, volutamente pensate per sovrastare le palazzate uniformi e segnalare le sedi degli aspiranti al governo del Paese: il progetto per il Collegio dei Nobili immaginato dal gesuita Carlo Maurizio Vota per celebrare Madama Reale (dal 1678); il palazzo del principe di Carignano, disegnato da Guarini (dal 1679) guardando al modello di Bernini per il Louvre di Luigi XIV, come un prototipo di Palazzo Reale per un monarca dello stato assoluto.

L’immagine della dinastia trova però modo di rafforzarsi attraverso un altro proficuo versante di affermazione pubblica quando è associata alla rappresentazione del divino, dove la regola della uniformità cede il passo all’eccezione dello straordinario e della bizzarria. Con le cupole delle cappelle palatine della Sindone e di San Lorenzo, che come meravigliosi reliquiari sbucano al di sopra della cortina continua della città, Guarino Guarini disegna il volto “meraviglioso” della presenza dei

Savoia a Torino.

Le diverse scelte che si calano nella città in questi anni trovano una mirata traduzione estetica nella variata sensibilità per il colore, portata a segnalare continuità e fratture: il bianco e il grigio per le residenze ducali; il cotto a vista per gli edifici dell’amministrazione dello Stato; il nero e il bigio per la continuità dinastica nella Cappella della Sindone; i marmi colorati di Guarini per l’interno del San Lorenzo.

Chiusa la congiuntura di incertezza della reggenza, Vittorio Amedeo II (1684-1730) riprende in mano le redini del progetto dinastico concentrandosi nella ricerca di un pittore di grido per affrescare la nuova galleria del Palazzo Ducale, risolta con l’arrivo di Daniel Seyter, dopo il fermo rifiuto di Andrea Pozzo di venire a Torino. La ricerca di un’immagine di status aderente alle crescenti ambizioni sabaude sulla scena europea trova riflesso nell’allestimento degli interni: in assenza di un leader di gusto (quale sarà più tardi Juvarra), pittori genovesi, milanesi, romani si confrontano con l’esperienza degli stuccatori luganesi in cantieri decorativi sperimentali, che fanno di Torino un luogo privilegiato di incubazione per la sensibilità rococò.

La scenografia urbana, nuova cifra della città del Settecento

A seguito del trattato di Utrecht (1713), Torino diviene capitale anche del regno di Sicilia (commutata nel 1718 con quello della Sardegna) e ai duchi di Savoia è riconosciuto il titolo regio, che li pone accanto ai sovrani delle più importanti potenze europee. Il periodo è contrassegnato dal governo di Vittorio Amedeo II, che subito avvia un processo di profonde riforme istituzionali entro lo Stato. Ferma intenzione del sovrano è rinnovare l’immagine della capitale affidando all’architettura il compito di esprimere il nuovo ruolo politico e territoriale di Torino, in forme adeguate ai grandi modelli internazionali.

Recatosi in Sicilia nel 1714 per prendere possesso dell’isola, il re incontra e chiama presso di sé l’architetto messinese Filippo Juvarra, già celebre e attivo a Roma, e gli affida il compito di progettare la nuova grande scenografia urbana di Torino, configurando l’immagine moderna e adeguata al rango di capitale settecentesca dell’ormai “regno” sabaudo. In un panorama aperto all’Europa Juvarra, nominato primo architetto regio il 15 dicembre 1714, traccia per il sovrano il profilo teorico del rinnovamento urbanistico della città-capitale secondo quel principio di “centralità diffusa” fondato sull’inscindibile relazione che intende stabilire tra la sede istituzionale del governo e l’intero territorio.

Attraverso il puro linguaggio dell’architettura, intesa come segno ed espressione di monumentalità e con attenzione ai canoni di una trattatistica di cui riconosce l’autorevolezza, Filippo Juvarra impone la propria inedita interpretazione della gerarchia dello spazio urbano e foraneo, superando – senza mai smentirli – i caratteri della città secentesca.

All’indomani del suo arrivo a Torino subito lavora al progetto urbanistico di costruzione dell’ampliamento occidentale detto di Porta Susina, da

