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nel petto: è caduto ai suoi piedi. La turba esterrefatta,

rumoreggia.

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padre guarda attonito come se non com­

prendesse.

Di fronte al mistero della morte la mente della corti­

giana si illumina d ’improvviso. L’amore, la pietà l’hanno

vinta. Essa non è più quella di un momento prima.

Si prosterna, umile, al Padre, al morente; ne regge

il capo, lo accarezza, lo bacia. Poi quand’egli si è

spento invoca da Dio che la tempesta travolga lei

per prima.

Nell’epilogo l’espiazione. Dal naufragio Maria si è

salvata, recando con sè il corpo esamino dell’amato.

Voci di pastori echeggiano nell’alba rosea. Son dileguate

ornai le umane passioni. E quasi a ricondurci in un mondo

superiore, lo scrittore indulge su richiami biblici, su

frasi che pur lontane nello spazio e nel tempo pro­

fondamente ci toccano, ricordandoci, con infinita no­

stalgia, l’innocenza primigenia; il regno dell’intuizione

pura.

All’anacoreta Zozimo, Maria narra la sua tragedia

e chiede di esser sepolta con chi l’amò e la salvò. Ma

una voce cara risponde dall’alto. È la voce arcana

di lui. Il Signore ha giudicato. Ella dovrà «cammi­

nare » ancora assai; perchè lungo è il sentiero della

redenzione.

E Maria obbedisce. A capo chino, si avvia, lenta nel

deserto uverso il sole ». I Pastori cantano il suo martirio;

le armonie celestiali inneggiano alla gloria di Dio.

Questa, molto sommariamente, la trama sulla quale

il M. Ghedini intesseva la sua partitura: solida costru­

zione che ce lo rivela d’un subito anche compositore

drammatico, come sinfonista si era mostrato con un

buon numero di opere, quali, per non citare che le più

cospicue l’arditissima «Marinaresca e Baccanale », por­

tata da Victor De Sabata all’Augusteo e ripetuta

dallo stesso direttore all’Eiar, e la « Partita » dhe pa­

recchi anni or sono Vittorio Gui presentava al Teatro

di Torino.

Un aspetto specifico del temperamento e della sensi­

bilità sua ci è dato dalla musica vocale colle

Uriche e

Laudi spirituali,

i

Duetti spirituali,

le

Litanie alla Ver­

gine

per voci e coro, un

Oratorio

ed una

Messa

in onore

di Gregorio Magno, eseguita frequententente in Ger­

mania.

Composizioni significative perchè illuminano uno dei

lati essenziali del suo ingegno e spiegano le sue predile­

zioni; sia che esse si rivolgano ad un determinato ciclo

storico, sia per alcuni autori rappresentativi, quali il

Frescobaldi, — di cui d Ghedini trascrisse con acuta per­

cezione dei timbri alcune pagine per orchestra — e il

Monteverdi; e, fra i compositori dell’ottocento, César

Franck e Giovanni Brahms.

Pur tenendo ben aperto l’orecchio alle conquiste

odierne che, tuttavia, non sopravaluta, e non soprava­

lutò. nemmeno quando altri le seguiva come abbacinato,

egli, per affinità elettiva, risale molto indietro; quasi

alle origini primordiali, all’epoca in cui la musicalità

gli apparisce come fiore genuino ilei sentimento, non

ancora incatenato in ischemi; ed ama coglierlo in sul

nascere, come per non contaminarne il profumo. Me­

lodia sì, e sempre. Ma melodia libera; andamenti

elastici come nella semplice «lauda » popolaresca se*

turita dal flusso concominante della parola, del verse

e del suono.

E questi ricorsi non mancano nemmeno in « Maria

d’Alessandria »; arricchiti, s’intende, dalle particolari in­

flessioni cui il musicista l’assoggetta,abbandonando l’ac­

cento ritmico per l’accento patetico, disteso, magari in

sottoaccenti che del verbo pongono in rilievo l’interno

fervore: così alla fine del primo atto, colla effusione

lirica del baritono, ripresa ed ampliata, poi, dal coro

Tali precedenti si potrebbero facilmente ritrovare

in una pagina per soli, coro e orchestra: « Il pianto

della Madonna », ispirata a Iacopone da Todi, che ese­

guita nei Concerti del Regio nel

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— protagonista

Maria Capuana — offriva già

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saggio, sia pur ridotto

delle facoltà lirico-drammatiche del Compositore

Per analogia, nella musica strumentale, l’individua

zione dei timbri, e, perciò, la predilezione per le prime

del « concerto » e del «concerto grosso »; i prototipi

donde, ingrandendosi, nacquero per germinazione più

o meno spontanea, le altre architetture sonore.

Un ritorno all’antico, dunque, in ciò che l’antico ha

di eterno, di connaturato ai nostri modi espressivi, im­

mutabili. Questa cura del « colore » sentimentale, dd

vocabolo, inteso come gesto sonoro, come riflesso delle

vibrazioni dello spirito, tanto caro ai nostri grandi ma­

drigalisti, è presente, sempre, in tutta l’opera, trat­

tata con un declamato melodico che evita tanto la

secchezza del recitativo secco, quanto le rigide sim­

metrie dellaria strofica.

