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Scheda: Soggetto - Tipo: Persona

Emanuele Artom (Aosta, 1915 - Torino, 1944)

Caduto per la libertà. Oppositore del Fascismo, nel maggio del 1943 si iscrive al "Partito d'azione". Viene catturato in Val Germanasca e, torturato, muore alle Carceri Nuove.


Nascita: 23 Giugno 1915

Morte: 07 Aprile 1944

01. La famiglia

Nato il 23 giugno 1915 ad Aosta, crebbe in un ambiente familiare colto e agiato. Il padre, Emilio, era insegnante di matematica; il fratello minore, Ennio (detto Ninìn), giovane dall'intelligenza vivace (da tutti riconosciuta, e in particolare dallo stesso Emanuele nei suoi Diari), poliglotta, laureato in lettere a soli 20 anni, morì precocemente nel 1940 in un incidente di montagna; la madre, Amalia Segre, laureata in matematica, sopravvisse al marito e ai figli e fu a lungo preside della scuola media ebraica di Torino intitolata al figlio Emanuele, del quale curò gli scritti mantenendone vivo il ricordo; lo zio, Elia Samuele, era stato un cultore instancabile di studi biblici e di storia ebraica antica. Ennio collaborò con Emanuele dal punto di vista culturale e formativo. Come responsabili, con l'amico Giorgio Segre, della biblioteca della Comunità ebraica, organizzarono conferenze e serate di studio da cui nascevano occasioni di dibattito e di approfondimento, piccola isola di libertà e di cultura
in un'Italia sempre più totalitaria e massificata.

02. La formazione scolastica

Emanuele Artom frequentò il liceo D'Azeglio dove ebbe come insegnante Augusto Monti (1881 - 1966), che lo iniziò alla filosofia crociana e allo studio della cultura classica. Dal D'Azeglio erano usciti anni prima Leone Ginzburg, Vittorio Foa e Carlo Levi, tra i massimi dirigenti della sezione torinese di Giustizia e Libertà, il movimento antifascista di Carlo Rosselli che fu il principio ispiratore della lotta partigiana di Artom. Entrò alla facoltà torinese di Lettere nell'autunno del 1933, l'anno stesso dell'ascesa al potere di Hitler. Durante il periodo universitario Emanuele fu allievo di Santorre Debenedetti (filologia romanza), Giorgio Falco (storia medievale e paleografia) e Augusto Rostagni (letteratura latina), docenti dei quali era noto il distaccato atteggiamento nei confronti del regime. Sia con Debenedetti sia con Falco Emanuele continuò, a diversi anni di distanza, a intrattenere rapporti amichevoli; in particolare, da Debenedetti ricevette in lettura i manoscritti di una scrittrice debuttante, Alessandra Tornimparte, pseudonimo di Natalia Levi Ginzburg, e fu probabilmente Falco a guidarlo nell'esercitazione di paleografia che si tradusse nell'edizione di uno dei suoi primi lavori, Una carta di franchigia nel sec. XIV a favore degli uomini di Arnaz. Rostagni, infine, presentò nell'aprile del 1936 all'Accademia delle Scienze un altro suo articolo, Su Alessandra, la regina dei Farisei. Il suo percorso di studi terminò nel 1937 con la discussione a Milano (il passaggio all'ateneo milanese fu compiuto per seguire il professor Mario Attilio Levi) di una tesi in storia antica, Il tramonto degli Asmonei, lavoro agevolmente collocabile in quell'ambiente universitario torinese che fin dagli anni Venti aveva visto fiorire altre giovani promesse della storiografia italiana, quali Piero Treves e Arnaldo Momigliano.

