Scheda: Tema - Tipo: Politica

Il fascismo in città

Ai difficili esordi del fascismo, con un partito non del tutto allineato con Roma e residui contrasti con gli imprenditori, seguirono un maggior consenso negli anni trenta e nuova insoddisfazione a fine decennio, soprattutto per ragioni economiche.


Periodo di riferimento: XX secolo

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  • sala 1922

Torino non fu città fascista «della prima ora» e turbolenti furono gli esordi del partito, al punto che si ebbero numerosi interventi da Roma per controllare meglio la situazione cittadina. Queste iniziative autoritarie provocarono la costituzione in città di una specie di apparato politico parallelo, talora in contrasto sia con l’autorità pubblica che con i gruppi economici rimasti liberali.
Dalla seconda metà degli anni venti a Torino vennero fascistizzate l'istruzione e l'Università (sebbene fra gli accademici rimanesse un nucleo di oppositori), mentre l’Associazione Stampa Subalpina fu sciolta. Al plebiscito del 1929 oltre 106.500 furono i sì e meno di 5.900 i no, omogeneamente distribuiti nei vari quartieri della città.
Con Bianchi Mina segretario del partito, fu costruita la casa littoria (palazzo Campana), e si organizzarono domeniche all’aperto, gite in montagna e pacchi-dono per i bisognosi, ma tutto ciò non fu comunque sufficiente per eliminare le sacche di malcontento dovute alla situazione economica,  come emerse chiaramente nelle manifestazioni di un migliaio di disoccupati nel novembre 1930.
Gli anni trenta segnarono una parziale normalizzazione (segretario Gazzotti), con un rialzo del consenso nei confronti del regime dopo la seconda visita in città di Mussolini (1932), ma, a fine decennio, ragioni soprattutto economiche fecero sì che tornasse a prevalere il malcontento, simboleggiato dal silenzio della folla che accolse Mussolini a Mirafiori durante la visita ufficiale del 1939.

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