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R A S S E G N A I H P O L I T I C A E S T E R A

FROHTE ALL’ INGHILTERRA

E quali saranno i più fedeli, i più diretti collabo­

ratori, dell'uria e dell'altra parte? Certamente le

giovani generazioni che. oggi escono dai nostri Atenei

e dai nostri Istituti superiori, cui vediamo assumere

posizioni direttive, sì nelle aziende stesse che nei

sindacati, nelle federazioni, nelle confederazioni.

I

problemi societari ed aziendali, riguardino essi

questioni di monopolio e di concorrenza, questioni

finanziarie ed amministrative per sollevare il decoro

delle società e rafforzarne il potere esecutivo nell’inte-

resse della massa dei soci o dei creditori, e questioni

di stretta amministrazione a tutela dei creditori sociali

— contro il mal uso del potere fallace, irreale, spesse

volte capzioso invadente delle assemblee — o que­

stioni più generali economiche come quelle riferentesi

alla tutela del risparmio o dei tini della produzione o

questioni infine di tutela «Ielle società; o comunque

di tutela del risparmio contro i dannosi od eccessivi

accentramenti o attìgliamenti di natura finanziaria

(società finanziarie), sono sempre problemi che devono

essere considerati in sole corporativa.

E date le premesse dcU'ordinamento corporativo,

risulta che è precisamente nelle Facoltà di economia

e commercio che tutte queste conoscenze possono

essere meglio apprese e assimilate dati i programmi

organici d'insegnamento, la natura e il metodo pre­

valentemente pratico, non privo di casistica, aderenti

ai problemi nuovi, economici e politici.

Basta pensare a tutto il campo di studi diretti ad

illustrare la politica bancaria, del credito, del ri­

sparmio, della congiuntura doganale ecc.. per avere

un’idea, tenute presenti le ultime manifestazioni

della politica economica e creditizia corporativa

(istituto di liquidazione, Imi, Iri, regolamentazione

gruppo S .I.P . ecc. ecc.), dell'importanza di questi

studi.

Ne basta: si aggiungano gli studi di iliritto corpo­

rativo, ili Scienza della finanza, di tecnica mercantile

e bancaria, di statistica, di geografia economica, ili

ragioneria e si avrà la netta sensazione della prepara­

zione che possono avere gli allievi «ielle nostre Facoltà

Economiche, preparazione che li renile più atti ad

affrontare i nuovi problemi, sia nel campo stretta-

mente societario che in quello sindacale e corjiora-

tivo.

E, a conclusione ili queste affrettatissime note,

ci piace infine ricordare che la preparazione stati­

stica dei nostri Istituti, volgendosi verso due campi,

quello della metodologica a base matematica e quello

della statistica economica (integrata dalla conoscenza

«Iella materia ragioneristica atta a far rilevare le

condizioni interne delle aziende), apre il campo pei

nostri stuilenti a fecondissime prove.

Abbiamo già accennato incidentalmente alla neces­

sità per lo Stato Corporativo della conoscenza degli

indici della vita economica nazionale. Non è infatti

possibile dirigere un'economia senza conoscere esatta­

mente la posizione in cui l'economia si trova e la

tendenza verso la quale essa sembra portarsi a

momenti dati. Oggi, ovunque troviamo,

sotto

la

«pinta della prassi corporativa, un fervore nuovo di

ricerche induttive diretto a studiare, controllare,

liberandosi ila astrattismi infecondi, i fenomeni econo­

mici nel tempo, per seguirli, valutarli e ridurli a cifre

e indici parlanti.

Non è qui la sede per dilungarsi su questo tema:

è sufficente mettere in evidenza anche l'importanza

ili questi studi in scile corporativa.

La conoscenza dcll'intluenza di questi indici e di

questi valori (industriali, commerciali, bancari, mone­

tari, ili consumo ecc. ecc.) è indispensabile per giudi­

car!» in sede ili discussione corporativa quali sono e

saranno le condizioni generali ilei mercato, date

quelle certe condizioni ddl'industria, del consumo,

dell’uso determinato ili fattori produttivi.