Contrappuntista come nato — non in senso scola­

stico, ma travaglio come germinazione di immagini —

il Ghedini non si fa nemmeno del contrappunto un auto­

crate. f hi lo ha seguito, come lo scrivente, fin dai primi

anni e ne segnalava, allora il valore fra l'indifferenza

quasi generale, constata con piacere com'egli, musicisti

altrettanto istintivo, della feconda linfa del contrap*

punto si sia nutrito, ma a profitto della monodia, la

quale si è venufa, così, irrobustendo, senza rinunciare

a quella drammaticità che la polifonia presuppone

come naturale conseguenza del «contrasto », dalle an­

titesi fra le parti. Monteverdi insegni.

Il còmpito ragguardevole della coralità e dei pe

d’assieme attestano sulle generose possibilità del coi»

positore, anche come potere sintetico.

Ma la polifonia ha salvato altresì il Ghedini da un alti*

pericolo: l’amore eccessivo, esclusivo per l’armonia, co»

siderata come alcunché di avulso dalla melodia,

un campo di ricerche ostinate sulle risorse della « vert

caliti, laddove, invece, l'accordo non è un insieme stati

Originala dallo leartito dal Haaatro CKadlni

ma il risultato « transitorio »dell’incontro delle voci pro­

cedenti in direzione orizzontale. Costruire dei plessi ac­

cordali senza tener conto — e quanto! — della tendenza

dei singoli componenti è un non senso, poiché la loro

logica interna è quella che influisce sulle loro risoluzioni

non solo, ma sulla loro intera traiettoria, che melodia

ha da essere.

Nessuna simpatia, poi, come nessun ostracismo, nè

alla consonanza, nè alla dissonanza, relatività entrambe

ed entrambe ugualmente « espressive », a seconda delle

circostanze quiete

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movimento, calma serena o at­

tesa febbrile, rilassatezza o tensione. Così pel principio

dell.i tonalità che non esclude la modulazione...

Mezzo e non fine, in sostanza.

Anche la ritmica che rappresenta l’elemento virile

del discorso musicale, obbedisce a questa premessa;

ora appena sensibile, lascia il melos defluire in estatici

piani, ora secca, aggressiva, lo avvinghia. La psiche

stessa del Maestro, fortemente reattiva, ma pur com-

conijtiacentesi di oasi serene e sognanti, nelle quali

l’artista sembra, in abbandono, contemplare. Tali

stati sono ben impressi nell’opera che appunto di due

e antitetiche si compiace e si risolvono, dopo

acme del terzo atto, con un miracoloso capovolgi­

c i to, nell’ultimo quadro: il quale quasi privo di azione,

nesi - quanto mai suggestivo, circondato com’è, da

un . ireola di mistica aspettazione.

A ìalogo è il concetto che guidava il Ghedini nello

strumentale. Niente iperboli, non ponderose sovrappo-

ù, non il preconcetto del « bel suono » ad ogni

cost i o dell’equilibrio, del dolce, del soffice o dell’* im­

pasto ». Tenuta in disparte la compagine degli archi per

intere scene; altrove amalgami da far rabbrividire un

professore »; ma appositamente scelti per la circo­

la: come nell'apparizione di Maria al Figlio, fin dal

Primo atto. Violini nelle regioni acutissime ed ottavino

cvPu^ano e feriscono l’orecchio: Io sguardo di lei penetra

come

nel cuor conturbato del giovane. Un presentimento: il

timore della perfidia che in questa scena muta si tra­

duce in torbidi disegni di viole, di legni e agitati e s*.....

tremolìi di tamburo.

Ma a che riferire episodi e cenni saltuari che sovente

disorientano? L'impressione è quella che il lettore stesso

si è fatta da queste note. Piuttosto preferiamo concludere:

« Maria d’Alessandria » è opera di gusto, non men sentita

che meditata, densa di musicalità e di musica; e guarda

un po' che contraddizione: per quanto figlia di un con­

trappuntista, nemica di quel tematismo, di quei motivi

a interminabili ripetizioni e sviluppi che da Wagner in

poi parvero costituire la condizione indispensabile di

ogni melodramma che si rispetti!...

Scritta in pochi mesi, allestita nel minimo per copiar

parti e partiture, confezionar scene, e «provare », ac­

quistata subito dopo la prima recita dall'Editore R i­

cordi ed ora già inclusa nella stagione lirica del Comu­

nale di Modena!... Quanto cammino e quale riconosci­

mento per un musicista che non mai cercò di farsi

avanti a spintoni, ma che anzi si è tenuto — quasi

sdegnoso di nomea — in disparte, raccolto solo nel lavoro

e nell’approfondimento dell’arte sua!...

Nell’ospitale « Donizetti » gli autori ebbero una colla­

borazione cordialissima: nel Maestro Giuseppe Del Cam­

po; nell’orchestra del Teatro alla Scala — ottimi ele­

menti, quindi, e i primi a pigliare sul serio il lavoro — ;

negli interpreti: Serafina di Leo, Antenore Reali, Nino

Bertelli, Andrea MongeUi, Aristide Baracchi, Luigi Bor­

gonuovo, Matilde Arbuffo e Giuseppe Nenni; nel maestro

Benaglio istruttore dei cori. Belle le scene di Contardo

Barbieri e curata la regia di Mario Frigerio.