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siasmo generale per la liberazione di Vienna, ricevette un reggimento, due anni
dopo era maggior generale, dopo altri due anni luogotenente generale, e nel 1693,
a neppure trent’anni, feldmaresciallo (anche se quel grado era allora un po’ meno
brillante di quanto non possa apparire oggi: nell’esercito imperiale ce n’erano
almeno ventidue)
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.
Nella vita di Eugenio si apriva una nuova fase durante la quale sarebbe stato quasi
ininterrottamente in guerra: dal 1683 al 1717, dunque dall’età di diciannove anni
fino ai cinquantaquattro, Eugenio combatté ben trenta campagne, di cui più di
metà come comandante in capo delle forze imperiali – anche se spesso le esigen-
ze d’una guerra di coalizione lo costrinsero a dividere il comando del teatro di
operazioni con altri generali stranieri, come il duca di Savoia o il duca di Marlbo-
rough. La fase centrale, e più lunga, della sua vita, corrispondente alla giovinezza
e alla maturità, è dunque totalmente dominata dal mestiere delle armi (il che non
significa, come vedremo, che non abbia cominciato molto presto a occuparsi
anche di politica, ma ancor sempre in attinenza alla guerra). Raramente una vita
può essere divisa in fasi così contrastanti come quella di Eugenio, nettamente tri-
partita fra i diciannove anni trascorsi a Parigi da principino effeminato e squattri-
nato, i trentacinque anni in cui dominò i campi di battaglia di tutta Europa, e
finalmente i diciotto anni della tarda maturità e della vecchiaia, dal 1718 al 1736,
durante i quali il principe, via via più anziano e alla fine, secondo i criteri del suo
tempo, decrepito, combatté due sole (e inconcludenti) campagne militari, dedi-
candosi quasi esclusivamente alla politica viennese, alle carte da gioco e al colle-
zionismo d’arte.
VINCERE LE BATTAGLIE
,
PENSARE LE CAMPAGNE
Dodici battaglie e tre assedi
. Insieme a Marlborough, Eugenio venne ben presto
considerato il più grande generale del suo tempo. Ma come si misura la grandez-
za d’un generale? Il mito della battaglia napoleonica fa sì che ancor oggi, nell’o-
pinione comune, i grandi generali siano quelli che sanno vincere le battaglie (a
dispetto del fatto che proprio Napoleone ne perse alcune fra le più importanti).
Calcolando soltanto gli scontri di una certa entità e in cui si trovò a comandare
da solo, o comunque a collaborare con altri su un piano di parità, si trova che
Eugenio diresse in vita sua dodici battaglie, da Zenta nel 1697 a Belgrado nel
1717. Fra queste almeno quattro (appunto Zenta e Belgrado contro i turchi,
Blenheim nel 1704 e Torino nel 1706 contro i francesi) sono vittorie colossali, che
comportarono l’annientamento dell’esercito nemico e decisero le sorti d’una
guerra; altre sei, Carpi e Chiari nel 1701, Luzzara nel 1702, Oudenaarde nel 1708,
Malplaquet nel 1709, Peterwaradin nel 1716, sono vittorie nette e indiscutibili,
anche se non decisive; Cassano nel 1705 è uno scacco, come pure Denain nel
1712. Il principe Eugenio, insomma, vinse dieci battaglie su dodici, e non subì
mai una sconfitta catastrofica come quelle che toccarono più d’una volta ai gran-
di generali delle generazioni seguenti, come Federico II o Napoleone: un bilan-
cio che di per sé basta a fondare la sua gloria – anche se la più famosa in assolu-
to delle sue vittorie, Blenheim, nel mondo d’oggi dominato dall’anglofonia tende
a essere attribuita soprattutto all’alleato inglese, il duca di Marlborough.
Dodici battaglie, peraltro, non sono molte in una così lunga carriera: all’epoca le
battaglie campali non erano frequenti, e la guerra tendeva piuttosto ad articolar-
si intorno agli assedi. Fra le campagne del principe Eugenio, le più apprezzate
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D. M
C
K
AY
,
Eugenio di Savoia
cit., p. 39.
Giovanni Michele Graneri,
Ussaro a cavallo
, olio su
tela, 1750 circa (MCAA).




