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otto della sera, fu ferito negli approcci di un colpo di moschettata quattro dita
sopra il ginocchio. Non si potette però trovar la palla che deve esser nascosta fra
gli ossi e i nervi e li chirurghi dicono che non sia necessario cercarla davvantag-
gio perché discenderà col tempo fra la pelle. Il dolore gli ha causato la febbre per
divertir la quale se gli è aperta già tre volte la vena. In breve verrà qua, non essen-
do più in stato di proseguir la campagna».
La palla, in realtà, s’era fracassata contro l’osso; ed Eugenio, qualche tempo
dopo, scriveva da Vienna d’esser costretto a tenere aperta la piaga, perché le
schegge non erano ancora uscite tutte, sicché la guarigione avrebbe richiesto
almeno altri tre mesi. Ancora il 19 dicembre, quasi quattro mesi dopo il fatto,
l’ambasciatore sabaudo riferiva che gli era stato «tirato ultimamente dalla ferita
un altro pezzetto di piombo schiacciato, che li chirurghi assicurano essere il resto
di tutta la balla»; e che sarebbe passato molto tempo prima che il principe potes-
se di nuovo camminare o cavalcare
13
.
La guerra, insomma, era fatica, pericolo e dolore fisico, non soltanto calcoli sulla
carta geografica. Ed era crudeltà, quella crudeltà di cui, come abbiamo visto,
Swift accusava il principe Eugenio, attribuendola, da buon anglicano, alla sua
perfida natura italiana. Noi rileveremo piuttosto che il principe aveva fatto le sue
prime esperienze di guerra contro i turchi: e la guerra sul fronte balcanico era una
guerra feroce, dove da una parte e dall’altra non si rispettava nessuna regola – cia-
scuno dei due avversari, cristiani e musulmani, attribuendo ovviamente alla bar-
barie dell’altro la responsabilità delle peggiori atrocità, e interpretando le proprie
come giustificata ritorsione. A Zenta, i giannizzeri in rotta vennero cacciati nel
Tibisco, senza dare quartiere a quelli che cercavano di arrendersi; ed Eugenio
scrisse con soddisfazione all’imperatore che i suoi uomini potevano attraversare a
piedi il fiume, tanto era ingombro di cadaveri
14
. Nelle campagne balcaniche il rap-
porto fra i turchi uccisi e catturati era simile a quello che si può calcolare per i
giapponesi di fronte ai
marines
americani nella guerra del Pacifico, non perché gli
orientali combattessero fino alla morte, ma perché gli occidentali non facevano
prigionieri: alla battaglia di Peterwaradin, nel 1716, l’esercito turco perse, secon-
do un calcolo prudente, fra i 6000 e i 10.000 morti, e gli imperiali catturarono in
tutto una ventina di prigionieri
15
. Gli infedeli, evidentemente, non meritavano
d’essere trattati come esseri umani, ed Eugenio non era l’unico a non provare per
questo il minimo disagio, in un contesto dove la sensibilità collettiva era meno
schizzinosa di quanto non pretenda d’essere la nostra. Lady Mary Wortley Mon-
tagu fu condotta un giorno a visitare la sua biblioteca; un amico del principe assi-
curò, scherzando, che molti volumi
in quarto
sull’arte della guerra erano «rilega-
ti con le pelli di spahis e giannizzeri», ed Eugenio sorrise compiaciuto a questo
scherzo, che la dama inglese giudicò «veramente elegante»
16
.
Ma anche quando si combatteva contro i francesi le atrocità, benché meno fre-
quenti, non mancavano ed Eugenio, a giudicare dal tono con cui ne parla, non era
uomo da scandalizzarsene più di tanto. Nel 1690, dopo la distruzione d’un distac-
camento francese sorpreso presso Rivoli, scrisse a un corrispondente (e la scelta
del paragone è significativa) che i suoi soldati s’erano comportati come turchi,
tagliando teste e non dando quartiere
17
. Nella stessa campagna, un testimone rife-
risce che Eugenio a capo di un reggimento di dragoni sorprese presso Moretta un
distaccamento di cavalleggeri francesi avanzati in ricognizione, e poiché i nemici
rifiutarono di arrendersi alla prima intimazione, li «tagliò a pezzi», risparmiando
13
C. P
AOLETTI
,
Il principe Eugenio di Savoia
cit., p. 56 e sgg.
14
N. H
ENDERSON
,
Eugenio di Savoia
cit., p. 65.
15
D. M
C
K
AY
,
Eugenio di Savoia
cit., p. 200; C. P
AOLETTI
,
Il principe Eugenio di Savoia
cit., p. 482.
16
N. H
ENDERSON
,
Eugenio di Savoia
cit., p. 354.
17
Ibid
., p. 49.




