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imposto dai governi coalizzati, soprattutto quello inglese, e si concluse con un
insuccesso che Eugenio aveva previsto fin dall’inizio; paradossalmente, però,
comportò lo stesso un risultato strategico di grandissima rilevanza, con la distru-
zione in porto della squadra francese del Mediterraneo. Al contrario, l’assedio vit-
torioso di Lille nel 1708 concretizzò agli occhi dei contemporanei i grandi succes-
si che i coalizzati stavano allora ottenendo in Fiandra e fu salutato come un
trionfo: mentre proprio in questo caso i critici militari moderni tendono a pensa-
re che Eugenio e Marlborough avrebbero fatto molto meglio a ignorare le piaz-
zeforti di frontiera e invadere la Francia, puntando direttamente su Parigi. Infine,
l’assedio di Belgrado nel 1717 rappresentò il perfetto rovesciamento, e dunque
anche il compimento maturo, dell’esperienza fatta a Vienna e poi a Torino – giac-
ché qui era Eugenio che assediava la città, e, attaccato alle spalle dall’esercito
turco di soccorso, seppe ribaltare i pronostici e sbaragliarlo, con l’effetto aggiun-
tivo di costringere la piazza alla resa.
Le prime campagne di Eugenio
. Ma assedi e battaglie sono un mezzo, non un fine;
sono i momenti su cui si appunta, e si appuntava anche allora, l’attenzione del
pubblico e dei
media
, ma hanno senso soltanto nel contesto della campagna, o
d’una serie di campagne, il cui fine è strategico – e dunque politico. Valutata in
questa prospettiva, la carriera del principe Eugenio appare altrettanto se non più
gloriosa, soprattutto considerando che solo di rado ebbe il comando indipenden-
te d’un fronte: in Italia dovette spesso dividerlo con il poco affidabile cugino, Vit-
torio Amedeo II, e anzi in tutte le sue prime campagne fu costretto a riconoscer-
gli formalmente, per ragioni politiche, il comando supremo; in Fiandra e sul Reno
fu quasi sempre obbligato a dividerlo con generali inglesi e tedeschi e sottostare
alle pressioni dei rappresentanti olandesi, giacché gli eserciti operanti su quei tea-
tri erano eserciti di coalizione in cui gran parte delle truppe e, quel che più conta,
tutto il denaro provenivano dall’Inghilterra e dall’Olanda.
Soprattutto all’inizio della sua carriera, la subordinazione impedisce a Eugenio di
brillare come farà in seguito, quando gli verrà finalmente affidato il comando
indipendente d’un teatro di operazioni. Fra il 1690 e il 1696 combatte sette cam-
pagne consecutive in Italia, a capo del contingente imperiale, ma in subordine a
Vittorio Amedeo II, cui è affidata la direzione strategica: e sono campagne fatico-
se, ricche di luci ma anche di ombre, segnate da due sconfitte campali, a Staffar-
da nel 1690 e alla Marsaglia nel 1693, di cui Eugenio non porta alcuna responsa-
bilità. L’unica occasione in cui affronta un’azione con le mani libere, a Cuneo nel
1691, si risolve in un successo inatteso, con conseguenze strategiche assai più rile-
vanti rispetto all’entità delle forze in campo: incaricato di far entrare un convo-
glio di rifornimenti nella città assediata dai francesi, Eugenio benché disponga
soltanto di 2500 cavalli e qualche compagnia di milizia paesana attacca gli asse-
dianti, li ricaccia in rotta oltre la Stura e costringe Catinat a levare l’assedio. Ma
comunque, in queste sette campagne si riconosce l’impronta d’un soldato compe-
tente, non ancora quella d’un grande generale: per prendere le misure del suo
vero talento è necessario analizzare il comportamento di Eugenio in quelle cam-
pagne in cui si trovò a poter prendere delle decisioni autonome. È lì che si può
valutare il suo stile, e capire che tipo di generale era quello che nel 1706 si appre-
stava a rompere l’assedio di Torino.
La prima campagna in cui Eugenio, ormai feldmaresciallo, dispone di un coman-
do indipendente è quella d’Ungheria del 1697. Nella nostra prospettiva questa
campagna è piuttosto istruttiva, proprio in quanto presenta un certo parallelo con
la futura campagna del 1706. In entrambi i casi Eugenio si trovò di fronte a un
esercito nemico di grandi dimensioni, comandato da generali ambiziosi, ancorati
però a una strategia difensiva: per i turchi, alla cui testa stavano lo stesso sultano
Jean Dumont,
Histoire militaire du prince Eugène de
Savoye, du prince et duc de Marlborough [...]
(BCT,
413 D 3, vol. I).




