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Nell'ultra «« \iimmziazion«» ». invece. <|ii«*lla «li Sa-

Mina, «i n«»ta una mollo maggior cura tifi movi­

mento. un'architettura forse più complicata. e. in

complesso. una spontaneità forse minore. II pittore,

iu questo «piatirò, è un po* lisciti» dalla disposizione

tradizionale I si veda, ad esempio, l'angelo. collo

ancora iu movimento, nell atto di genuflettersi,

come dopo uu calumino alTrettato. e lo sfondo «piasi

giottesco «Iella campagna nella sua ariosa linearità),

ma s«»n«» forse ancora troppo numerosi gli attrilmti

simliolici che annebbiano «pialelie lato «lei «piatirti.

Ceriti però, mi pare, con «pioto egli è già giunto

ad una forza espressiva superiore a «piella che di­

mostra in un'altra sua opera, pure conservata presso

la Pinacoteca ili Savona, voglio dire un'aneoua rap­

presentante il Presepio nel riquadro centrale, (^ui

la staticità dei personaggi fa pensare a possibilità

espressive certamente limitate, anche se il primiti­

vismo. sappiamo, sia spesso efficace. Ma vorremmo

quasi dire che quelle figure che stanno sulla soglia

di lina stalla molto di maniera, possono anche sol­

tanto apparire un pretesto per ipiel paesaggio «e-

reno che dilaga sullo sfondo. Mi pare che si po­

trebbe anche più minutamente considerare la fun­

zione e l‘ espressione dei personaggi, il significato

del racconto, ma

m

potrebbe anche cadere in qual­

che vizio di fantasia. Come pure una critica della

tecnica e delle proporzioni ( pensiamo a quel mo­

nacello microscopico accanto al gigantesco santo del

riquadro di sinistra) non porterebbe a molto più

chiaramente vedere quello che è ili realtà il valore

di questi assaggi dell'arte piemontese di allora, che

ini limito a sfiorare. Il che appare molto bene at­

traverso l'osservazione di ogni particolare delle

opere che fortunatamente ci sono rimaste, anche

se non tutte in ottimo stato, anche se non tutte di

sicura uttrihuzione.

Certo, e mi riferisco in purticolare all ultimo

nome che ho citato, non ci troviamo di fronte ad

un'arte che s'imponga al suo primo apparire, non

c'è mai il quadro che afferra lo spettatore colla

potenza e la prepotenza del genio: bisogna acco­

starsi a quest'arte sommessa con molta pazienza e

spirito di comprensione, per afferrarne i pregi poco

appariscenti: lo spettatore muove alla conoscenza

del pittore senza che questi lo iucoruggi molto.

Non voglio ora indugiare sugli altri che ho citato

prima, dei quali alruni rientrano ueH'analUi di

quelli che abbiamo visti, come il Giovenone e il

Lanino: altri, pur rifacendosi alla comune cor­

rente. hanno in sè caratteri che li farebbero degni

di uno studio a parte, come Macrino d 'A I h a : altri

ancora appartengono alla scuola piemontese sol­

tanto nei loro primi anni, e poi per gusto e per

tendenza

e

per luogo se ne distaccano,

e

non pos­

sono più esser considerali in gruppo con gli altri,

e

l'esempio di questo ce lo dà G . Antonio Razzi.

il Sodoma, che dalla «cuoia vercellese si allontana

per seguire Leonardo, e dopo un soggiorno a Mi­

lano si trasporla a Siena, e qui lo veiliamo perfet­

tamente iuipiadrato nel gusto della scuola toscana,

a parte la sua forte imliv idnalità. che era già quella

che lo aveva fatto mutare ili scuola e ili luogo, spin­

gendolo a ricercare un ambiente in cui questa po­

tesse svilupparsi secondo la sua primitiva ispira­

zione. K questa è certo più forte che non quella

dei suoi antichi compagni d'arte, i quali, come ab­

biamo vi'to. rimangono ligi ad una tradizione

spesso assai legata che non consente troppe libera­

zioni individualistiche, e dà a tutta la corrente pie­

montese quel buon carattere artigianesco che troppe

volte è facile riscontrare: mentre il Bazzi. f«irse

I unico vero artista, nel senso più moderno della

parola, fra quanti erano usciti dal vivaio vercellese,

si avvicina ad uu d im a più italiano che piemon­

tese. ed è l'unico ili questi pittori che abbia vera­

mente sentito il Rinascimento. Ba-ta pensare a quel

'ilo fanio'o tt Martirio di >. Sebastiano ». che sta

agli l llizi. o all'u Estasi di Santa Caterina », alla

chiesa di S. Domenico di Siena, per concludere

scnz altro con un giudizio favorevole siill'ispira-

zinne di questo artista. E questo ancora potrebbe

servire a dimostrare come il Piemonte iu quel

tempo non fosse capace di fornire il clima più

adatto atl un artista molto estroso, ed è la conferma

di quanto ho detto prim a: il che però non si risolve

iu una condanna.

Ma sarebbe ozioso, iu questo breve articolo, vedere

tutti i possibili punti di contatto con pittori e scuole,

che \engono spesso citati a questo proposito, oltre

a quelli reali che per forza di lavoro e di situa­

zione vengono naturalmente a coincidere in qual­

che punto o in qualche momento della singola e

collettiva produzione piemontese, voglio dire della

scuola milanese e genovese ed anche per qualche

tratto l'avignonese. Ma quanto, ad esempio, a Leo­

nardo e Mantegna e Ghirlandaio ed altri, è naturale

che di tanto in tanto si riscontri qualche influsso o

traccia, quando si fanno così grandi nomi.

Ma se vogliamo restare al nostro primo assunto,

limitandoci alla forza espressiva dell'arte piemon­

tese durante il Rinascimento, la somma finale non

delude del tulto. anche se vogliamo proprio trovare

un valore di movimento collettivo. Ep oca, per il

Piemonte, principalmente costruttiva, poro tempo

per occuparsi di problemi artistici di gran mo­

mento. turbamenti politici notevoli: eppure, in

complesso, un certo ottimismo, costruzione, getto

di fondamenta, anche in arte. Non ci sono mai

espressioni tormentate o fuor del comune: pittura

sacra, quasi sempre, molto cosciente dei suoi im­

pegni. molto lealista, insomma.

Pensiamo che negli stessi tempi un Michelangelo

getta su pareti e cartoni l'espressione di un tor­

l i