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Scheda: Tema - Tipo: Società e costume

Emanuele Filiberto e i giochi di palla

A spostare la capitale del proprio ducato da Chambery a una città che nel giro di tre secoli sarebbe diventata pioniera negli sport non poteva che essere Emanuele Filiberto, che praticava l’attività fisica per “prepararsi alla guerra”, ma che era soprattutto un grande appassionato di giochi di palla.


Periodo di riferimento: XVI secolo - XVII secolo

1. Emanuele Filiberto e i giochi di palla

Nel 1596 Giovanni Tonso pubblica De vita Emmanuelis Philiberti, la biografia ufficiale del duca di Savoia, nella quale rivela che Emanuele Filiberto (1528-1580) era un appassionato di giochi di palla, per mezzo dei quali, insieme alla caccia e al tiro con l’arco, si «preparava» alla guerra. Come risulta anche dai conti dei tesorieri del Duca, nel 1547, il diciannovenne principe pagò dieci scudi al Duca d’Alba che lo aveva sconfitto al “jeu de la pelote”, mentre risale al 1550 il pagamento per «deux paires des solliers de cordoant pour jouer a la pellotte»1.
La passione per il gioco continuò anche quando Emanuele Filiberto trascorse un lungo periodo presso la corte dell’imperatore Carlo V – l’imperatore stesso era un grande appassionato di “balletta”. Il gioco della palla costituiva un momento di socialità durante il quale era possibile stringere accordi.
Rientrato nei suoi Stati, Emanuele Filiberto riprese la pratica quasi quotidiana del gioco, tant’è che l’ambasciatore veneto Andreà Bondù, nella sua relazione al senato della Serenissima, scrisse che il Duca era «atto e esercitato a tutti quelli esercizi del corpo che a principe si convengono, in che si dimostra quasi indefesso; perciocché giocherà quattro o sei ore alla palla o a pallamaglio, nel sole, e tuttavia rare volte e quasi mai suderà per gran fatiche che faccia; e sopra tutto si diletta a nuotare»2.

 

2. Di quali giochi si tratta?

Dai documenti, il gioco viene chiamato in diversi modi: “pila”, “pelote”, “palla”, “pallamaglio”, “pillotta”. Non è chiaro però a quale pratica ludica si faccia riferimento con esattezza. Potrebbe trattatasi di giochi diversi; molto interessante, a questo proposito, la testimonianza del mercante e libraio fiorentino Baccio Tinghi, a Torino dal febbraio al giugno 1864:

"E così andandocene verso la corte troviamo il duca che giocava alla palla grossa con le mestole, si come si usa in Piemonte e, come noi diremo e all’usanza nostra, con li trespoli, ma, in scambio di trespoli, essi adopron mestoli, nel piano delle quali il legname è ritagliato a punte di diamanti."3

Alcuni riferimenti (“palla grossa”, “punte di diamanti”) potrebbero far pensare al pallone al bracciale, ma i “mestoli” con un “piano” ricordano la pallamaglio, se non addirittura la pelota spagnola (non si dimentichi la lunga permanenza di Emanuele Filiberto presso la corte di Carlo V). Dalle parole di Tinghi, inoltre, si può dedurre che il duca giocasse a palla alla cascina del Valentino, da lui acquistata l’anno precedente.

3. I successori e il gioco

Il successore di Emanuele Filiberto, Carlo Emanuele (1580-1630), non nutriva un grande interesse per i giochi di palla: nelle feste organizzate dalla sua corte prevalevano i tornei cavallereschi; durante il suo ducato, però, sorsero diversi “trincotti”, campi coperti adibiti al gioco della pallacorda.
Il duca Carlo Emanuele II (1680-1675) era un appassionato dei giochi di palla, come testimonia Alvise Sagredo, ambasciatore veneziano, nella relazione al Senato veneto:

"Talvolta partendo dal gioco del pallone tutto infocato invece di mutarsi si è posto vestito a nuotare in qualche fiume, e nonostante tali accessi la natura gli ha somministrato tanto vigore che in sua vita non ha patito altra infermità che quella che lo sorprese di vaiuole al mio arrivo in corte."4


Note

1. Andrea Merlotti, Il gioco del pallone nel Piemonte moderno, in Andrea Merlotti, Franco Piccinelli, Marco Violardo, Nando Voglio, Dal pallone al bracciale al pallone elastico, Museo storico-etnografico della provincia di Cuneo «A. Doro», Rocca de’ Baldi (Cn), 2000, p. 11-12.

2. Luigi Firpo (a cura di), Relazioni di ambasciatori veneti al Senato tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente, Torino 1983, p. 33.

3. Baccio Tinghi, Zibaldone, a cura di D. Maestri, Torino 1995, p. 79.

4. Luigi Firpo (a cura di), Relazioni di ambasciatori veneti, op. cit.

  • Bibliografia