MumoArtuticodi Vienna
Chiesadel Cormine-formo
necessità pubblica cui i Sovrani non restano indiffe
renti, tanto che alle loro Corti chiamano architetti,
pittori, scultori non più per un orgoglio personale,
per un prepotente individualismo come ai tempi
della Rinascenza, ma perchè anche lo splendore ar
tistico è divenuto mezzo di governo, un'accortezza
politica; tutti applaudono e vogliono l'espressione
ultima della moda, cioè di quel che passa e cangia,
e di per sè è necessariamente frivolo. Perciò l'arte
come non mai si fonde col costume, l'una è specchio
dell'altro, l'uno dall'altra prende esempio. Ormai
l'arte è un fatto di masse, e non v'è stupore allora
che le vette si abbassino alle valli, anche se queste
\alti ci appaiono amene, deliziosamente fiorite,
amabilmente abitabili.
Ciò si verifica nell'èra barocca in tutta Italia; ma
dire che neppure in Piemonte si sfugge alla legge
è — come la rassegna torinese dimostra — troppo
poco. In Piemonte è dal finir del Cinquecento che
la Dinastia regnante s'è consolidata nelle persone
di grandi sovrani. Guerre e vittorie, sconfìtte e ca
lamità, ambizioni di Principi ed acquisti territo
riali. abilità politiche e provvidenze popolari hanno
'tretto legami fortissimi fra la Casa regnante e la
^ente governata. Possono esservi state parentesi di
lotte civili, ma il popolo non ha mai rinnegato i
suoi monarchi : a questi la nobiltà è fedele, anzi ne
è l'emanazione, e non sussiste fra Sovrano e feu
datari il dissidio su cui si impernia la gran lotta per
l'unità politica francese della quale è protagonista
Richelieu. Il Piemonte veramente per due secoli fa
blocco intorno ai suoi Principi (e lo farà fino ai
moti del '21), i quali sono l'esempio del popolo:
anche quando questo popolo soffre e vorrebbe sosta
al continuo guerreggiare. Durante i due secoli ba
rocchi quando si dice Piemonte, si dice Casa Savoia,
fc questa una realtà che conviene tener presente se
si vuol comprendere il perchè dell'unità dell'arte
piemontese nel Sei e nel Settecento, unità che ha
riscontro in Francia nel lungo regno dei due Luigi,
ma che forse invano si ricercherebbe in altri Paesi
d'Europa. Tutto ciò quindi che il Piemonte rea*
lizza in questi dueceut’anai, lo reaiin a attraverso
la Corte; e non soltanto perchè è il Sovrano sabaudo
a volere gli ampliamenti torinesi (Piazza San Carlo
0 Via Po, Via Nuova o Zona dei Quartieri) in cui
urbanistica e architettura si fondono nelle menti dei
Castellamonte, dei Vittozzi, dei Juvarra; ma perchè
la Corte serve di modello alla nobiltà e al i. ... e
1Barolo, gli Ormea, i Craneri, le curie, le confra-
Pissida In ar(*nto con smalti traslucidi
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tartara di ar(aati«rl piamontasl (2‘ matà dal sac. XVIII)
(sac. XVIII) •
Duomodi Verceli
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parire di quel compromesso culturale dal quale do
veva nascere il gelido Neoclassicismo.
Ma chi abbia occhi per
vedere
i caratteri estetici
limpidamente dichiarati dalla Mostra torinese, sco
pre anche altre ragioni, forse più precise e co
munque altrettanto imperiose, dell'accennata unità
stilistica. Siamo infatti nei secoli in cui l'ingegno
creativo, le facoltà poetiche nell'àmbito plastico,
cominciano a divulgarsi, a generalizzarsi, a livel
larsi in una più ampia comprensione pubblica :
quella comprensione che spiega il /
terchè
, poniamo,
delle bambocciate del Graneri e dell’Olivero, e la
amenità discorsiva della pittura del Cignaroli. È
forse questo il primo passo verso una « democra
tizzazione » (fenomeno tipicamente moderno) delle
possibilità inventive dell'arte e dell'attitudine delle
masse a goderne. Ciò avviene ancora, si capisce, in
un'atmosfera privilegiata, in una cerchia di
élites
( però sempre più vaste), cosi come, in altro campo,
potè essere a modo suo rivoluzionaria l'Enciclo-
pedia; ma per quanto limitato ad una nobiltà e bor
ghesia benestante il fenomeno non sminuisce la sua
importanza. Insomma. al fatto
arte
— un'arte in
tesa nel senso umanistico di supremazie individuali,
di veri e propri culmini della pittura, della scul
tura, dell'architettura, alti spazianti sopra una folla
quasi estranea e sullo spicciolo artigianato — gra
datamente subentra il fatto gnxfo. Ed è un gusto
che dal dipinto va all'arazzo ed alla stoffa, dalla
statua va alla maiolica, alla miniatura, al ventaglio
e a cento piccole galanti bagattelle deliziose, dal
l'architettura "va alla scenografìa e all'apparato da
festa e al carosello, e quindi via via dilaga al mo
bile, al paravento, al parafuoco, all'alare, al la
vabo, alla pentola, allo zoccolo dipinto o intagliato.
In tutte le case abbienti questo desiderio d'ornato
si diffonde. Processioni e funzioni religiose parteci
pano a questa velleità di splendore; il linguaggi0
stesso militare e quello degli editti è permeato di
un senso pittoresco, ora aulico, ora iperbolico, che
adorna di svolazzi le verità più umili. Tutti com
prendono questo linguaggio ormai divenuto univer
sale; tutti gustano la belleua che ormai si è fatta
— ed il rinnovamento edilizio lo conferma — una
barocco, giustifica quella perfetta unità stilistica,
quell'armoniosa concomitanza di sforzi e di modi
espressivi che caratterizzano il tempo compreso fra
gli ultimi bagliori del Rinascimento ed il primo ap-




