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quella del 1701, giacché il duca di Savoia aveva tradito un’altra volta i suoi allea-
ti ed era tornato nella coalizione; in pratica, tuttavia, il vantaggio era irrisorio, per-
ché il Piemonte era in gran parte occupato dal nemico, e Vittorio Amedeo dispo-
neva di forze poco più che simboliche. Come quattro anni prima, Eugenio dove-
va trovare il modo di scendere nella pianura padana, e attraversarne l’intera lun-
ghezza evitando l’opposizione di forze nemiche superiori; diversamente da allora,
lo scopo ultimo della campagna non era soltanto di minacciare in qualche modo
i domini spagnoli in Lombardia, ma di liberare l’intero Piemonte, il che compor-
tava la quasi certezza di una battaglia campale da affrontare in condizioni di infe-
riorità numerica.
Era un mandato tutt’altro che facile e all’inizio le cose non si misero bene: sceso
in Italia nella primavera 1705 con meno di 30.000 uomini, Eugenio manovrò abil-
mente contro Vendôme tra Mincio e Oglio, si avvicinò all’Adda, e quando il
nemico gli venne a tiro, a Cassano d’Adda, lo attaccò sperando di disfarlo, come
aveva fatto tre anni prima a Luzzara: ma stavolta fu fermato, e pur rimanendo
padrone del campo non si sentì abbastanza forte per andare avanti, ricominciò a
Claude Du Bosc,
The battle of Blenheim
, acquaforte,
in John Campbell,
The military history of the late Prin-
ce Eugene of Savoy and of the late John Duke of Marl-
borough [...]
(BCT, 413 A 64, dopo p. 156).




