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più quelli, scursi e lustri in stanze tutto sole anche d'in-
ierno. Dietro itila costruzione di due piani v'è un orlolino
nevoso, A primavera il padre ci seminerà l'insalata e
«li asparagi, pianterà susini e peri a spalliera, là. nell'an-
polo a sinistra, metterà su un pinnacolo di legno per farci
salire cert'uva tokai: sotto, una gran tavola in graniglia
rossa, intorno panconi verdi. D'estate si cena nel bersò.
per questo si deve pensare fin d'ora come farci arrivare la
Ilice elettrica senza spendere per l'impianto .-I primavera
il patrigno comprerà una bicicletta per ('.esco; lui se ne an-
ilerà /ter le stradette intorno, in quella pacala periferia
che fiancheggiano ameni prati, non ci passa un'anima.
Questa èla vita, guai se i monellacci la turbano tirando palle
di neve nei vetri: te li pesca Giuseppe, ve' che non vi s'ar-
rischiano una seconda volta.
Invece di Clara viene, alle otto, un'Adelinu laida, con
certe labbra grosse che spiaccicano baci sul muso al cane.
I negri capelli sono tutti ricci. Lei si guarda nello specchio
emostra con uno schiocco della s/tessa lingua il suo compiaci•
mento. A mezzogiorno se ne va. l'aspetta il martirio, che è
il marito, sempre una gran fame e niente lavoro, dannato
vecchio mangiaufo.
Se viene l'imbianchino, nella casa nuova c'è sempre qual
cosa da finire, lei si dà un gran da fare. L'altro giorno
(.esco entra in cucina e te li trova abbraccettati: lei si stacca
tutt'arruffata. L'altro ridacchiando torna a scialbare.
Già si può uscire al balcone, certe ore. (.esco resta a lungo
stretto alla ringhiera guardando il gran prato senza nere,
spunta la prim'erba laggiù ricino alle brevi cinte delle ca
sticole di fronte. I omini giocano alle bocce con certi passi
e balzi di fianco e certi tonfi dei legni che sbattono assieme.
Talora uno sputa o se la prende con dio e compagni,
(.esco una volta alla serva che gli strappa di mano un
mestolo lavato in quel momento, indirizza una vezzosa
bestemmia; ma quella ride largo e gli tira una scojtola.
Proprio vero, il padre ha già piantato riti ed erbe,
e iteri a spalliera, l'orticciuolo è tutto un bel rerde assolato,
i primi pampini spruzzati di rerderame danno rezzo al
bersò, sotto v'è la tarola in graniglia rossa, rerdastre panche
attorno; una è sbucciata cosi che. chi ri si sieda, fa male.
Kd ecco anche la bicicletta, grigiotopo, lustra ed esile,
(.esco presto si sente attratto, ma arduo è im/tarare a salirt i.
Peggio guidarla. Ben lo saprà aiutare il /tatrigno. Una
volta che d'improrriso si trora in pericolo, Cesco grida:
Aiuto, papà! ». Giuseppe è raggiante. Il ragazzo le prime
volte cadrà e si sfollerà un ginocchio, ma sbagliando si
impara, grida il padre con il rocione. lo tira su afflitto, e
avanti. A poco a /toco ('.esco conosce la modesta gioia delle
prime corse in «bici »; nome più rapido, questo usalo dai
monellucoli. che hanno sempre le dita nel naso. CJie bella
bici! Cosa costa? Cesco ne ha schifo. Ma il padre vuole
si risi*onda a tutti. Millantando: « Seicento », bofonchia.
Non è mica rero, quelli lo sanno, e non risparmiano un
risolino. Poi si squagliano per la « ciri ». • Ciri »è un balordo
"ioco da strada. Cesco non riesce a capire che gusto ci si
proti; spesso interrompe le passeggiate in bicicletta, e resta
imbambolato a guardare sotto il sole: uno, con certo bastone,
dà una botta ad un fusolino di Ugno per terra, al volo con un
colpo azzeccalo lo lancia lontano, un altro lo prende al con
traccolpo. Se gli riesce, questo di qua conta i punti ad alta
foce, con evidenti segni di dispetto.
