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1
F
RANCESCO
A
NTONIO
T
ARIZZO
,
Ragguaglio istorico dell’assedio, difesa, e liberazione della Città di Torino
, Torino:
Zappata, 1707, p. 84.
2
Ibidem
.
3
La basilica urbana del Corpus Domini
, Torino: Allemandi, 2004.
4
F.A. T
ARIZZO
,
Ragguaglio istorico dell’assedio, difesa, e liberazione della Città di Torino
cit., p. 86.
«Una qualche forza invisibile».
Devozioni e spazi sacri
di Maria Teresa Silvestrini
La cronaca di Francesco Antonio Tarizzo, «storico ufficiale» dell’assedio di Tori-
no, esalta il fervore religioso e devozionale che animava e univa nella resistenza ai
francesi tutti i ceti e le figure sociali, dal sovrano agli ufficiali ai semplici soldati,
dall’arcivescovo agli ecclesiastici secolari e regolari, dai sindaci e decurioni della
città ai «poverelli» dell’Ospedale di Carità. La vittoria finale del 7 settembre 1706
contro una potenza europea che aveva dispiegato un apparato bellico molto più
consistente è rappresentata come il frutto di un intervento soprannaturale, l’azio-
ne di una magica forza che aveva protetto la città, consentendole di respingere il
nemico e di liberarsi dall’accerchiamento. Si avverò così una sorta di divinazione
che gli stessi «francesi avevano più volte divulgato dal loro campo, [cioè] esservi
in Torino una qualche forza invisibile, onde erano mandati a vuoto i loro sforzi»
1
.
La diffusa credenza nell’intervento divino a sostegno della vittoria sabauda, origi-
ne di innumerevoli narrazioni di predizioni e prodigi, si avvaleva di tre importan-
ti simboli del legame particolare tra la città e il «Cielo»: la Sindone, il Corpus
Domini e la Consolata, che nella città di inizio Settecento si identificavano a loro
volta con specifici soggetti politici e religiosi. La dimensione simbolica della Sin-
done, «uno de’ più segnalati pegni della comune Redenzione»
2
, era fortemente
legata al potere ducale, e questa identificazione si era rafforzata negli ultimi decen-
ni del Seicento, quando la costruzione della guariniana cappella della Sindone
(1694), con accesso diretto dal Palazzo Reale, aveva accelerato l’inclusione della
reliquia negli spazi del culto della dinastia, sottraendone la liturgia ai canonici della
metropolitana di San Giovanni. La devozione al Corpus Domini si identificava con
il potere municipale e urbano che aveva il suo spazio sacro presso la chiesa del
Corpus Domini, di patronato della città e situata a poche decine di metri dal Palaz-
zo del Comune. La chiesa custodiva la memoria del miracolo dell’elevazione del-
l’Ostia del 1453, quando, come scrisse Tarizzo, «il Redentor del Mondo, sotto le
specie del pane eucaristico, di pellegrinante divenuto cittadino», aveva designato
Torino come «Città del Sagramento»
3
. Il culto della Consolata, anch’esso avvalo-
rato dalla tradizione di un miracolo, era prerogativa della chiesa di Sant’Andrea
dei monaci cistercensi di san Bernardo, ed esprimeva la predilezione di Maria Ver-
gine per Torino e «il genio ch’ella aveva di abitarvi come in una reggia tutta sua»
4
.




