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M A R I A D’ A L E S S A N D R I !
I>l C. MEANOEG. F. (ili IIUNI
"VTon un movente di risonanza cittadina ci induce a
intrattenerci da queste colonne a noi care, sulla
recente fatica dei due artisti torinesi che nel settembre
scorso, in gara con altri confratelli, conseguivano a
Bergamo, un vivissimo successo al « Teatro delle no
vità », sorto
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coraggioso impulso di Bindo Missiroli
col patrocinio dello Stato, onnipresente ad ogni inizia
tiva intesa a valorizzare l’ingegno italiano e soprattutto
l’ingegno dei giovani e degli esordienti, tino a poco fa,
nè incuorato, nè sorretto.
Non si tratta già di quei consueti avvenimenti atti
a soddisfare l’orgoglio regionale, ma di una seria affer
mazione sui meriti della quale fu, innanzitutti, unanime
la Commissione di Lettura di Roma che classificando
-<Maria d'Alessandria » in prima linea, ne proponeva,
senz’altro, l’esecuzione: col risultato insolito di metter
d’accordo, e giudici e pubblico. Poiché, infatti, questo
ultimo, fra cui Autorità, Editori, Artisti, convenuti nella
bella sala del « Donizetti », seguiva la partitura con
un fervore che, lungi dall’attenuarsi, si accresceva nelle
recito susseguenti.
Ma a porre il suggello interveniva la critica italiana,
che ne traeva questa essenziale constatazione: trattarsi
di una creazione dotata non solo tli una inequivocabile
fisionomia, ma superante di molti cubiti la schiera dei
troppi tentativi che si avvicendarono sulla scena in
quest’ultimo trentennio con altisonanti diane di rinno
vamento e con non meri reboanti programmi estetici:
contraddetti irremissibilmente dai risultati ;perchè l’arte
— per fortuna sua — non si fa colle parole nè con un
trattato alla mano, ma la si sente e se si ha qualcosa da
dire la si comunica: e non già per via di approssimazione,
ma con forme che chiaramente manifestino quel che il
cuore « ditta dentro » e che nel cuore di chi ascolta si
debbono imprimere e rimanere.
Ora « Maria d ’Alessandria », allo stesso modo che evita
i modelli ottocenteschi esauriti dal tempo, sta proprio
agli antipodi dell’arte preconcetta, retorica e polemica:
vive e palpita cosi nella stesura drammatica, quanto
nella realizzazione e nella reviviscenza musicale.
Se mai, se un che di « voluto » ci fosse, lo si potrebbe*
riscontrare in direzione proprio opposta: nel pudore,
diremmo, della eccessiva appariscenza: nella preoccupa
zione evidente di eliminare così nella stesura letteraria,
quanto nella musica il superfluo: quell’* effetto » senza
« causa » che Wagner, non senza tondamento, rimprove
rava ai macchinosi congegni romantici,a «sensation» di
Eugenio Scrilx* e di Giacomo Meyerbeer.
Cesare Meano nel riprendere con personale concetto
e particolar conoscenza del momento storico la conosciu
tissima vicenda dell’etera alessandrina — consorella di
molt’altre peccatrici redente dall’amore e dal soffio di
vino della grazia — ci diede un « libretto » che concilia
armoniosamente la fluidità, l’astrattezza del tema in
sidioso con una umanità intimamente adesiva alla vita
Nei due protagonisti che simboli, tuttavia, non sono,
ma figure reali, egli rievoca con acutezza di psicologo
la battaglia stessa che ognuno di noi combatte entro di
sè; il dramma eterno fra la carne e lo spirito; tra
imperativi del piano fisico e dell’istinto e i gradi superion
della vita intellettiva e animica; la fatica, la lotta este
nuante d ’ogni tempo fra il male ed il bene sul trava
gliato sentiero della ascesi e della perfezione.
Poesia e religiosità nel significato più alto, al (liso;
delle sole antagonistiche passioni nostre. Poesia,
stero, presentimento; fascino dell’ignoto che si imme
siina col Tutto; di un mondo che pure trovandosi al
fuori di noi, in noi si ripercuote come una rivelazione,
determinati momenti, come un prodigioso richiamo
una realtà che non volevamo conoscere: la legge di
l’amor vero; delle passioni, dell’egoismo l’antagoni
unico, sublime.
E attorno ai personaggi la folla amorfa, ondeggiai
enorme risuonatore dai cento orecchi e dai cent’<
che obbedisce inconscia a questa o a quella correni
e la natura, ora dolce sorella, ora furente nemica;
tecipe o determinante di stati d’animo, quanto anni
ciatrice di orrende catastrofi.
