Scheda: Soggetto - Tipo: Impresa

Fiat Lingotto

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La fabbrica del Lingotto, la più grande d'Europa, viene inaugurata nel 1923, diventando rapidamente il simbolo dell'industria automobilistica italiana. Ispirata ai modelli statunitensi, concentra tutte le produzioni automobilistiche fino allora decentrate dalla Fiat tra le officine di corso Dante e quelle dell’indotto, preparando alla produzione in grande serie.


Attività: 22 Maggio 1923
inaugurazione

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Indice

Cronologia

1915-16    acquisto dei terreni

1917-21    costruzione

22 maggio 1923    inaugurazione

novembre/dicembre 1942    bombardamenti

febbraio/agosto/novembre/dicembre 1943    bombardamenti

gennaio/marzo/giugno 1944    bombardamenti

novembre 1944    nascita del CLN aziendale

anni Quaranta    trasferimento delle produzioni in linea a Mirafiori; il Lingotto diventa Officina Sussidiaria

anni Cinquanta    produzione di elettrodomestici

1982    chiusura dello stabilimento

Fra il 1915 e il 1916 la Fiat acquista 378.000 mq nell’area del Lingotto per realizzare un nuovo stabilimento produttivo, poiché le officine di corso Dante non riescono più a contenere il numero di operai cresciuto negli anni della guerra. Costruito tra il 1917 e il 1921, il Lingotto, prima fabbrica in Italia in cemento armato, si sviluppa su 150.000 mq tra la ferrovia e le vie Narzole, Nizza e Passobuole. D’ispirazione americana, con le sue grandiose misure concentra tutte le fasi della produzione in una struttura unica e innovativa nelle linee estetiche e nell’organizzazione del lavoro. Lo stabilimento viene inaugurato alla presenza del re Vittorio Emanuele III il 22 maggio 1923, ma già nel 1921 sono in funzione le fonderie, le fucine, il reparto preparazione telai, quello forni automatici e nel 1922 i reparti carrozzeria, montaggio finale e le officine meccaniche. L’intero complesso comprende il fabbricato degli uffici, le officine di smistamento per il trasporto dei materiali e la spedizione delle vetture e le “officine nuove”, sviluppate su cinque piani e formate da due maniche longitudinali di 505,5 m di lunghezza unite da cinque trasverse che formano quattro corti interne. Qui l’automobile prende forma salendo verticalmente dal piano terreno, dove sono le grandi presse per le parti di carrozzeria, sino all’ultimo, dove si compie il montaggio e la finizione della vettura che, una volta ultimata, è avviata alla pista sopraelevata per le operazioni di collaudo. L’accesso alla pista, destinata subito a suscitare stupore e meraviglia con due rettifili di 443 m ciascuno e due curve sopraelevate, avviene attraverso due rampe elicoidali costruite a nord e a sud del fabbricato.
La nuova organizzazione della produzione prevede che gli operai ricevano direttamente e in modo sistematico le parti da lavorare, svolgendo le proprie mansioni senza muoversi dalla propria postazione: l’addetto macchine diventa la nuova figura professionale cui compete una singola operazione a seconda del ciclo produttivo nei vari reparti. Nel 1936 al Lingotto lavorano oltre 16.800 persone, reclutate non più esclusivamente tra gli abitanti del borgo, ma anche oltre i confini della città. Nel 1937 la produzione - tra cui le celebri Torpedo, Balilla e Topolino - raggiunge le 54.931 unità (1). La fabbrica, gravemente danneggiata dai bombardamenti a partire dal 1942, negli anni diventa anche un luogo simbolo del proletariato industriale torinese: i lavoratori sono coinvolti negli scioperi del marzo 1943, in quelli del 1 marzo 1944 e del 18 aprile 1945. Nel dopoguerra, completato il trasferimento a Mirafiori delle grandi produzioni in linea, il Lingotto è utilizzato per la produzione di elettrodomestici come frigoriferi e lavatrici (fino alla metà degli anni Cinquanta) e come Officina Sussidiaria Automobilistica fino al 1982 quando, dopo una politica di graduale diminuzione della manodopera, la Fiat decide di chiudere lo stabilimento.

Note

(1) Duccio Bigazzi, Strutture della produzione: il Lingotto, l’America, l’Europa, in Carlo Olmo (a cura di), Il Lingotto 1915-1939. L’architettura, l’immagine, il lavoro, Umberto Allemandi, Torino 1994, p.306

Bibliografia

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