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mile a quella dove ho at­

teso, nel suo laboratorio.

Questo, tutto raccolto in

una stanza di modeste di­

mensioni, non ha nulla a

che vedere con i grossi di­

sadorni capannoni fin qui

visti. Due grandi tavoli

occupano quasi tutta la

stanza. Intorno ad essi la­

vorano gli artigiani, una

diecina in tutto. La tavola

si incava davanti ad ognuno di essi in un perfetto

semicerchio, il raggio del quale è formato da una

sottile assicella che sporgente serve agli artigiani di

base al loro lavoro. Sotto ad essa si apre una grossa

scatola di zinco che raccoglie, fino ai più minuti

grani, la polvere preziosa dei metalli staccata dal

morso dei trapani o delle sottilissime lime.

Lampade potenti scendendo dal soffitto vengono

quasi a posarsi su grossi globi di cristallo ripieni

d’acqua, vecchio ma ancora insuperato sistema di

lente, destinato a convergere sugli oggetti lavorati

la luce che occorre potentissima alla sottile fatica.

Blua mi mostra un grosso anello di platino non an­

cora lucidato, facendomi vedere i vari pezzi, che sal­

dati insieme lo compongono. Fassa quindi ad indi­

carmi uno ad uno i vari ferri del suo mestiere, trapani

quasi invisibili, lime sottilissime, bulini minuscoli e

acuti, taglientissimi scalpelli. I suoi gesti sono lievi

e sembrano quasi accarezzare gli oggetti, si vede

riflessa in essi l’abitudine a maneggiare cose piccole

e preziose. In un angolo del laboratorio è una tra­

filatrice e vicino un laminatoio, unici aiuti della

macchina al lavoro degli orafi.

Di fronte alle macchine, intorno ad un tavolo

quasi incastrato sotto un’ampia finestra siedono in­

tenti alle loro opere i migliori artigiani, col fratello

del Blua, ad un tempo orafo ed artista. Suoi sono

quasi tutti i disegni dei gioielli che escono da questo

tempio dell’arte orafa. Egli sta ora ultimando il mo­

dello di un ricchissimo pendente disponendo su una

tavoletta ricoperta di stucco i vari pezzi ritagliati

nel rame, che saranno poi

riportati sulle lamine d’o­

ro e di platino sulle quali

saranno poste le mille luci

delle pietre preziose.

Davanti a lui un gar­

zone sta ultimando un ric­

chissimo spillo. Un dia­

mante brilla come una

goccia di rugiada tra il

verde di alcuni smeraldi.

Un altro artigiano sta in­

castonando con la massima attenzione gli ultimi

iridescenti brillanti delle sigle che spiccano al centro

di un portasigarette di oro massiccio, tutto ricamato

da un fitto intreccio armonioso di foglie e di fiori.

Quasi tutta la vasta parete davanti a noi è rico­

perta di modelli di gesso riproducenti alcuni tra i

più famosi gioielli usciti dal laboratorio di Blua.

Egli mi porge le riproduzioni di alcuni di essi, rappre­

sentanti una fortuna, e centinaia e centinaia di ore

di lavoro. Purtroppo però — dice il mio ospite —

la moda di questi complicati gioielli va tramontando

poiché le linee semplici

iel

novecento

*o ormai

vittoriosamente affermate anche nell’arte orafa. La

visita essendo finita, ci andiamo a sprofondare nelle

soffici poltrone di un salottino.

La conversazione si aggira sui problemi che assil­

lano la classe degli orafi, quello delle materie prime,

ormai quasi risolto dalle ultime provvidenze del

Regime, e quello molto più grave della mano d’opera,

reso pressoché insolubile dal fatto che occorrono, per

formare un un buon orafo, dieci anni di tempo, i primi

cinque dei quali rappresentano per il padrone un

passivo completo. L’improvviso trillo del telefono

mi divide dall’ospite. Un disegno ancora incompleto,

bianco suuna strana carta oleosa, attira la mia atten­

zione. L ’Impero italiano d’Etiopia si stacca a tratti

decisi da un contorno ancora indefinito. Una scritta

partendo dalla baia di Massaua si spinge decisa fino

ad Addis Abeba suo cuore. Essa dice:

Hic manebimus

optime.

VMM