quando Paolo tornò da feerlino? Ma su questo oì
sarebbe altro da dire, e poi vediamo che non nuoce
alla solida economia del romanzo, che è l'espres
sione del turbamento scontento di un piovane che
ha fatto la guerra, crede di poter rivivere, nia non
sa essere imitatore del suo predecessore Antonio
Kàrdàr: vede invece sfaldarsi illusioni e certezze,
si vede solo e smarrito in una società che non sa
più ritrovare la sua via, non può più guarire dopo
la grande malattia della guerra che ha fatto nascere
la crisi abbattutasi su uomini e cose. Questo è da
riattaccarsi a quanto ho detto prima, al fatto cioè
dell'aderenza del Kòrmendi alla vita del suo tempo,
per cui arriva senza timori e incertezze ad un'ana
lisi spesso spietata di esso.
Così può nascere un romanzo come
Peccatori
, dove
di tutti gli elementi precedenti rimane soltanto più
il motivo centrale: un'immensa stanchezza, un
complesso di sensazioni volta a volta lineari e com
plicate, logiche e assurde, riflessi di stati d'animo
collocati in pieno clima di crisi : anzi, da tutto sorge
l'immagine della crisi stessa, soffocante e avvilente.
I personaggi si muovono come automi nell aria
tragica della loro vita. Desideri assurdi, bassezze,
viltà, azioni irrazionali, smarrimenti.
Giuseppe Magos, al suo primo appuntamento con
una donna, va in una salumeria di lusso a com
prare un'infinità di cibi indigesti e fa sfumare stu
pidamente i soldi rubati. Non c’e stato un motivo
per il rubare, non c'è motivo in quella quantità
di cibarie soffocanti, non c'è motivo nel buttar via
i pochi soldi rimasti in un tombino della strada,
tanto nessuno penserà mai d'incolpare lui. il ra
gazzo un po' strano dai desideri nascosti e dalla
vita triste.
Così pure quando Gabriele Balta, l'ingegnere, sco
prirà l'assassino, si farà tacito complice del ragazzo
omicida e finirà d'incolpare se stesso del delitto.
Tutto questo senza un motivo logico, senza una
necessità, una costrizione. Ogni atto è dettato esclu
sivamente dall'atteggiamento morale dei perso
naggi. dal clima in cui vivono. Non c'è altro che
quella profonda irrimediabile stanchezza, quel
continuo scontento, quel vagare smarrito
da
un
tentativo a un altro, fino alla rinuncia ad ogni
cosa desiderata. Momenti singoli dell'accadimento
universale: Giuseppe Magos diventerà certamente
operaio scelto e poi, da vecchio, portiere
al
posto del padre, come se fossé onesto: nessunà
traccia del furto e del delitto, nessun rimorso,
sopratutto. Gabriele Balla, innocente, sarà portato
dalla sua sola stanchezza a farsi autoaccusatore di
un delitto non commesso: bisogno di addossarsi lu
colpa non di quel solo caso specifico, ma tutte le
colpe della sua generazione, che non è più la gene
razione felice, ma è quella scontenta incerta arida
di una crisi senza rimedio.
('osi sorge qualche volta nel lettore il desiderio di
rompere la monotonia esasperante di questo tempo
morto. Sono i personaggi secondari deU'^rrenfuni
e della
Generazione
, scialbe figure di suicidi mo
rali e materiali, i Keleinen, i Giorgio Hegediis,
che qui sono portati in primo piano, fino alla so
luzione del loro dramma. Nonostante l'apparente
sospensione del finale, una soluzione c'è, sia pure
morale, ed è anche questo che c'interessa.
L'Av
ventura
si chiude con una scena di effetto cine
matografico, sfondo del romanzo; la
deaerazione
,
con un timido ritorno ad una speranza stanca,
ricavata dal ricordo;
Peccatori
finisce con una con
fessione volontaria, un auto-annullamento del pro
tagonista: forse un bisogno di purificazione attra
verso la confessione, una specie di misticismo della
crisi, o un bisogno di ingrigire ancora la cappa
plumbea di questo cielo senza Dio?
Ad ogni modo, sempre grande aderenza al tempo,
anche attraverso la liberazione artistica, anche in
que»>to portare sulla scena figure grige che paiono
più frequenti ora, ed hanno preso il posto degli
eroi antichi nel romanzo, che ha presi» il posto del
poema antico.
Elementi sostanziali e apparenti, fusi in un'arte
che vive intensamente e lascia sempre sperare
nuove soluzioni, osservando la quale appare fuori
luogo tanto l'appunto che il panegirico, ma sol
tanto la comprensione attraverso lei stessa, che si
snoda e si avvolge attorno alla nostra crisi, e la
documenta; in modo da lasciare adito all'autore
per una nuova analisi di nuovi aspetti, ed agio al
critico per una più profonda e completa osserva
zione nel tentativo di inquadrare l'opera nella
storia non soltanto letteraria del nostro tempo, in
cui, da un pezzo, abbiamo maggior esperienza del
bisturi che non dellTppogrifo, e la nostra profonda
conoscenza del male si accompagna ad una più acuta
nostalgia del bene.
PINO BAVA




