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il genio strategico di Eugenio, una campagna di manovra paragonabile a quelle di
Napoleone nel 1796 o nel 1814.
Il principe comandava un esercito inferiore di numero rispetto a quello franco-
spagnolo che occupava l’Italia settentrionale; la sua truppa era a corto di tutto, di
scarpe come di rifornimenti, e decimata dalle diserzioni: sembrava assai improba-
bile che potesse minacciare i domini spagnoli in Lombardia, e anzi i marescialli
francesi disponevano di forze sufficienti per imbottigliarlo nel Tirolo e impedirgli
anche soltanto di sboccare in pianura. Ma nell’estate 1701, prendendoli completa-
mente di sorpresa, Eugenio riuscì a scendere nel Veneto attraverso valli montane
prive di strade, con un’impresa che i contemporanei paragonarono a quella di
Annibale; sconfisse Catinat a Carpi
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il 9 luglio, passò l’Adige e il Mincio senza che
il nemico riuscisse a intercettarlo, ed era ormai sull’Oglio quando finalmente Vil-
leroy, subentrato al comando, riuscì ad attaccarlo con forze superiori – soltanto per
essere sconfitto a sua volta, il 1
o
settembre, alla battaglia di Chiari.
Era troppo tardi per continuare l’invasione della Lombardia, e l’esercito imperia-
le si preparò a svernare in territorio nemico, ciò che era già di per sé un risultato
considerevole per una forza così inferiore di numero; ma Eugenio non aveva
intenzione di fermarsi. La notte del 31 gennaio 1702, nel cuore dell’inverno, pre-
parò la famosa sorpresa di Cremona, che fallì per un pelo l’obiettivo principale,
di impadronirsi cioè della città, ma fu egualmente celebrata in tutta Europa, per-
ché portò alla clamorosa cattura dello stesso comandante in capo nemico, Ville-
roy. Ormai seriamente preoccupato dall’umiliante serie di smacchi che i suoi
marescialli stavano subendo in Italia, Luigi XIV inviò su quel teatro uno dei suoi
migliori generali, il duca di Vendôme, figlio di un’altra
mazarinette
e cugino
primo di Eugenio, insieme a cospicui rinforzi.
Col suo esercito malnutrito e in condizione di inferiorità numerica ancor più
pesante rispetto all’anno precedente, Eugenio difese la linea del Mincio per tutta
la primavera e l’estate del 1702, manovrando così abilmente che Vendôme non
riuscì mai a passare il fiume; e anzi, quando l’avversario gliene offrì l’occasione,
lo attaccò. Nella battaglia di Luzzara, del 15 agosto, Eugenio inflisse un tale
choc
all’esercito francese che Vendôme, benché ancora superiore di forze, rinunciò a
ulteriori iniziative fin quando, a novembre, non si ritirò nei quartieri invernali,
senza essere riuscito a scacciare gli austriaci dal Mantovano. Benché Luzzara sia
stata celebrata a Vienna con
Te Deum
e medaglie commemorative, non si trattò
di una vittoria schiacciante, come non lo erano state né Carpi né Chiari: più di
questi tre successi, è l’insieme delle campagne del 1701-1702 a illustrare l’abilità
strategica di Eugenio, che riuscì a scendere in Italia, a invadere il territorio nemi-
co e a mantenervisi per due anni vincendo tre battaglie campali, di fronte a forze
decisamente superiori.
È degno di nota che gli stessi contemporanei abbiano considerato le campagne
italiane di Eugenio come esempi d’un modo nuovo e moderno di fare la guerra,
in contrasto con la lentezza e la circospezione della guerra d’assedio prediletta da
quasi tutti i suoi colleghi, e le abbiano descritte in termini che ai nostri occhi pre-
figurano la rivoluzione napoleonica e la sua teorizzazione clausewitziana. Nel
1709, quando lo stesso Eugenio e il suo collega Marlborough caddero vittime
d’una prudenza per loro insolita e si attardarono ad assediare piazzeforti di fron-
tiera anziché invadere la Francia, un gentiluomo inglese scriveva: «non dovrem-
mo divertirci a conquistare città, ma marciare direttamente su Parigi. Quando si
spiega che un esercito non può marciare senza avere al suo seguito un convoglio
di vettovaglie tale da rifornirlo mentre brucia e distrugge tutto davanti a sé, la
risposta è: “Eppure il principe Eugenio è riuscito a far marciare il suo esercito
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Non si tratta della cittadina presso Modena, ma dell’omonimo villaggio sulla riva destra dell’Adige.
Jacob van Schuppen,
Il principe Eugenio di Savoia-
Soissons
, olio su tela (Torino, Galleria Sabauda).




