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LA MlSSIOSe TEATRALE DI CARLO GOLDO

E

dmondo Rho critico tra i più acuti e prepa­

rati, noto per un eccellente lavoro sul Poliziano,

dopo d’avere anticipato la misura del suo interesse

per il Goldoni qualche anno fa in due articoli, uno

sulla « Prospettiva dei Mémoires », l’altro sul «Tono

goldoniano», presenta ora in un volume «La missione

teatrale di Carlo Goldoni », Laterza, Bari, il risultato

della sua meditazione, del suo gusto squisito e del suo

fervore appassionato intorno all’opera goldoniana.

Riconosciamo subito come il nuovo studio del Rho,

nonostante le discussioni d’ordine metodologico su­

scitate ed i limiti posti da due recensori come il

Croce ed il Valeri, segni nella storia critica del teatro

goldoniano un momento dei più originali, non solo

per il rovesciamento di certe posizioni critiche come

quella concernente il rapporto tra la «Commedia

dell’Arte » e la « Riforma goldoniana », rapporto che

il Rho illumina di una nuova interpretazione rifa­

cendosi a moderne esigenze di teatro puro, ma spe­

cialmente per l’unità costruttiva con cui l’impianto

critico di questa storia è condotto. Con mano limpida,

sensibile, leggera, l’autore chiarisce come il gusto

goldoniano inserito dapprima nella corrente sette­

centesca del melodramma e nell’eredità della «Com­

media dell’Arte » dialetticamente sbocchi nell’au­

tentico tono goldoniano, cioè in una realizzazione

artistica che fonde le due esigenze suaccennate, la

musicalità del melodramma ed il movimento e l’azione

della «Commedia dell’Arte ». Nasce cosi il « capola­

voro che generazioni di comici sognarono, la foga

dell’improvvisare si compone nelle linee armoniose

di un classico edifìcio e uno spirito divino alita nei

personaggi, parti di un sol tutto estrose, voci di una

coscienza monolitica »

Quindi non superamento della «Commedia dell’Arte »

nella «Commedia di carattere », come il Goldoni stesso

erroneamente opinò, chè anzi la mancanza dì intro­

spezione psicologica del mondo goldoniano fu il mo­

tivo della stroncatura desantisiana, ma inveramento

della • Commedia dell’Arte » spogliata dai suoi pesi

morti in una più rigorosa realirrazione di teatro puro,

di riduzione integrale della vita a teatro. Processo

che ricorderebbe in un certo senso la catarsi arti­

stica operata da Charlot rispetto all’ingenuo candore

della lana americana 1910.

Alla luce di queste premesse il Rho imposta il suo

lavoro valendosi anche delle ultime conclusioni cui

è giunta la critica contemporanea dal Momigliano,

al Simoni, all’Apollonio, al D’Amico, interpretando il

mondo del Goldoni

« come

un

mondo di pura fantasia

vagamente stilizzato ».

Ed effettivamente

i capitoli

«

Tono e

Umanità della poesia goldoniana», «La

vita

come teatro»,

«Il

gran gioco», «Papà Goldoni», por­

tano un naie nuovo contributo per la fam a del­

l'analisi che rivela nei Sho m «olà fi conoscitore

cannonato an|^u>4«n« minuzie dell’opera goldoniana,

ma il critico geniale che pone su un piano di sinted

risultato del suo lavorìo analitico.

L’opera però ha suscitato, come già ho accenna

all'inizio di questa nota, coi consensi anche un’amf

polemica col Croce il quale, recensendo un po’ sec

mente il lavoro del Rho, trovava occasione di i

prendere il giudizio desantisiano sul Goldoni e l

badirlo asserendo essere il Goldoni solamente giua

alle soglie dell’arte, muovendo poi alcuni rilievi d’a

dine metodologico al Rho. Il quale irretito in qua

schemi tanto deprecati che in critica d’arte figu

tiva vanno sotto il nome di « pura visibilità » sareb

caduto in peccato di critica formalistica indulgevi

proprio « ad un idoleggiamelo fantastico d’imma^

fine a sé medesime », ed in un metaforizzare secoli

immagini tolte ad imprestito dalla terminologia

m

sicale, nell’illusione di creare un equivalente é

tono goldoniano. Metodo fallace secondo il Croce «f

la vera critica non può essere che qualificazione

f

cologica.

G qui il Rho col suo tentativo di voler passare da

poesia alla vita com’egli stesso afferma in un’apfl

catissima risposta al ('roce stesso, ha toccato

punrtum prurim s

di un lavorìo di estetica teorica a

in Italia dura da trent'anni. Che noi si senta tal

l’esigenza per cui se critica qualificativa significa a i

spirituale svolgentesi su di un altro atto, emozia

artistica o conoscitiva provata di fronte ad un’aU

emozione, non si vede perchè quest’opera di eiabai

zione o chiarificazione, racconto o rappresentazia

debba venire solo sui precedenti dell’arte e non I

l’arte stessa: perchè non sia possibile addentrarsi

pensiero nei meandri di un’emozione artistica

studiarne il sorgere, lo svolgersi, per de'

tono particolare, per cantare o esprimere

mente l’emozione che essa suscita, è vero; tu

questa nostra esigenza per un critico sistematico

il Rho si professa richiede un più

saldo

*'

teorico chè altrimenti lo

studioso d’estetica può

avere buon gioco a smantellare

un lavoro di

concreta anche

geniale. Quindi

se

mai il torto

del

è stato

di essersi

lasciato

irretire da esigenze

d’

empirico come

quella per esempio di definire

il

'

coma

quella attività spirituale che «ci

p em

cogliere in atto quel momento

delicatissimo in

comupicasione pratica si trasfigura in

vita in arte ». Frase equivoca per

uno

un sistematico: comprendiamo lo

afono del

voler superare la scissione deU’« polsrier»

ma

in verità

la sua ricostruzione del tono

pur con tutta la

sensibile

finezza di in

che ai afona «di far nascere l'immagine

ed fl

©etto ad un sol parto

» e

l’insistenza ad

cosmico, rimane offuscata da un

■s*«*^ sovente fai asttalliamo foraaalietien.

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