realizzarsi sui terreni inedificati compresi entro il perimetro della struttura difensiva già innalzata (dal 1702) dall’ingegnere Michelangelo Garove che conferisce definitivamente alla città barocca quella forma “a mandorla” discussa nel corso di tutto il Seicento. La riflessione progettuale juvarriana si concentra innanzitutto sull’idea di porta urbana, punto nodale di passaggio tra interno ed esterno della città, elemento di saldatura tra le principali contrade cittadine – assi rettori dei tre ampliamenti – e le grandi direttrici di collegamento col territorio. Nel progettare la nuova Porta Susina, su cui si attesta lo “stradone di Francia” tracciato ancora dal Garove (1711) come viale rettilineo che unisce Torino con il castello di Rivoli, Juvarra impone un nuovo modello architettonico. La nuova porta urbana costituita dagli edifici dei Quartieri Militari (1716) sull’incrocio dell’attuale via del Carmine con corso Palestro, non è più pensata come monumento isolato di controllo, ma come architettura che definisce uno spazio di ingresso aulico alla città. Le due caserme di San Celso e di San Daniele sono pensate come un unico blocco edilizio tagliato al centro dalla via principale, e il loro fronte a ordine architettonico unico detto “gigante” è connotato dalla presenza di portici. Le ali laterali aperte accolgono visitatori e viaggiatori orientando il loro percorso verso la piazza del Castello, centro del potere. Tale soluzione è riproposta dallo stesso architetto in anni successivi (1729) per l’ingresso urbano a nord nella piazza di Porta Palazzo, all’imbocco dell’attuale via Milano, dove realizza in testa alla via i due grandi isolati di Santa Croce e di Sant’Ignazio, di proprietà dell’Ordine Magistrale dei santi Maurizio e Lazzaro e della Città di Torino.

L’architettura a servizio della nuova idea di capitale “regia”

Se nel suo ruolo di primo architetto regio Juvarra traccia il piano urbanistico per l’espansione occidentale confermando il principio dell’ortogonalità viaria già applicata nel Seicento, in qualità di progettista incaricato da diversi committenti interviene anche sulla scala architettonica e costruisce la chiesa del Carmine, attende al progetto della Curia Massima, lungo l’attuale via Corte d’Appello nonché il palazzo Martini di Cigala sulla nuova piazza Susina (piazza Savoia).

In parallelo Juvarra traduce in monumentali progetti d’architettura la nuova idea del “regno” di Vittorio Amedeo II. Nel confermare il ruolo baricentrico di Palazzo Reale nella città, egli precisa le nuove funzioni che, in uno stato moderno, si affiancano a quella tradizionale di residenza sovrana. Su una linea già prefigurata da Amedeo di Castellamonte, egli sviluppa l’idea di un “polo reale” aggregato e ampliato che si articola a partire dal Palazzo Reale e raduna tutte le funzioni pubbliche di governo, elaborando un “Piano generale” (1730) per la realizzazione dei palazzi delle Segreterie di Stato, Archivi di corte, Teatro Regio e Accademia militare, situati nella piazza Castello e via della Zecca.

Con questa interpretazione innovativa di un’architettura in grado di esprimere la concezione settecentesca dello stato, Juvarra intreccia il grande tema della dinastia, elaborando un grandioso progetto (non realizzato) per il castello di Rivoli interpretato come reggia del sovrano e della corte, mentre avvia la costruzione della basilica di Superga (1716) sul crinale della collina torinese. Situati entrambe in posizione elevata e visibili da lontano rispettivamente per chi giunge dalla Francia e dalla Pianura Padana, i due complessi regi – residenza dinastica dei Savoia e chiesa destinata ad accogliere le tombe reali – compongono insieme un inedito riferimento architettonico e visivo pensato sulla dimensione regionale.

Questi tre complessi – il Palazzo del governo, la reggia e le tombe

sabaude – diversi per funzioni e ideazione architettonica ma tra loro accomunati dall’elemento della rappresentatività della committenza, entrano a far parte di un’unica idea compositiva che li lega e li pone in relazione all’interno del progetto dinastico. Il coronamento conclusivo del disegno juvarriano per il territorio della capitale è dato ancora dal progetto (1729) per la nuova palazzina di caccia di Stupinigi.

I numerosi edifici – civili e religiosi, pubblici e privati – costruiti a Torino da Juvarra, documentati da numerosi schizzi e “pensieri”, assolvono all’esigenza di rispondere in termini di architettura ai quesiti discussi sul livello urbano, anche con l’intento di introdurre una forte valenza scenografica nella città. Il progetto per la nuova facciata, fino ad allora incompiuta, della chiesa di Santa Cristina in piazza San Carlo, conferma l’importanza della piazza nel momento in cui propone per il prospetto un canone architettonico emergente e monumentale. In analogia il progetto (1715) di ricostruzione della chiesa guariniana di San Filippo Neri accetta il confronto con il prospiciente fabbricato del Collegio dei Nobili e la mole di Palazzo Carignano.

Anche la nuova facciata occidentale di Palazzo Madama, con lo straordinario scalone (1718), rivolta verso via Dora Grossa (ora via Garibaldi), si costituisce in senso urbanistico come l’inedito fondale scenografico per una quinta edilizia già prefigurata nel suo concreto divenire e pensata sulla lunga dimensione della via. Se nel 1735 Juvarra lascia Torino e si trasferisce a Madrid, chiamato alla costruzione del Palazzo Reale di Filippo V di Borbone, già nell’anno successivo (1736) è decretata la ristrutturazione della contrada, destinata ad ospitare botteghe del grande commercio di tessuti, oro e merci preziose, ridefinita attraverso un progetto che prevede, oltre l’allargamento della via, la ricostruzione delle quinte unitari dei nuovi palazzi settecenteschi.

