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a Eugenio un carico di ghiaccio per rinfrescare le sue bevande; e durante le trat-

tative per la pace di Rastadt Eugenio e il maresciallo Villars, negoziatori incarica-

ti dalle due potenze nemiche, passavano le serate giocando a carte insieme. Se si

aggiunge che ovviamente giocavano a soldi, com’era consueto fra le

honnêtes gens

(e giocavano forte, puntando e perdendo somme enormi), e che nonostante que-

sto ogni mattina ricominciavano a discutere con estremo accanimento le clausole

della pace a nome dei rispettivi sovrani, ci si accorge che ci troviamo davvero in

un contesto antropologico diverso dal nostro, e che occorre molta cautela nel

maneggiare un concetto ingannevole come quello di modernità

26

.

In un volume dedicato alle vicende del 1706 varrebbe anche la pena di riflettere

più ampiamente sulle relazioni fra Eugenio e suo cugino Vittorio Amedeo II, che

furono molto meno lineari di quanto non sia piaciuto immaginare all’agiografia

sabauda. All’inizio della sua carriera militare, Eugenio non aveva un soldo e per

mantenersi dipese largamente dalla benevolenza dell’illustre cugino, cui scriveva

lettere umilissime con profferte d’eterna obbedienza e da cui ricevette a più ripre-

se sostanziosi regali, finché nel 1688 l’assegnazione delle famose abbazie, anch’es-

sa procurata da una raccomandazione del duca di Savoia, non lo trasse definiti-

vamente d’impaccio

27

. Ma i sette anni, dal 1690 al 1696, in cui comandò le trup-

pe imperiali in Italia in subordine al cugino ridussero considerevolmente i senti-

menti di gratitudine che almeno a parole Eugenio aveva sempre manifestato nei

suoi confronti, e il tradimento di Vittorio Amedeo II, che nel 1696 abbandonò la

coalizione e si schierò con Luigi XIV, non contribuì a migliorare i rapporti fra i

due. La storiografia sabauda evita di solito di rilevare che durante la campagna

del 1701 il duca di Savoia era al fianco dei marescialli francesi e che alla battaglia

di Chiari comandava un’ala dello schieramento di Villeroy. Come abbiamo appe-

na visto, combattere su fronti opposti non era d’ostacolo a eccellenti rapporti per-

sonali, ma c’è motivo di pensare che nei confronti di Vittorio Amedeo l’opinione

di Eugenio non fosse più così calorosa: nella corrispondenza ufficiale i suoi com-

menti sul cugino, negli anni in cui questi aveva riaperto le trattative segrete e si

preparava a ripassare dalla parte della coalizione, appaiono decisamente guardin-

ghi, e se il trionfo del 1706 persuase tutti quanti a mettere in sordina i risentimen-

ti reciproci, la fallimentare campagna di Tolone, l’anno seguente, non tardò a

riportarli a galla

28

. Neanche Vittorio Amedeo amava il cugino, che era stato un

suo umile protetto e adesso era diventato più famoso e più potente di lui: qual-

che anno dopo, quando la posizione di Eugenio alla corte di Vienna vacillò sotto

l’ostilità del partito spagnolo, sembra assodato che il duca di Savoia fece del suo

meglio per accelerarne la caduta, convinto che fosse d’ostacolo ai suoi progetti di

espansione in Italia

29

.

In questa sede, tuttavia, ci basta aver tratteggiato a grandi linee un possibile pro-

filo del principe Eugenio, che permetta al lettore di capire perché quest’uomo

evasivo e dalla personalità inquietante sia stato giustamente celebrato come uno

dei grandi generali di tutti i tempi – e di apprezzare, al di là dell’agiografia uffi-

ciale, il ruolo decisivo che questo Savoia fuori del comune si trovò a interpretare,

nell’estate 1706, in una delle pagine più memorabili della storia di Torino.

La Marina

, in

Stendardi vecchi e nuovi e uniformi [...]

(BRT, Ms. Mil. 134, p. 11).

26

Si veda per tutti questi aneddoti N. H

ENDERSON

,

Eugenio di Savoia

cit., pp. 27, 37, 41, 201, 292.

27

C. P

AOLETTI

,

Il principe Eugenio di Savoia

cit., pp. 29-30, 34-36, 54-55.

28

N. H

ENDERSON

,

Eugenio di Savoia

cit., pp. 120, 204-5, 209.

29

Ibid

., pp. 317-320; D. M

C

K

AY

,

Eugenio di Savoia

cit., pp. 216-218; F. H

ERRE

,

Eugenio di Savoia

cit., pp. 198-201.