Scheda: Soggetto - Tipo: Persona

Pietro Piffetti (1701 - Torino 1777)

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Ebanista. Fino al 1731 è attivo a Roma, affermandosi come eccezionale ebanista specializzato soprattutto negli intarsi di madreperla, avorio, osso, tartaruga, bronzo. In seguito divenne primo ebanista di corte al servizio dei Savoia a Torino, dal 1731 alla sua morte nel 1777, prima sotto il regno di Carlo Emanuele III (1731-73) e poi del figlio Vittorio Amedeo III (1773-1777). Fu a fianco dei Regi architetti Filippo Juvarra e Benedetto Alfieri, che governarono le fabbriche del Palazzo e le architetture di interni, senza però mai ridursi a un ruolo di sudditanza artistica.
Lo storico dell'arte Alvar Palacios Gonzales definì Piffetti il maggior ebanista del 1700 e tra i più grandi artigiani che l'Europa abbia mai conosciuto.

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La vita

Pietro Piffetti nasce a Torino il 17 agosto 1701 da Giuseppe, falegname, e Margherita Secondina Maggi, donna analfabeta e povera, che  abitano nella zona del Duomo.
Nel dicembre 1708 la mamma muore e viene seppellita nel cimitero del Duomo, il piccolo Pietro ha sette anni. Su di lui ha influenza soprattutto nonno Pietro, che lavora il legno, e nonna Lucrezia.
Dopo appena 45 giorni  suo padre, nel gennaio 1709, si risposa, e dalle nuove nozze nasceranno altri 5 figli. Per mantenere tanta prole il padre Giuseppe cambia attività. Lascia il lavoro di falegname  e apre un’osteria con bisca, nella parrocchia del Duomo, e in quest'ambiente difficile e in una famiglia rissosa cresce Pietro Piffetti.
Nessuno dei suoi fratelli studia, ma Pietro vuole elevarsi e ne ha i mezzi intellettuali. Poiché sembra quasi impossibile che la sola passione da autodidatta e le sole frequentazioni gli abbiano permesso di conseguire una cultura così profonda, si ipotizza che, a essersi accorto del suo potenziale e a dargli un'educazione e istruzione, sia stato un religioso della chiesa di San Filippo Neri, congregazione a cui rimarrà sempre legato.
In gioventù frequenta, a Torino, la bottega di un maestro ebanista, probabilmente, Luigi Prinotto, dove  apprende i segreti tecnici dell'ebanisteria.
Nel 1721 Pietro consegue, presso l'Università dei Mastri Minusieri, il titolo professionale di Ebanista.
Nell'ottobre 1722 si sposa in Duomo con Lucia Margherita Burzio, e dal matrimonio non nasceranno figli. Nel  1727 firma il suo primo mobile.
In seguito, per il suo incredibile talento, viene notato nel laboratorio di Prinotto da qualcuno in contatto con la Corte, che lo manda  a studiare a Roma per perfezionarsi, ospite forse dell’ambasciata sabauda.
Nel 1730 il re Carlo Emanuele III, affascinato dalle opere del giovane ebanista e tramite l'influenza del Marchese d'Ormea, che aveva già richiesto sue opere da Roma, gli ordina  lì8 novembre dello stesso anno, di tornare a Torino «perché non gli sarebbe mancata mai occupazione né ricompensa». Il re gli invierà 60 scudi per il viaggio di ritorno. Il rientro in città avviene nel giugno 1731.
Il 13 luglio 1731 è nominato ”Primo ebanista di corte” e va ad abitare e a lavorare nei mezzanini dell’Ateneo, in via Po 15, dove avevano residenza gli artisti al servizio del sovrano. La sua paga e' di 500 lire l’anno. Non vi sono certezze né notizie sul numero di collaboratori nella sua bottega dove nasceranno i suoi capolavori.
Nel 1735 Pietro Piffetti, molto religioso, entra a far parte dell’Arciconfraternita dello Spirito Santo, pio sodalizio nell’omonima chiesa di via Porta Palatina 7. Piffetti ne diviene animatore e in seguito "Sindaco", poi dirigente dal 1741 al 1743.
Il ruolo gli offre l’occasione di ampliare le sue relazioni poiché le confraternite religiose dell’epoca non sono solo enti caritatevoli, ma ritrovo di scelta intellettualità e di importanti personaggi di Corte. In tal modo egli conosce e riesce poco alla volta a introdursi nell'elite' della società torinese. Sigilla  il suo raggiunto stato sociale con l’acquisto di una propria villa con vigna in collina, presente nella Carta della Caccia 1762  come Vigna Piffetti (in seguito Villa Terracini).
Nel 1770 muore l’amata moglie Lucia Margherita, cui Pietro sopravvive ancora per sette anni. Un malessere ignoto lo sorprende il 6 maggio 1777, la morte arriva il 20 maggio. Viene seppellito con umiltà, con una modesta lapide nella Cappella della Curia Regia, in un tumulo particolare del Duomo. Il suo epitaffio lo ricorda come "A Pietro Piffetti, Ebanista di Sua Maestà, morto il 20 sepolto il 21 maggio 1777 in eta' d'anni 77" (forse da ciò nasce l'errore dell'anno di nascita che fino a pochi anni fa si riteneva fosse l'anno 1700).
Nel secondo dopoguerra, a seguito di ristrutturazioni , i tumuli vengono eliminati e i  resti  di Pietro Piffetti verranno confusi ed ammassati in un ossario comune del Duomo,
La cospicua eredita' di Piffetti, compresi i mobili rimasti in bottega, va  al nipote Giuseppe Panto, «mastro di stalla del Re», che decide di vendere tutto, tramite una lotteria, con regia patente del 30 novembre 1779, che avviene in piazza delle Erbe, a Palazzo Civico. Dalla vendita  viene incassata la  notevole cifra di 19.930 lire.

