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Bimncio

di

un

postulato

sociale

I

l problema di una partecipazione operaia all’an-

damento economico delle aziende torna insi­

stentemente — ad intermittenze «li tempo più

«> meno brevi — alla ribalta del pubblico dibat­

tito. E non soltanto da noi. In «piasi tutte le

nazioni ad economia sviluppata, la necessità di

attenuare le asprezze del regime salariale ha

indotto gli studiosi uUYlalxirazione di nuovi prò-

g«*tti di riforme sociali. Fra i più discussi e criti­

cati troviamo senza dubbio «piello tendente ad

estendere alle maestranze i lu e tic i economici che

derivano dal complesso di un'attività industriale

»• «•ommerciale.

Precisiamo subito: se potrebln* essere azzardato

affermare che il principio partecipazionista abbia

avuto il pieno suffragio «ldl'esperienza, occorre

puri* anche ricordare le condizioni di tempo e «li

luogo in cui tale esj>erimento fu chiamato a supe­

rare la prova «Iella realtà.

Qualsivoglia innovazione nei rapporti fra capitale

«• lavoro, presuppone — com’è risaputo — negli

«*l«*menti che lo debbono attuare un’adeguata pre­

disposizione durevole. Ora, nel caso nostro, codesto

fattore morale è quasi sempre mancato. Anzi...

da una parte le folle operaie, ipnotizzate dal mito

«h-H'ineluttabile palingenesi, sdegnavano qualsiasi

forma di collaborazione sociale; mentre, d'altro

campo, il ceto padronale trincerato, nella quasi

totalità, in pregiudizi di egoismo classista, guar­

dava di malavoglia il partecipazionismo, che

andava ad incidere i proprii guadagni.

Questa atmosfera non certo incoraggiante ci offre

il modo di comprendere una delle cause salienti

che circoscrissero in un ambito relativamente

angusto il sistema di associazione fra datori e

pn-statori d’opera.

Sarà bene peraltro non sminuire troppo il signi­

ficato e l’importanza degli esperimenti fino ad

oggi attuati.

Per

quanto non esistano dei dati

statistici in grado di presentarci un quadro com­

pleto della situazione mondiale, taluni studiosi

hanno sufficientemente documentato il gradi) di

sviluppo assunto «lai complesso problema in nume­

rose nazioni.

Sappiamo, infatti, che all’ Esposizione di Parigi,

nel 1889, furono ben 120 le D itte partecipazioniste

che vi presero parte. Il che — sia detto inciden­

talmente — potrebbe anche attestare l’assurda

artificiosità del dualismo — creato da qualche

pseudo economista in vena di grullerie — tra il

sistema partecipazionista ed il razionale progresso

dei prodotti industriali.

Nello stesso anno una diffusa relazione «li

’ ni

afferma che il numero di tali aziende potrà assom­

mare a 251. Più tardi, e più precisamente nel

1893, l'Almanacco «Iella Cooperazione francese ne

partecipa l’esistenza in tutto il mondo di 350.

Nel 1911 E. Paper le fa ascendere a circa 500 ed

il Marchetti nel 1921 le assomma a 348. Secondo

«piest’ ultima relazione ecco come sarebbero sud­

divise: 144 in Francia; 77 in Inghilterra; 48 in

Germania; 43 negli Stati Uniti. Le rimanenti si

sarebbero distribuite fra la Svizzera, il Belgio,

l’Austria e la Spagna.

Riuscirà di indubbio interesse il conoscere, oltre

il numero delle prove tentate, l’entità della quota-

parte di utili destinata agli operai. Una inchiesta

esperita dal Trombet in 39 aziende francesi per­

veniva a queste conclusioni: 10 D itte davano una

quota-parte che variava dall’l al 2 % ; 16 Ditte

dal 3 al 9 % ; 5 D itte dal 4 al 16 % ; 2 D itte dal

19 al 35 % ; l D itta il 41 %

Non meno eloquenti sono le informazioni ricavate

dallo stesso Trombet da uno studio comparativo

compiuto in 100 aziende partecipazioniste. La

percentuale di utili per le maestranze giunge ad

una media prevalente del 10 %, ma si dànno casi

in cui tale quota

si

diparte dal 2 % per giungere

ad un

massimo

del 33 %.

Nell’Impero Britannico in 50 imprese assorbenti

l’attività di circa cinquantamila operai la media

della quota-parte operaia variava dall’8 al 10 %.