Quanto più l'ordinamento corporativo modifica i

presupposti dell’organizzazione capitalistica del paese,

tanto più risulteranno erronei gli studi che partono

da premesse passate, dimostrandosi così la necessità

ili perfezionarsi nella conoscenza di elementi suffi­

cienti a rilevare i movimenti residui costanti econo­

mici.

La diversa politica economica renile quindi indi­

spensabile la conoscenza di quegli studi, i quali disci­

plinano la dottrina stessa attorno ad un principio

unificatore, al line ili avere non solo mezzi

reprennici

ma pure

prerentiri

diretti a stabilizzare, regolare il

ritmo economico.

La politica economica corporativa ha pure, fra gli

altri, lo scopo ili eliminare le fluttuazioni incomposte

del ciclo, al fine di indirizzare le singole imprese

verso un andamento

normale

che elimini ogni oscilla­

zione turbolenta.

(ìli strumenti per una simile conoscenza non possono

dunque che essere statistici, non ne conosciamo altri.

E che ty statistica economica dovesse avere in Italia

una grandissima importanza lo si rileva pensando

ai provvedimenti del Duce diretti a creare anni or

sono su nuove basi, l'istituto Centrale di Statistica

ponendolo alle sue dirette dipendenze. Anche qui si

rileva la sua chiaroveggenza illuminata e il suo pro­

gramma corporativo già in funzione nel suo prodi­

gioso cervello.

E che questi studi risultino sempre più importanti

lo si rileva pure daU'esistenza dei vari uffici statistici

periferici: tanto è vero che oggi l’Unione provinciale

dei Sindacati delle Industrie di Torino ha organizzato

un Ufficio di rilevazioni statistiche ed economiche,

poiché è stato compreso che il miglior bagaglio di

discussione da portare a Roma nelle Corporazioni

sarà indubbiamente quello statistico. Ne è a capo

un docente della Facoltà di Economia e commercio.

Ciò premesso, risulta evidente che anche questi studi,

che largamente si professano nelle facoltà economiche

diventeranno sempre di maggior importanza per i

nostri giovani i quali saranno l'osi sempre più idonei

ad affrontare la soluzione di quei problemi corporativi

che dalla periferia al centro richiederanno la presenza

di elementi preparati in ogni settore dell’economia

e della politica aziendale.

Ormai ci siamo abituati alle oscillazioni della po li­

tica inglese. P iù volte in questi due anni la « tra­

dizionale am icizia » è parsa sul punto d i rista b ilirsi,

e altrettante volte le nostre relazioni con l'ex-am ica

tradizionale si sono improvvisamente inasprite. Si

direbbe che il governo inglese abbia messo molta

diligenza nel dosare questi a lti e bassi delle relazioni

con l'Ita lia , e noi qualche volta nella nostra incan­

cellabile generosità, ci siamo mostrati sensibili a

certi segni di riavvicinamento. Ora abbiamo impa­

rato a lasciare sfumare anche queste residue im ­

provvide tenerezze. I l gioco dura da troppo tempo,

e. anche per l'In g h ilte rra un bel gioco dura poco.

Quindi non è più un bel gioco.

E mentre abbiamo preso definitivamente il partito

di Mare a ll'e rta . abbiamo anche acquistato la calma

necessaria a considerare serenamente il non flem­

matico atteggiamento inglese, e a spiegarcene i

motivi.

L'Inghilterra non è abbastanza armata per fare una

politica di prepotenza. L'incitam ento ad armarsi le

è

venuto — in u tile cercarlo altrove — dal non es-

*re riuscita ad imporsi a ll'Ita lia nella questione

etiopica. Che si arm i per rifa rs i, a suo tempo, di

questo scacco? È probabile che nella attuale pre­

mura del riarm o ci sia una residua foga d i risenti­

mento, ma che il ria rm o sia p ro prio indirizzato ad

uno scopo sim ile non può tanto facilmente presu­

mersi. E q u in d i possiamo anche credere che Eden

?ia «incero quando afferma che il governo inglese

non persegue una politica d i vendetta.