La città dell’assolutismo

Il segno della continuità programmatica con l’opera riformista di Vittorio Amedeo II caratterizza il lungo regno di Carlo Emanuele III (1730-1773) e quindi di Vittorio Amedeo III (1773-96). Nel corso del Settecento maturano piani e progetti per la capitale sabauda, nel pragmatico definirsi di modelli urbanistici e architettonici alle diverse scale: dal territorio alla città, ai complessi monumentali e al tessuto edilizio. Se si escludono i due momenti di stasi edilizia conseguenti al forte coinvolgimento del Piemonte sabaudo nelle guerre di successione polacca (1733-35) e di successione austriaca (1742-48), il periodo è contrassegnato dal consolidarsi delle linee già tracciate, con apertura a riflessioni suggerite dallo spirito di razionalità di stampo illuminista di Benedetto Alfieri, primo architetto regio dal 1739 al 1767, anno della sua morte. Quindi sono le magistrature e le strutture burocratiche centralizzate, sostenute da valenti architetti di sicura professionalità, a programmare e gestire – in un quadro che poco concede all’innovazione e più agli aspetti funzionali e d’uso – il progetto di trasformazione della città dell’assolutismo, fino agli anni della dominazione francese. Risponde al volere del sovrano l’aderenza ad un unico progetto globale, restituito dalla morfologia stessa della città fortificata d’impianto ellittico, organizzata al suo interno secondo una rigida struttura viaria centripeta, sostenuta da assi rettori che collegano le quattro porte urbane alla piazza Castello con il Palazzo Reale, ragione ideologica del suo essere “metropoli” dello stato.

Verso la metà del Settecento con unità di intenti Carlo Emanuele III e Benedetto Alfieri tracciano il nuovo profilo della capitale che sostituisce all’idea scenografica juvarriana il rigore della dimensione urbanistica, intesa come attività di controllo esercitato attraverso gli strumenti legislativi sull’intero processo di trasformazione della città al fine di promuovere un’architettura pubblica e privata uniformata nella configurazione formale attenta agli aspetti funzionali. L’obiettivo è molteplice: definire attraverso nuovi edifici il complesso articolarsi delle attività di governo (dello stato e della municipalità) che impongono il moltiplicarsi delle sedi. In parallelo si vuole coinvolgere la nuova classe imprenditoriale nobilitata, accolta a corte in seguito all’acquisizione del titolo, a operare attivamente nell’edilizia mediante innovativi progetti d’investimento privato legati alla rendita urbana, nel quadro delle “ristrutturazioni” avviate nel centro più antico e degradato della città. La rappresentatività del casato si lega a un modello sociale che prevede per i ceti emergenti il possesso di una residenza urbana, di una vigna o sede collinare e di una cascina agricola produttiva in pianura. Il programma è ampio e guarda alla città e al territorio, anche nella diffusa presenza dei cantieri aperti presso le residenze sabaude suburbane nel corso di tutto il secolo XVIII, di cui si conferma l’importanza come sistema territoriale barocco, sia attraverso progetti di trasformazione e ampliamento, sia incrementando la rete dei viali alberati di collegamento con la capitale.

Per saperne di più

  • M. Passanti, Nel magico mondo di Guarino Guarini, Toso, Torino 1963

  • P. Portoghesi, Bernardo Vittone architetto tra Illuminismo e Rococò, Edizioni dell?Elefante, Roma 1966

  • A. Cavallari Murat (a cura di), Forma urbana e architettura nella Torino barocca. Dalle premesse classiche alle conclusioni neoclassiche, 2 voll., Utet, Torino 1968

  • A. Bellini, Benedetto Alfieri. L’opera completa, Electa, Milano 1978

  • A. Griseri, G. Romano (a cura di), Filippo Juvarra a Torino. Nuovi progetti per la città, Cassa di Risparmio di Torino, Torino 1989

  • C. Roggero Bardelli, M.G. Vinardi, V. Defabiani, Ville sabaude, Rusconi, Milano 1990

  • V. Comoli Mandracci, A. Griseri (a cura di), Filippo Juvarra architetto delle capitali. Da Torino a Madrid 1714-1736, Rizzoli, Milano 1995

  • V. Comoli Mandracci, L’urbanistica della città capitale e del territorio e L’urbanistica per la città capitale e il territorio nella «politica del Regno», in G. Ricuperati (a cura di), Storia di Torino, IV, La città fra crisi e ripresa (1630-1730), Einaudi, Torino 2002, pp. 431-461 e pp. 939-967.

  • C. Roggero Bardelli, L’architettura del Sovrano nel Piemonte sabaudo: il sistema territoriale della città-capitale barocca, dal palazzo urbano alla “corona di delitie”, in «Arte Lombarda», n.s., 141, 2004/2, pp. 5-15

  • P. Dardanello, R. Tamborrino (a cura di), Guarini, Juvarra e Antonelli. Segni e simboli per Torino, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2008

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