Scheda: Oggetto - Tipo: Oggetto storico-artistico

Luci d’Artista Joseph Kosuth “Doppio passaggio (Torino)”

“Doppio passaggio (Torino)” è opera di Joseph Kosuth del 2001. L`installazione è formata da due scritte luminose, come quelle utilizzate per le insegne pubblicitarie, che riportano due brani tratti dalle opere di Friedrich Nietzsche e Italo Calvino. Le due frasi, di uguale estensione, sono collocate simmetricamente a specchiarsi in se stesse.


Lat: 45.06340903314781 Long: 7.6974907077842545

Realizzazione: 2001
nell’edizione 2001/2002 e 2002/2003 è installata sul Ponte Vittorio Emanuele I

Data di riferimento: 2003
Nelle edizioni dal 2003/2004 al 2012/2013 l’opera è installata ai Murazzi sul Po

Data di riferimento: 2013
Nelle edizioni di Luci d’Artista dal 2013/2014 al 2018/2019 l’opera non è allestita in città

Data di riferimento: 2019
Nell’edizione 2019/2020 con un rinnovato allestimento sul Ponte Vittorio Emanuele I

Data di riferimento: 2020
Nell’edizione 2020/2021 sul ponte Vittorio Emanuele I, in modo permanente

01. “Doppio passaggio (Torino)”

Due brani tratti dalle opere di Friedrich Nietzsche e di Italo Calvino compongono l’opera di Joseph Kosuth. Nietzsche e Calvino hanno contribuito al clima visionario che caratterizza parte della cultura visiva e letteraria torinese. Nei due testi scelti dall’artista, il filosofo e lo scrittore enunciano la positività delle loro utopie. I testi sono riferiti alla metafora del ponte come veicolo di comunicazione, di trasmissione, di osmosi di spiriti e culture diverse. L’utilizzo del testo scritto e l’adozione della grafia luminosa sono caratteristiche delle correnti artistiche concettuali, a cui Kosuth appartiene. Altro aspetto significativo e ricorrente nell’opera dell’artista è la specularità che ben si percepisce nelle due frasi, di uguale estensione, collocate simmetricamente, riflesse.

Friedrich Nietzsche: “La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontano, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all’altra riva.”

Italo Calvino: “Maroc Polo descrive un ponte pietra per pietra. Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? Chiede Kublai Kan. Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, risponde Marco, ma dalla linea dell’arco che esse formano. Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi aggiunge: Perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che mi importa. Polo risponde: Senza pietre non c’è arco.”

Dall’anno della sua prima collocazione (2001), Doppio passaggio (Torino) sembra aver messo in relazione, attraverso le sue scritte al neon, la vita di tutti i giorni, quella del costante attraversamento del ponte, con l’arte, l’architettura e la storia contenuta nelle citazioni letterarie e filosofiche. Dal 2003 l’opera di Kosuth si inserisce nella cornice dei Murazzi del Po, percorso lungo il fiume con una lunga storia che, sin dalla sua formazione, caratterizza la vita sociale dei torinesi.

 

02. Luci d’Artista

Luci d’Artista è una manifestazione nata nel 1998 da un progetto di illuminazione pubblica realizzata in occasione delle festività natalizie. In seguito al successo ottenuto nel 1997 con il Presepe di Emanuele Luzzati in piazza Carlo Felice, la Città di Torino ha esteso l’iniziativa a diverse piazze e vie del capoluogo subalpino. Sono stati invitati artisti italiani e stranieri per interpretare le illuminazioni non come semplici decorazioni ma come opere d'arte, dando vita a un grande evento culturale, a un percorso espositivo d’arte contemporanea che, con l’impiego della luce, coniuga arte a paesaggio urbano e favorisce l’incontro tra il grande pubblico e la creazione artistica. La rassegna è in continua evoluzione: aumenta il numero degli artisti coinvolti, cambiano le vie e le piazze che ospitano le opere per creare uno spettacolo sempre nuovo e diverso di illuminazione scenografica della città.

 

03. Joseph Kosuth (Toledo, Ohio, 1945)

“Le opere di Joseph Kosuth indagano i principi fondamentali dell’espressione artistica arrivando a mettere in discussione il concetto stesso di opera d’arte. Partendo dall’idea che un’opera d’arte è una tautologia in quanto rappresentazione del volere dell’artista, Kosuth mette in discussione la natura stessa dell’arte privilegiando la dimensione ideativa del lavoro piuttosto che quella produttiva e interessandosi più al vero significato dell’opera d’arte che al suo aspetto formale. Attraverso un’operazione radicale l’artista scarnifica l’oggetto artistico per arrivare alla completa corrispondenza tra l’opera e il suo significato. Poiché secondo l’artista stesso, l’arte dovrebbe essere funzionale anche da un punto di vista linguistico, l’utilizzo della parola e del suo codice espressivo riporta l’arte ai suoi valori essenziali fino a farla diventare essa stessa linguaggio.
Nell’opera “Seeing Reading” [Cobalt Blue] (“Vedere Leggere” [blu cobalto]), 1979, (non riprodotto) una serie di parole realizzate in neon blu cobalto riportano la seguente frase: “This object, sentence, and work completes itself while what is read constructs what is seen” (“Quest’oggetto, frase e opera si completa quando ciò che è letto costruisce ciò che è visto”). Vicina alle opere con neon degli anni Sessanta dove, ribandendo il concetto di tautologia, vi era una completa identità tra il significato dell’opera e la frase rappresentata, se ne distanzia in quanto, in questo caso, non avviene un’identificazione completa, ma piuttosto il senso del lavoro è dato dalla complementare e necessaria presenza dell’azione del vedere e del leggere che trovano il loro senso a termine della lettura della frase stessa.
Concettualmente simile è l’opera “No Number #8 (+216 After Augustine’s Confessions)”(“Senza numero #8 – +216 dalle confessioni di Agostino”), 1989, parte della serie di lavori nei quali Kosuth si riferisce al filosofo viennese Ludwig Wittgenstein. In questo caso la completa identificazione tra significato e oggetto rappresentato avviene grazie a tre lastre in vetro di dimensioni differenti che, sovrapposte l’una all’altra, recano serigrafata in inglese, la medesima frase di Wittgenstein ispirata alle Confessioni di Sant’Agostino: “È copiata diversamente – ma la copia è la stessa. Ma voglio dire: se si vede qualcosa di diverso, la copia deve essere diversa”.
Seeing Knowing (Vedere Conoscere), 2004, è invece un’opera più recente ideata da Joseph Kosuth appositamente per gli spazi del Museo di Rivoli. Pensata in due parti in ideale dialogo tra loro, l’opera è costituita da due pannelli illuminati, uno installato all’aperto sul tetto dell’edificio chiamato Manica Lunga, l’altro posizionato all’interno, al terzo piano del Castello. In ambedue i pannelli si può leggere – in quello esterno in italiano, nell’altro in inglese – la seguente frase tratta dagli scritti del filosofo Giovanbattista Vico (1668-1744): “Fa’ vero ciò che tu vuoi conoscere; ed io, in conoscere il vero che mi avete proposto il farò, talché non mi resta in conto alcuno da dubitarne, perché io stesso l’ho fatto”.
Un sistema utilizzato solitamente per una comunicazione di tipo pubblicitario e promozionale diventa così mezzo per la diffusione di un enunciato filosofico che fa proprio della conoscenza e dell’importanza dell’atto del conoscere la materia prima per la comprensione della vera natura dell’esistenza. [C.O.B.] “(1).

 

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