Eccoci fin dall’inizio in quest’atmosfera sottile,
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dubbiamente simpatica per un musicista sensibile.]
Di notte, sotto la torre del faro ad Alessandria,
rovello della vita: il dolore. Sotto la sferza degli ;
una torma di schiavi trascina otri di bitume e
stelli di legna. Un coro di taverna accompagna la
di Maria che, vogliosa di avventure riesce, non
propositi sacrileghi ad unirsi ai pellegrini che salf
per la Terra Santa. Con essi sono un Padre ed
Figli". E quegli rievoca loro la tragedia che lo ha con
vinte allatto di. fede: per poco avrebbe in un impeto
d’ira ucciso il figlio se Dio, apparendogli non gli avesse
trattenuto il braccio. Maria, intanto, che si è accovac
ciata fra le zampe della sfinge, guata. Lo sguardo si
incontra con quello del Figlio che colpito, le parla con
accento di febbre. I penitenti intuiscono in lei il
Xeniu*o, il Tentatore e disordinatamente, tumultuando
si avviano per l’imbarco.
N>1second’atto, sulla tolda. Nessuno governa la nave,
l'n presagio di sventura invade gli animi. Si invoca dal
Diacono la benedizione. Ma un coro beffardo dall’in-
terno sembra irridere al rito. Il boccajx)rto si apre e in
esco Dimo, il navarca, pallido, assorto, «l'n dèmone
— egli dice — si è celato laggiù. Questa notte, mentre
voi dormivate, esso balzò dalla tana, mi strisciò vi
cino: le genti buttarono i remi, i pellegrini le croci
e tutto fu dimenticato, tutto fu calpestato per un
suo bacio ». « Navighiamo coi demoni » gli si risponde
impauriti.
Ed il dèmone appare: Maria. Riconosce, fra i presenti,
compagni di orgie; si rivolge loro con parole di seduzione,
a poco a poco li conquista. « Tutti, tutti io vi ritrovo,
e mentre vi parlo, già si desta e s’impenna un’onda
impetuosa che soverchia le vostre forze... O vani para
disi. crollate! Qui è la vita vera: qui dov’io ridendo
im|K-ro... ».
Invano il Padre l’apostrofa, cercando di avventarsi
su di lei. Il Navarca ed i marinai lo afferrano e lo tra
scinano giù nella stiva. Il male, sia pur per un istante,
è vittorioso.
Nel secondo quadro Maria e il Figlio stanno di fronte;
lei la voluttà, il piacere; lui il mistico, il trasognato.
« Perdei per sempre la mia triste pace — le dice —
quando ti vidi, e sconosciuta ancora, t’amai. Ma poi
che tu qui m’apparisti — e io ti conobbi quale sei,
Maria, — ecco l’amore mio prostrarsi vinto — dal ter
rore, schiacciato — dallo stupore — di se stesso... Che è,
che è, questa demenza che vorrebl>e accarezzare e ucci
dere? — Chi sei, per me, tu ch’io disprezzo e adoro? —
Non hai dunque pietà? » Ma la donna non lo comprende.
Che vuoi? selvaggiamente le oppone: « Guarda: tutta la
mia bellezza soffre a te che implori ». Non è ciò che
egli vorrebbe: « Una bellezza è in te che non conosci.
— Io te l’ho data e tu non te ne avvedi » — « Ma fug
giamo, fuggiamo, — le soggiunge disperatamente —
in un’isola perduta; colà sapremo rinascere e dimenti
care ». Per un istante ella finge accondiscendere, ma per
imporre al Navarca di mutar rotta: non già in peni
tenza, in Terra Santa, ma verso Bisanzio, in cerca di
altre gioie.
La vicenda si fa più serrata; avvenimenti incal
zano. L’angoscia del Figlio deluso, la presenza improv
visa del Padre, armato di arco, la burrasca che squassa
i fianchi del naviglio, i lampi che guizzano sempre più
vivi nel cielo plumbeo ed il rimbombar fragoroso
tuono; ecco la tragica atmosfera che incoinl>e. La caia
strofe è inevitabile, imminente. Invano Maria, come per
estrema difesa, resiste sarcastica. Il Padre, come per
comandamento d ’iddio, compie l’opera di giustizia.
S’ode un grido del Figlio cui risponde un grido di Maria.
Il giovane s’è buttato dinanzi a lei: ha ricevuto il dardo
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