Eden, e chiunque altro abbia una responsabilità si­

mile alla sua, è persuaso che una vendetta d i questo

penare potrebbe costare molto cara a ll'In g h ilte rra .

Ma si può essere certi che se l'In g h ilte rra potesse

ottenerla a buon mercato non ci rinunzierebbe, nè

f di* credere che vi abbia rinunziato. È vero che ci

Mno cose a cui uno non rinun zia ma che non

«vr;« mai.

Fiir-p a

ra situazione è questa. L 'In g h ilte rra si

riama per tenere alto il suo prestigio, convinta che

per essere temuta non può soltanto rimanere con

U fama d i essere forte, ma deve essere forte in ef-

fett ».

difficile che preveda fin d'ora se userà la

™a forza rinnovellata per difendersi o per offen­

dere. Comunque non vuol trovarsi disarmata in

Bezzo a un mondo d 'a rm a ti; vuol condurre e non

««ere condotta; e se è destino d ie debba perdere

ln primato di potenza vuole fino a ll'u ltim o conser­

tarne almeno le apparenze. Quel prim ato però l'h a

speranza d i esercitarlo congiuntamente con essa:

ora s'accorge che ci sono al mondo porzioni d i mare

in cui il suo dom inio non è più incontrastabile, con

o senza l'a iu to americano, e queste porzioni di mare

m inacciano di allargarsi. Deve cercare a ltri soci, ma

ogni atto d i ricerca d i nuovi soci è una confessione

d i debolezza, a cui è comprensibile che le sia duro

di rassegnarsi.

Un tempo le era possibile coalizzare mezzo mondo

e anche tu tto il mondo contro il nemico p iù pe ri­

coloso (Napoleone, la Germania). O ra contro l'I ta ­

lia la coalizione è fa llita , contro il Giappone nè nel

1931 nè adesso non è neanche stata iniziata. Le

potenze che le dànno ombra sanno per una storia

ormai lunga e più volte ripetuta qu a li sono i suoi

metodi d i lotta, le a rti della sua diplom azia: si

p

" '

muniscono, si accordano, il suo atteggiamento è pei

esse un pericolo comune e una ragione d i solida­

rietà.

L 'In g h ilte rra sa che non può perpetuare il suo pre­

dom inio nè con la forza nè con l'astuzia. Sa che

non può p iù abbattere i suoi p re sum ib ili avversari

prendendoli uno per volta. Sa che se da un even­

tuale con flitto una sola grande Potenza rimane per

qualche tempo estranea, quella Potenza può rim a­

nerle definitivamente e minacciosamente al di so­

pra. Sono tu tti m otivi d i perplessità e d i oscillazione

della sua attuale politica.

Forse verrà a patti con coloro con cui ora si mostra

altera quando disporrà di tanta forza da fa r pensare

che non lo fa per paura. E sarebbe saggia p o li­

tica. In ogni governo ci sono uom in i che sanno

qual'è la politica più savia che si deve condurre.

Non sono sempre questi però che hanno il compito

di prendere le decisioni irre vocab ili. D i regola la

politica estera è condotta indipendentemente dai

sentimenti personali degli uom in i che la fanno. Ma

è una regola che ha delle eccezioni. Anche se sem­

bra logico che l'In g h ilte rra non debba imbarcarsi in

una guerra con l'Ita lia per una tardiva definizione

della questione etiopica, qualunque a ltro possa es­

serne il pretesto, anche se per molte ragioni una

sim ile guerra fosse assurda per l'In g h ilte rra non b i­

sogna totalmente escludere che le ragioni della

vendetta, accompagnate da altre

loro

affini che som­

muovono varie correnti politiche

della

«demo­

crazia » britannica, facciano p ro p rio scoppiare

que­

sta

guerra illogica

ed

assurda. Se

ciò non sarà, tanto

meglio; ma per

ora e

per molto tempo la noatra

norma non poò essere die questa:

fronte alTIn­

ghilterra.

■tnruano

giiwhmi

i

ANTONIO POSSATI

duto il giorno che ha rinnnaiato all'esclusività

bl dominio dei mari. Lo sparti con l'America odia

a»