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La Vergine che durante l’assedio era stata venerata soprattutto nella sua veste di
Madonna della Consolata presso l’omonima chiesa, ma che era anche (con la Sin-
done) al centro delle pratiche devote di Vittorio Amedeo II e di Sebastiano Val-
frè, fu riconosciuta protettrice di tutta la città e il suo culto si saldò all’antica
devozione urbana del Santissimo Sacramento praticata nella chiesa del Corpus
Domini. In tal modo fu statuito il legame privilegiato fra Torino e la «celeste inter-
ditrice»
40
che avrebbe identificato nei secoli seguenti la devozione pubblica dei
torinesi.
Multiforme e policentrica è anche la mappa delle devozioni descritta da France-
sco Antonio Tarizzo, egli stesso un ecclesiastico. Nella città nuova verso il Po, la
zona meno esposta al fuoco nemico, le quattro chiese più frequentate erano San
Francesco da Paola, la Santissima Annunziata, San Filippo e la chiesa dell’Ospe-
dale di Carità
41
. In quest’ultima «assistevano indefessi i PP. della compagnia di
Gesù», predicando e promuovendo «fervidi ricorsi» ai santi martiri Solutore,
Avventore e Ottavio. I rettori dell’ospedale, oltre alle elemosine a favore dei pove-
ri, manifestavano la loro pietà offrendo messe settimanali (ogni lunedì), «con
pompa di funebri apparati», in suffragio degli ufficiali e dei soldati defunti. Ogni
volta che la città era sotto attacco, i poveri dell’ospedale si riunivano nella chiesa
per l’esposizione del Venerabile, ma «non v’era chiesa, ove non si praticasse que-
sta sì santa funzione coll’intervento di numeroso popolo»
42
. Anche nella zona
antica della città, «quanto più spessi erano gli squarci cagionati dalle batterie»
tanto più crescevano le devozioni dei cittadini, ormai abituati ai cannoneggiamen-
ti. I canonici del capitolo e il clero secolare e regolare, che il comandante della
città, il generale Daun, aveva voluto esimere dal servizio militare, continuavano a
officiare nelle loro chiese
43
. I membri della Congregazione di san Paolo recitava-
no nei giorni festivi i salmi nel Collegio dei Nobili e provvedevano ai poveri «ver-
gognosi» e alle «zitelle». I sacerdoti e i parroci «scorrevano» per le strade e le
piazze per soccorrere i feriti e somministrare loro i sacramenti, e «si prendevano
fin sulle spalle i soldati maltrattati dalle ferite, e li trasferivano agli spedali ad esser
curati»
44
.
Le «tante suppliche degli assediati»
45
, l’intensità di orazioni, novene e sacre fun-
zioni descritte da Tarizzo suscitano l’immagine di uno spazio pubblico urbano in
cui la compressione dell’assedio ha sciolto ogni separazione tra le sfere del sacro
e del profano, elidendo i confini tra gli spazi e i gesti della pratica religiosa e quel-
li delle pratiche civiche o militari di ecclesiastici, soldati, cittadini. Emblematico
di questo fondersi appare il rituale dei soldati del reggimento delle Guardie reali,
che avevano edificato un piccolo altare alla Vergine in piazza San Carlo, dove ogni
sera all’imbrunire recitavano rosari e litanie
46
. Che questa rottura dei confini aves-
se prodotto anche un disordine e che fosse necessario, dopo la fine dell’assedio,
ristabilire i confini tra le due sfere si può arguire dall’«avvertimento» fatto giun-
gere dal duca Vittorio Amedeo II (20 gennaio 1707) a «tutte le persone, niuna
eccettuata, di dover stare nelle Chiese con quel rispetto che resta dovuto al S.r
Iddio», e a tutte le donne di coprirsi il capo e comportarsi con modestia, rinun-
ciando a quella «libertà» che l’emergenza della guerra aveva consentito
47
.
40
Usa questa espressione R
OSANNA
R
OCCIA
,
Immagini di un patto senza tempo
, in R
OSANNA
M
AGGIO
S
ERRA
,
R
OSANNA
R
OCCIA
,
1835. Emergenza
cholera-morbus
. Il Voto della Città alla Consolata
, Torino: Presidenza del
Consiglio Comunale della Città, 2003, pp. 197-235.
41
F.A. T
ARIZZO
,
Ragguaglio istorico dell’assedio, difesa, e liberazione della Città di Torino
cit., p. 85.
42
Ibidem
.
43
Ibid
., pp. 86-87.
44
Ibid
., p. 87.
45
Ibid
., p. 85.
46
Ibid
., p. 86.
47
F.L. S
OLERI
,
Diario manoscritto dal 22 marzo 1682 al 27 febbraio 1721
cit., pp. 167 e 171.