03. Lo studioso

Le aspirazioni e gli interessi di Artom si erano rivolti, fin dal periodo universitario, verso una futura attività di insegnamento. Tuttavia, a nemmeno un anno dalla laurea si abbatterono sull'ebraismo italiano le leggi razziali che, tra le altre privazioni, impedivano agli ebrei ogni attività al pubblico di tipo intellettuale. Gli studi di Artom si svolsero allora su due strade parallele: da una parte quelli di antichistica, dall'altra quelli di storia ebraica. Nell'ambito dei primi prestò il proprio contributo al Grande dizionario enciclopedico UTET e iniziò la collaborazione con la casa editrice Einaudi, per la quale intraprese nell'ottobre del 1941 la traduzione di Polibio, mai giunta a compimento. Per la collana "Universale" einaudiana tradusse, su incarico di Pavese, il secondo libro delle Storie di Erodoto, che uscì postumo dopo la Liberazione preceduto da una breve prefazione del traduttore. Altri brevi saggi e recensioni erano già stati pubblicati tra il 1935 e il 1937 sul "Bollettino storico-bibliografico subalpino". Relativamente alla storia ebraica, dopo la tesi Artom scrisse un libretto per le scuole elementari, Principi di storia e cultura ebraica. Si dedicò quindi allo studio della storia degli ebrei d'Italia (pubblicati sulla rivista "Rassegna mensile di Israel") e in particolare di un suo significativo esponente: il patriota e letterato mazziniano socialista sansimoniano David Levi di Chieri. Le Memorie del Levi, nelle loro diverse redazioni manoscritte inedite, erano conservate al Museo del Risorgimento di Torino. Dopo il 1938 Artom iniziò a interessarsi a quell'ingente materiale; potè consultarlo, schedarlo, trattarlo criticamente. Avrebbe probabilmente desiderato comporlo in un testo unitario in cui ampi stralci bibliografici del Levi fossero alternati a osservazioni e annotazioni del curatore. All'anno scolastico 1941-42 risalgono le lezioni tenute al liceo ebraico di Torino, raccolte nel dattiloscritto postumo del 1960 Lezioni di storia e cultura ebraica.

04. Artom e l'Ebraismo

"A dire il vero fino a diciotto anni non provai interesse alcuno per l'ebraismo; entrato all'Università, feci un primo lavoro sulla decadenza degli Asmonei, che ampliato divenne la mia tesi, poi scrissi il libretto di storia ebraica per le scuole elementari, studiai la storia degli ebrei in Italia ecc. Questa attività puramente culturale si accompagnò ad una pubblica; il Rabbino mi fece fare delle conferenze e delle lezioni, partecipare al giro dei Sefarim, mi affidò la biblioteca, andai a raccogliere denaro per le opere sionistiche e per i profughi, organizzai feste, gite ecc. In questi sei anni l'ebraismo ha occupato molto del mio tempo come studio e come pratica" (Diari, 3 settembre 1941). Un aspetto essenziale dell'ebraismo professato da Emanuele Artom fu l'avversione per ogni forma di nazionalismo (ivi compreso il suo distacco dalla corrente nazionalistica del movimento sionista). Detestava ogni forma di violenta sopraffazione di una nazione sulle altre: il nazionalismo che, sotto qualsiasi veste, si atteggiasse a religione non di Dio, ma di una nazione, di un popolo. A questa critica era correlata l'ideale di un'umanità al di sopra delle patrie e la necessità di avviarsi verso forme di superamento delle nazioni mediante istituzioni di stampo federalista. "In che modo lo concepisco? Postomi il problema, per risolverlo razionalmente e storicamente giunsi a questa prima conclusione: l'ebraismo non è una religione, perché molti ebrei si considerano tali senza credere in Dio o credendovi in modo diverso dalla teologia ebraica, dato che questa ci sia; non è una razza, perché gli etnologi affermano il contrario; non è una patria, perché noi ci sentiamo legati alla terra di nascita; è una quarta cosa, unica tra gli uomini: siamo avvinti da una tradizione, come lo si può essere da una solidarietà di fede, di sangue o di luoghi; appunto perché è unico al mondo non ha un nome comune, che serve per indicare le entità dello stesso genere [...]. Colpito dalla storia dell'ebraismo, pensai che se si voleva salvare l'ebraismo era necessario andare in Palestina, poiché ovunque prima o poi sarebbero stati perseguitati [...] il dolore che avrei sofferto a separarmi dalla famiglia, dagli amici, dal Piemonte, le vittorie della Germania sui piccoli stati, Polonia, Belgio, Olanda ecc. che mostravano come lo Stato Ebraico con pochi milioni di abitanti non avrebbe potuto assolutamente difendersi, raffreddarono i miei entusiasmi nazionalistici, che altro non furono se non una rapidissima vampata" (Diari, 3 settembre 1941).

