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SETTECENTO ANNI DI VITA

NELLA CHIESA DI S. DOMENICO

O c ri ambile v«*rso il tramonto, vi «làmio il ben-

^ venuto le rondini. Hella è la calma celeste che

si dilata in qiieU'ora sulle stradinole di Torino vecchia,

brulicatiti di faccende. Sopra la chiesa rossa, la monca

torre campanaria par divenuta il perno d una giostra

d'angeli neri e Inanelli, che portano, capovolti come

in una negativa fotografica, il nero al posto del bianco,

il bianco al posto del nero, i colori dei Domenicani.

La terra «Icjrli uomini, con le sue case, con le sue an­

tichità rimesse a nuovo — coin è di questa chiesa

domenicana — invidia la giovinezza senza decadi­

mento delle rondini felici. Con la sua robusta struttura

archiacuta, brulla, semplice, dalla quale, per il tempo

e il luogo in cui sorse e per il genio murario degli

uomini che la fecero nascere, certo non poteva ancora

sbocciare un bosco di pinnacoli c di guglie per incielarsi

verticalmente. San Domenico aderisce alla terra; esse,

le rondini, aprono li sopra una visione di Paradiso

dantesco, con le loro ruote danzanti che tendono

l'ultimo sole.

Qui, la piazzetta che oggi si stende, tanto breve,

ad un livello inferiore al piano stradale, fu un cimi­

telo; qui spesse mura fortificarono una cittadella

angusta di predicatori, una rocca d'intransigentissimi

difensori dell'ortodossia; e chissà se mai ebbero l'estro

ed il tempo, i Domenicani del secolo X III. di levare

lo sguardo verso le rondini. Allora essi vedevano la

Madonna, nel cielo del coro, come per ben tre volte

consecutive accadde loro appunto in questo chiuso di

mura: " nelle parti di Lombardia, presso la città di

Torino narra il

lio n u m n iiir n 'x iilr ih a p ilm x

del

15. Tomaso di Caiitimprc (ll!OU-lJSO); inaudite di

volto «• di persona ■erano le sembianze della Madre

di Dio; le stava accanto lo stesso suo beatissimo

tiglio ■•, c sette globi di fuoco a guisa di stelle »

l'illumiuavano. • Lombardia » chiamavano allora il

Piemonte; e Torino era tanto poco estesa, che il

convento ne teneva il suburbio. Il dipinto, di data

recente, con il quale i successori dei pionieri della

predicazione domenicana d'allora commemorarono

l'avvenimento, è, con tutta la sua profusione di note

spettacolose, molto meno bello dell'apparizione.

l'n frate (ìiovaimi, intorno al ll!."»7, qui condusse

per primo i bianco-neri castigatori dell'empietà. Il

fondatore dell'Ordine era morto da una trentina

d'anni, e San Tommaso d'Aquino primeggiava negli

studi sacri allTniversità di Parigi. Ma i Domeni­

cani torinesi non fecero, |»er il momento, i teologi.

Per quanto possedessero molto presto una biblioteca

di cento cottici, dovettero prima di tutto far i mura­

tori. per costruirsi il convento e la chiesa. Non supe­

ravano

la

dozzina, e non avevano mezzi

jh t

accre­

scere la comunità.

11

lavoro di costruzione si trascinò

pian piano, più d'ini secolo. Intanto, altre comunità

domenicane sorgevano in Lomelliiia e nell'Astigiano.

Altri stili, anche, fiorivano in altre più felici plaghe

d'Italia: il Campanile ili (ìiotto è coevo a questa

chiesa torinese; ma la vita in Firenze era tanto

diversa. Firenze stava mettendosi alla testa della

cultura europea, e Torino restava provincia.

Nacque così una chiesa povera d'invenzione; solida

e ferma, di linee grevi, sebbene non massicce; priva

d'ogni intento leggiadro; legata alle possibilità del

materiale da costruzione. Ma, nel suo genere, un

capolavoro. La facciata, con paramento iu cotto,

addogata da quattro contratlorti. con portale archi­

acuto, addentrato per fasce, sormontato da un pin­

nacolo che raggiunge il rosone circolare, e munita di

pochi brevi pinnacoli elevati sul cornicione, è vigo­

rosa e solenne. Sotto il tetto della navata centrale,

ricorri* una cornice scarna, e nel vano dei beccatelli

ride una decorazione a fresco; sul rosso cupo onde

tutta la fabbrica è colorata per di fuori, questa ghir­

lande! ta primaverile ha un gusto d'innovazione, che

allieta. Risale al secolo XV: circa cent'anni dopo la

fine della costruzione.

L'Inquisitorc di Torino ebbe sede nel medesimo

convento domenicano; aveva casa e carceri speciali

" sul cantone da mezzodì a ponente » e di qua domi­

nava « la Lombardia superiore »e la Liguria. Compito

che aveva i suoi rischi: il IL Pietro Camhiani di

Kuttia, ed il IL Antonio Favonio, caddero uccisi a

tradimento da sicari dell'eresia, il primo nel L'iti."», il

secondo nel LÌTI. Il Priore ne mostra i ritratti, e

mostra anche mi quadro che, per finalità didascaliche,

rappresenta tutt'insieme, spaziando nei secoli, la

strage degli Albigcsi e la vittoria di Lepanto rivelata

per telepatia a Papa Pio V. L'accostamento inter­

preta un ciclo storico dell'idea cattolica.

La sede domenicana pareva dunque fatta apposta

per attirarsi le ire dell'esercito giacobino

»

francese

venuto in Italia ad importarvi la Rivoluzione al co­

mando del Buonaparte. Difatti i Francesi non solo

spogliarono gli 'altari

e

i cassoni della sagrestia, e

saccheggiarono biblioteca ed archivio, ma nel con­

vento confiscato insediarono la Loggia Massonica e...

il Manicomio, onde concretare in tali provvedimenti

la loro idea «l'un altro ciclo storico. Ma i Domenicani

si mostrarono duri a morire: nel IK

0 1

, pur dopo le

strepitosa* rivincite ili

Xaptileotic

sugli eserciti «Iella

-• Coalizione, il Patire Sapelli, jh t dimostrare che i

Domenicani -erano ancor vivi mentre si credevano

spenti • si segnalò nel pretlicare pubblicamente sei

'olle al giorno, e, per inasprir»* la stilla, promosse la

II