Dio com'è magra In mamma. Si direbbe che in quel trionfo
di luce e di piante e di polvere ella siu consunta dalla vampa
del calore. Invece Cesco ci vive a suo agio, non potrebbe più
soffrire della segreta pena di lei. Le si è stuccato da quando
ha la bicicletta, e papà è contento. Papà dice che è meglio
cercare il sole che le sottune della madre, dice anche che non
vuole un tisico perfiglio. Cesco s'è già fatto bianco e rosso, è
più robusto, ieri renne a pugni con un ragazzotto; costui
puzzava di becco e aveva le orecchie sporche, tuttavia a Cesco
piaceva metterselo sotto grarando le spalle nella polvere,
per scherzo si sa. Invece l'altro si adonta, ap[tenti può gli
lancia una pietra a tradimento, e via di gran carriera; Cesco
si scansa rapido, arraffa la bicicletta, è sopra al nemico in
quattro e quattr'otto. in uno spiazzo sfollato e miserabile.
Ma qui s'arresta, dimenticando l'inseguimento e l'arrabbia
tura. Qua e là carrozzoni di girovaghi sostano impunemente,
un marmocchio si accosta a Cesco e gli annuncia con una
certa gravità la prossima festa.
Infatti qualche giorno dopo il nostro ragazzo ritrova la
spianata più piccola, scomparsa man mano sotto sorgenti
baracche stinte: Vottovolante si eleva a poco a poco sulla
siejte disordinala dei pali e delle ferraglie. Tendacce chiu
dono le giostre goffe, nascondendo i lustri cavallucci.
Presto è tutta una luminaria, la notte, idelina accon.
pugna Cesco per un giro sulla Peter. La Peter ha molti
curalli e barchette strambe luccicanti. I quadrupedi sobbal-
zano disordinatamente, su egiù su egiù, certe tolte si soffre
il mal di pancia, gente in maniche di camicia, madame
senza busto, guardano con orgoglio i caralcanti figli, taluni
ammirano i pupazzi che suonano ritmicamente piccoli
tamburi sulla pianola indefessa. Donne biondaccione,
labbra carnose e scarlatte, siedono sui seggiolini rotanti di
quell'altra giostra. Soldati, i berretti sulle rentitrè, e giovi-
nastri, urlano intorno quando le sottane di quelle svolaz
zano scoprendo i polpacci nelle guaine nere sottili.
Molta /torte della rita di Cesco è legata, questi giorni,
alle baracche. A scuola, talora, disegna le belre del serraglio.
La domenica pomeriggio ottiene di tornare al festival,
nonostante la febbre do/to il fugace giro sul balzante corallo
della Peter (un'aria fredda tagliata il viso in quella fuga
legata), soltanto nel teatro però (già, l'ottavolante è più
attraente, ma ci salgono solo i grandi). Ecco FAdelina
e Cescofarsi largo a furia di gomitate, qualcuno urta rolen-
tieri la serra o le dà di manate sulle poppe. Fuori tanto
lustro, poi. dentro, le tende sono rappezzate ed i sedili pan-
caccesorrette da mattoni. Il teatro èpiccolo ed il.velario sporco
e stinto. Di fuori ancora la voce dell'imbonitore, il tin
tinnio dei pezzi da cinque lire, quando ne capitino, che la
massiccia cassiera sbatte due tre volte sul marmo, non si
sa mai. S'attutiscono le musiche della festa, le voci degli
strilloni, s'apre il velario, appaiono certi fantoccioni mas
sicci senza gambe e senza fili. Certo sembra si muovano a
piacer loro, ma rosi risii a metà non piacciono a Cesco. Si
scambiano di gran legnate sulla zucca, i neri carabinieri
sono i più violenti, i cuochi sporchi minacciano con certi
coltellacci, lucidi guerrieri giocano destramente di spada.
I V poi Pulcinella, il più importante. Questo in specie a
Cesco dà una vaga noia. D'un tratto esce dal buio di sperdute
soffitte il modesto teatrino della prima infanzia, diviene
quasi sensibile f impaccio dei troppi fili; poli i burattini ai
federano tutt'interi. E poi non erano coti tozzi e rotti. Por