05. I diari

Dal 1° gennaio 1940 Emanuele Artom inizia a redigere regolarmente i suoi Diari, attività che porterà avanti fino al febbraio del 1944, poche settimane prima di cadere nelle mani dei fascisti. La stesura dei Diari si estende su due periodi:  il primo prende avvio dagli anni torinesi vissuti in famiglia, durante i quali egli svolge la sua attività di studioso e intellettuale; comprende i bombardamenti su Torino e l'inasprirsi dell'odio antisemita, terminando infine con il momento dell'assunzione di coscienza politica e la conseguente decisione di prendere parte attiva alla lotta partigiana; il secondo periodo è relativo agli anni di lotta partigiana nelle valli Pellice e Germanasca.

06. I diari - 1942 - I bombardamenti su Torino

Nell'ottobre del 1942 gli giunge la cartolina precetto che lo chiama al lavoro manuale obbligatorio (precettazione disposta dal Ministero dell'Interno il 6 maggio 1942 per gli appartenenti alla razza ebraica). Il 6 ottobre gli ebrei precettati vengono adibiti ai lavori di piazza Sofia. Ottolenghi, figlio del noto fotografo, si presenta in pantaloni e guanti bianchi e anche Emanuele scherza con i propri amici sulle abilità necessarie per diventare un buon manovale. Appunta sui suoi diari con tono leggero: "Tra me e un operaio intercorre questa differenza: io posso fare dei lavori manuali e l'operaio non può fare dei lavori letterari; io sarò un legnaiuolo migliore di quanto un operaio possa essere un insegnante o uno scrittore. Ma non voglio stancarmi" (3 ottobre 1942). Una affermazione che appare quasi tragicamente inconsapevole del baratro che sta per spalancarsi. Nel novembre del 1942 Torino viene bombardata dagli Alleati. "Il primo grande bombardamento di Torino. Ad un tratto si sentì un fortissimo colpo e si spense la luce. Era stata colpita una parte della casa vicina. I serrami dei negozi infranti. Subito corsero dei ladri che vennero arrestati mentre stavano rapinando fra le macerie. Avranno pena tripla. Poi i soldati circondarono i negozi. Tornati su si trovarono i vetri in gran parte rotti, non più luce, non più acqua. Pare che Torino sia stata molto colpita da tutte le parti" (19 novembre 1942). Artom rileva con acume un paradossale sentimento diffuso tra la gente colpita dai bombardamenti: "Curiosa la folla negli allarmi; in molti la paura si accoppia con il desiderio che il colpo sia grosso, desiderio che mai confesserebbero, ma che tradiscono con i loro atti; al caso vero esso sparisce e sono colti da terrore" (19 novembre 1942).

