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popolazioni civili non erano coinvolte va in realtà largamente rivisto, non solo
perché il passaggio dei soldati comportava ovunque furti, violenze e stupri, ma
perché l’uso sgradevolmente moderno del terrore contro i civili faceva già parte
degli usi di guerra – o almeno di quelli d’Eugenio. Nel 1701, in Italia, il princi-
pe offrì del denaro al parroco d’un villaggio sull’Oglio, Castelcovati, dov’erano
acquartierati i francesi, perché lo avvertisse quando il nemico si sarebbe messo
in marcia; il prete, attanagliato dagli scrupoli di coscienza, non obbedì, ed Euge-
nio per rappresaglia ordinò il saccheggio del villaggio. Castelcovati fu messo a
sacco, la chiesa stessa devastata e gli arredi sacri rubati, e gli abitanti, compreso
il parroco, spogliati nudi dai soldati all’aperto, nel gelo di novembre: nei mesi
seguenti più di cinquecento persone morirono nel villaggio, di fame, di freddo o
di malattia
19
. Anche nei confronti dei civili, peraltro, le peggiori atrocità avevano
luogo nei Balcani, dove la presenza d’una popolazione multietnica e multicon-
fessionale moltiplicava le occasioni per attentati e rappresaglie: al principe Euge-
nio spetta fra l’altro il dubbio onore d’essere stato uno dei primi generali a far
saccheggiare e incendiare Sarajevo, come rappresaglia per l’uccisione di un suo
ufficiale
20
.
Eugenio era dunque immerso personalmente e fino in fondo nell’atrocità della
guerra; è difficile dire se ci si divertisse, ma certamente si assumeva le sue respon-
sabilità senza tirarsi indietro. Ma ciò che lo rende eccezionale è che al tempo stes-
so sperimentò da protagonista l’estremo opposto dell’arte militare, la program-
mazione e la pianificazione, anche su scala strategica e con piena cognizione delle
implicazioni politiche ed economiche, come è stato dato nella storia a pochissimi
generali. Come osservava già Voltaire, uno dei vantaggi di cui godeva rispetto ai
marescialli francesi consisteva proprio nel fatto che «il principe Eugenio, per
parte sua, appena terminata una campagna, se ne andava personalmente a Vien-
na a prepararne un’altra»
21
. Col crescere della sua autorità, soprattutto dopo che
nel 1702 fu nominato presidente dell’Hofkriegsrat (il Consiglio aulico di guerra
che sovrintendeva a tutta l’attività militare dell’impero), questa unione fra la dire-
zione politica e organizzativa della guerra e il comando diretto sul campo contri-
buì non poco ai suoi successi. Un buon esempio è offerto proprio dalla prepara-
zione della vittoriosa campagna del 1706: nella campagna precedente Eugenio,
come sappiamo, era stato fermato dal Vendôme a Cassano d’Adda, ma nell’inver-
no 1705-1706, rientrato a Vienna, organizzò personalmente i rinforzi per il suo
esercito, aggiungendovi 20.000 uomini che risulteranno decisivi nella campagna
dell’anno successivo; e curò fin nei minimi dettagli, come vedremo fra poco, gli
appalti delle forniture e i trasferimenti di denaro contante che gli avrebbero per-
messo di operare con sicurezza in Italia.
L’Hofkriegsrat austriaco è spesso presentato come un organismo burocratico e
macchinoso, ma in realtà il sistema aveva degli aspetti di modernità. Ad esempio,
in preparazione d’una campagna si usava chiedere a un certo numero di generali
di presentare ciascuno un progetto dettagliato, e si discutevano poi vantaggi e
difetti di ciascuna proposta: i lunghi inverni che trascorrevano fra una campagna
e l’altra si prestavano perfettamente a questa procedura che sarebbe stata inadat-
ta in caso d’urgenza, ma che di per sé anticipava il modo di procedere dei moder-
ni stati maggiori. Così, il 26 gennaio 1697 l’Hofkriegsrat chiese a ben dodici tra
feldmarescialli e generali di presentare un progetto per una campagna contro i
turchi in Ungheria; Eugenio presentò il suo progetto già cinque giorni dopo,
«articolandolo in una lunga premessa ed otto punti che coprivano tutti gli aspet-
19
Ibid
., pp. 203-204.
20
N. H
ENDERSON
,
Eugenio di Savoia
cit., p. 70.
21
V
OLTAIRE
,
Il secolo di Luigi XIV
cit., p. 207.




