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da avrebbe ospitato un rappresentante ufficiale della curia romana solo dal 1741
a 1753, nella persona del cardinale Lodovico Merlini. Già dal 1698, peraltro, i
nuovi inquisitori nominati da Roma non erano stati accettati dal governo sabau-
do, che intendeva procedere a un riassetto complessivo dei tribunali del Sant’Uf-
fizio in Piemonte. A Torino, nel 1708, dopo la morte dell’inquisitore padre De
Gubernatis, il governo avrebbe intimato «lo sfratto» al nuovo inquisitore nomi-
nato da Roma, Giovanni Andrea Cauvino, e, come in tutto il Piemonte, il tribu-
nale del Sant’Uffizio sarebbe rimasto per tutto il secolo affidato a un vicario. Dal
1701 fino al concordato del 1727, infine, non furono nominati i nuovi titolari dei
vescovadi e delle abbazie che si rendevano progressivamente vacanti, in quanto
Roma rifiutava di accettare i candidati nominati dal duca e non voleva rischiare
che i propri fossero respinti. Anche Torino, dopo la morte dell’arcivescovo Vibò
nel 1713, sarebbe rimasta una «chiesa senza pastore» fino alla nomina regia di
Francesco Arborio Gattinara nel 1727.
Per comprendere più a fondo la natura della controversia tra i duchi sabaudi e la
curia romana va considerato che nel Seicento le istituzioni ecclesiastiche sul ter-
ritorio costituivano una configurazione complessa di «podestà», cioè di poteri
giurisdizionali concorrenti e confliggenti sia tra loro sia con l’autorità dei magi-
strati laici. Vescovi, nunzi e inquisitori, dotati ognuno di propri tribunali, svolge-
vano funzioni di «governo ecclesiastico» e tendevano ad ampliare la sfera della
propria giurisdizione, ma anche altri soggetti, come i collettori degli spogli (fun-
zionari fiscali della curia romana) esercitavano ruoli di natura politica. Il territo-
rio era frammentato sia da usi differenti in materia ecclesiastica sia dall’intersecar-
si, nei confini delle diocesi, di abbazie di regolari sottratte al controllo dei vesco-
vi e di feudi pontifici, governati direttamente dalla Santa Sede. In questa comples-
sa articolazione di poteri ecclesiastici, romani e locali, e di poteri civili, giudiziari
e politici, i sovrani sabaudi, puntando a fare dei vescovi i propri referenti e rico-
noscendo loro un’autorità prevalentemente spirituale e disciplinare, favorirono
una tendenza di lungo periodo che andava in direzione del contenimento del plu-
ralismo delle potestà e della sacerdotalizzazione del clero. In tal modo avrebbe
preso corpo anche nei domini sabaudi la ridefinizione della giurisdizione ordina-
ria dei vescovi, un fenomeno che, come ha mostrato Gaetano Greco, costituisce
l’elemento caratterizzante della storia dell’episcopato italiano nel Settecento
7
. La
storia dei rapporti tra poteri laici ed ecclesiastici, infatti, non è interpretabile in
chiave esclusivamente antagonistica, né il conflitto giurisdizionale può essere con-
siderato espressione di una crisi culturale dei quadri di riferimento religiosi. Si
trattava piuttosto di una nuova integrazione della realtà religiosa e devozionale
con quella politica e giurisdizionale, stabilita attraverso i concordati con la curia
romana (1727 e 1741), che sanciranno fra l’altro il diritto di nomina regia di
vescovi e abati, e il rafforzamento della legittimazione religiosa della dinastia. A
metà Settecento questo nuovo equilibrio diventerà chiaramente percepibile nella
rappresentazione di Torino offerta dalla
Guida
di Giovanni Gaspare Craveri
(1752), la cui descrizione alternata di palazzi di governo e di edifici ecclesiastici
connoterà lo spazio urbano essenzialmente nel suo significato politico-religioso
8
.
Nel 1706, tuttavia, i rapporti ufficiali con la corte di Roma erano interrotti, i ten-
tativi di mediazione erano in fase di stallo e il papa e la Congregazione delle
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