07. I diari - 1942 - 1943 - Moriondo - La scelta partigiana

Nei giorni successivi il Tempio viene bruciato e l'orrore inizia a farsi concreto in Emanuele, tanto da indurlo a redigere il proprio testamento. L'inconsapevolezza, che sembrava caratterizzare il suo pensiero fino ad un mese prima, sembra ora spazzata via a favore di una coscienza tragica del proprio destino: "Faccio fissare lasciti forti ai miei più cari amici. Questa sensazione che si può perdere tutto, anche la vita, già cominciata con la campagna antisemita e ora divenuta più forte con l'aumentare delle probabilità, è molto educativa, perché insegna che siamo delle particelle trascurabili del mondo e che dopo la nostra morte il tutto procederà come prima" (21 novembre 1942).
I bombardamenti continui degli Alleati sulla città, uniti al clima fortemente antisemita che si è ormai diffuso, costringono gli Artom a sfollare a Moriondo, nei pressi di Chieri. Le pagine del diario di Emanuele relative a questo periodo sono sconsolate e umanissime: al giovane intellettuale di città appaiono per la prima volta la meschinità e la violenza compiute dopo la caduta del fascismo del 25 luglio 1943 sui suoi stessi nemici. "Ieri assistetti a una scena vergognosa. Il segretario politico di Moriondo era, a quanto si dice, una canaglia. Perciò fuggì dal paese. Mentre passavo in piazza diretto a Castelnuovo, vidi una folla di più di cento persone che assisteva indifferente al saccheggio di alcuni vandali che rompevano i mobili della casa del segretario [...] Certe manifestazioni giustificabili nel primo giorno, sono ancora più vili nel terzo" (29 luglio 1943).
È nel periodo di Moriondo, tra la caduta del fascismo e l'armistizio dell'8 settembre, che matura in
Emanuele l'avvicinamento ideologico al movimento antifascista di Giustizia e Libertà. Artom condivideva pienamente gli ideali del movimento di Carlo Rosselli, che lottava per un cambiamento radicale della società italiana, rompendo con intransigenza con il fascismo
ma anche con l'Italia pre-fascista. Il giorno successivo all'armistizio, il 9 settembre del 1943, Emanuele si iscrive volontario al Partito d'Azione, di cui Giustizia e Libertà è dal 1942 uno degli elementi costitutivi.

La scelta partigiana è immediata. L'11 o il 12 settembre 1943 Artom lascia Moriondo per recarsi in Val d'Angrogna. Il 7 novembre entra nelle bande di Italia Libera della Val Pellice, col nome di copertura di Eugenio Ansaldi. Venne subito inviato a Barge, come delegato del Partito d'Azione presso il comando garibaldino di Barbato (nome di battaglia di Pompeo Colaianni). L'impatto con la vita partigiana è duro, e non si rivela corrispondente alle aspettative idealistiche del novello combattente; come sempre, però, Artom analizza la situazione con lucidità scevra da retorica: "La vita di un bandito è molto complicata e succedono infiniti incidenti. Per esempio ieri tre: avevo scritto di un aviatore *** che minacciò con la rivoltella un ragazzo perché era stato asportato un ritratto di Muti [console generale della milizia fascista]. Nella notte cercarono di ucciderlo senza riuscirvi [...] Altri due episodi: un partigiano ubriaco litiga con un carabiniere e vien portato in carcere per qualche ora, poi rilasciato. Un altro ingravida una ragazza. Bisogna scrivere questi fatti, perché fra qualche decennio una nuova retorica patriottarda o pseudo liberale non venga a esaltare le formazioni dei purissimi eroi; siamo quello che siamo: un complesso di individui, in parte disinteressati e in buona fede, in parte arrivisti politici, in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania, in parte spinti dal desiderio di avventura, in parte da quello di rapina. Gli uomini sono uomini" (settembre/novembre 1943).
Ai primi di dicembre del 1943, Emanuele Artom muove verso la Val Pellice dove viene nominato commissario politico presso i gruppi di Giustizia e Libertà, e in particolare svolge la sua attività presso le basi della Sea, degli Ivert e del Bagnau. Verso la fine del mese successivo si sposta in Val Germanasca dove si stanno organizzando, al comando di Roberto Malan, alcuni gruppi di partigiani fatti venire dalle valli del Pellice; laggiù Artom continua a svolgere il suo incarico.