Le opere

Produsse  circa 220 opere di cui 70 sono giunte a noi. Molte di queste, circa la metà, sono a Torino e in Piemonte. Oltre che in collezioni private, si trovano nelle più importanti sedi espositive della città.
In particolare si segnalano:

- Museo Accorsi Ometto- Con ben 10 opere, e' una delle collezioni piu' vaste al mondo, tra cui il doppio corpo (1738), considerato dalla critica internazionale il mobile piu' bello del mondo.
- Palazzo Reale. Gli arredi dell'Ufficio del Segreto Maneggio degli Affari di Stato (1731-1733) e due pregevoli pregadio, mobili e il tabernacolo della Cappella Regia.
- Palazzo Madama - Museo Civico di Arte Antica. Conserva mobili tra cui un inginocchiatoio, un crocefisso e un raro planetario (1739) funzionante.
- Chiesa San Filippo Neri. Paliotto (1749)
- Chiesa dello Spirito Santo. Croce processionale (1730)
- Palazzo Chiablese. Doppio corpo (1768)
- Villa della Regina. Nell'appartamento del re era collocata la Libreria del Piffetti (1735-40) che venne trasferita nel 1879 al Palazzo del Quirinale a Roma, con altri arredi provenienti da Palazzo Reale e da altre residenze sabaude, tra cui un prezioso doppio corpo. Nella stanza dove era collocata la libreria è ancora conservato il pavimento a palchetto intarsiato eseguito dal Piffetti e vi sono stati ricollocati gli sgabelli, già, in origine, destinati a completare l'arredo della stanza. Le sputacchiere per il tabacco da fiuto pensate per la sala della libreria sono invece conservate nella Palazzina di caccia di Stupinigi.

 

Si segnalano inoltre:

Collezione Fondazione Francesco Federico Cerruti per l'Arte,Rivoli- Scrivania con scansia detta Ashburton Cabinet (1770 ca.) che testimonia la produzione tarda del Piffetti con un'eleganza piu' misurata testimone del cambio del gusto della seconda metà del '700.

 

Gallerie d'Italia- Collezioni Intesa San Paolo sede Torino tavolo da muro, gemello del tavolo conservato a Londra al Victoria and Albert Museum (1740).

 

E in Piemonte:

Palazzina di Caccia Stupinigi- conserva alcuni mobili ed oggetti, tra cui l'inginocchiatoio (1749) sul cui piano e' incisa la frase tratta dal Vangelo di  San Giovanni “ Domine tu scis quia amo te” (Signore tu sai che io amo te).

 

Reggia di Venaria- conserva alcuni oggetti di Pietro Piffetti, tra cui un pregevole cofanetto da toeletta (1738).

 

A Carignano (Ospizio di Carità) e a Benevagienna (Confraternita dei Disciplinati Bianchi) tre Tronetti per l'Esposizione Eucaristica e a Chivasso un Tabernacolo conservato nella Chiesa della Madonna di Loreto.

 

La sua tecnica

Dopo aver costruito la struttura portante, lo scafo, del mobile, in genere in pioppo o noce anche con l' uso del vapore acqueo per piegare/curvare  il legno, Pietro Piffetti passava alla lastronatura, ossia all'applicazione sulla base di legno massiccio, di legni rari o materiali preziosi dello spessore di appena 2 mm.
La lastronatura veniva incollata alla base con colla di origine animale applicata a caldo detta "colla cervione" che è stata  ritrovata durante i restauri al Centro Restauro della  Venaria; lo rivestiva quindi con sottili fogli di legni pregiati, spesso esotici, combinati con riguardo alle loro caratteristiche di venatura e colore in modo da ottenere effetti decorativi e cromatici.
In particolare, usava vari tipi di palissandro anche in varietà bois de violette (Brasile e Africa sub sahariana, di cui é vietato il commercio dal 1992), sandalo (da Asia, Australia, isole Pacifico), ebano (Sri Lanka) a volte sostituito con il meno costoso pruno. Aggiungeva poi  il carapace di tartaruga (Carretta Carretta dalla Sicilia), metalli, madreperla e avorio (proveniente dall'Africa) inciso a bulino, colorato con inchiostro di china e con pigmenti naturali (minerali rosso cinabro o mercurio o animali) e bruciature, per dare ulteriori sfumature. A volte il mobile veniva arricchito con parti scolpite in legno e in bronzo opera di Francesco Ladatte.
In ultimo l'oggetto veniva  lucidato con cera.

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