08. I diari - 1944 - La cattura

La redazione dei Diari si interrompe il 23 febbraio 1944. Nei giorni seguenti Artom svolge incarichi organizzativi e politici in Val Germanasca, instancabile nella sua opera di chiarificazione politica sia con i singoli sia con i gruppi. Durante questo periodo egli si occupa della  riorganizzazione delle istituzioni e dei servizi civili, in particolare della scuola, nell'ambito della valle liberata dai fascisti già alla fine di gennaio. Verso il 17-18 marzo prende parte alla battaglia di Perosa Argentina. Pochi giorni dopo ha inizio il grande rastrellamento da parte dei nazifascisti, effettuato contemporaneamente in Val Germanasca e nelle valli del Pellice; i partigiani, data la disparità delle forze, si ritirano sui monti senza opporre resistenza. Artom viene visto ancora a Perrero quando già la colonna tedesca fa ingresso nel paese. Artom risale la valle con Ruggero Levi, Gustavo Malan e Giorgio Segre, per raggiungere la Val Pellice attraverso il Colle Giulian. Non hanno armi, ed è con loro un prigioniero. Giunti in prossimità del colle si trovano improvvisamente di fronte un gruppo di cinque o sei SS italiane armate e, non riuscendo a capire se si tratti di partigiani o di fascisti, mandano avanti il prigioniero: sono certi che si tratta di fascisti quando, dopo averli esortati ad avvicinarsi fingendosi partigiani, costoro passano alle minacce. Per Emanuele e i suoi compagni non resta scampo che nella fuga. Gustavo Malan per una via e Giorgio Segre per un'altra riescono ad allontanarsi, ed esortano Emanuele e Ruggero Levi a fare altrettanto. Emanuele, che da tre giorni non dorme, proprio in quel punto, mortalmente stanco, crolla e non riesce proseguire. Dichiara con disperata rassegnazione "Io non posso!" Levi, che gli è fortemente legato, si rifiuta di abbandonare Emanuele: vengono arrestati entrambi.

09. La prigione e la morte

Artom viene dapprima rinchiuso nel municipio di Bobbio e quindi tradotto, insieme a Iacopo Bombardini e ad altri partigiani catturati nel corso del rastrellamento, alla caserma degli Airali di Luserna. Durante il trasporto in camion ha ancora il tempo di disfarsi di documenti che ha con sé, sminuzzandoli e facendoli scivolare attraverso le assi del camion. Giunto nel carcere viene riconosciuto da un suo ex prigioniero, che rivela il suo vero nome. Appurato da parte dei tedeschi che si tratta di un ebreo, ha inizio il calvario di Emanuele. Gli vengono inflitte terribili torture, e alcune sue foto scattate al termine delle sevizie infertegli vengono pubblicate, con la dicitura "Bandito ebreo catturato", sulla rivista "Der Adler", settimanale bilingue distribuito ai soldati tedeschi e italiani. Ormai allo stremo pensa di suicidarsi, ma i tedeschi lo perquisiscono e lo trovano in possesso di un pezzo di vetro. Di fronte alle minacce di uccidere i suoi compagni in caso di suicidio, Emanuele rinuncia ai suoi propositi per non pregiudicare le vite dei suoi amici. Il 31 marzo Emanuele, Jacopo Bombardini e altri prigionieri sono trasportati a Torino, nel braccio delle Carceri Nuove controllato dai tedeschi. Il 7 aprile gli aguzzini trovano nella cella il corpo esanime di Artom, ucciso dalle torture e dalle percosse; quattro partigiani prigionieri ricevono l'ordine di seppellirlo in un bosco nei pressi di Stupinigi sulle rive del Sangone. Il luogo esatto della sepoltura non verrà mai identificato (1)

Note

(1) La scheda è tratta dai testi della mostra Emanuele Artom 1915-1944 realizzata dalle Biblioteche civiche torinesi in collaborazione con la Biblioteca "E. Artom" della Comunità Ebraica di Torino, allestita in occasione della pubblicazione Emanuele Artom. Diari di un partigiano ebreo gennaio 1940 - febbraio 1944 a cura di Guri Schwarz (Bollati Boringhieri, 2008), dall'8 maggio al 29 giugno 2008 nel Mausoleo della Bela Rosin.

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