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ili

angoscia che domina i personaggi smorzando la

loro

vita morale e determinando quindi la loro azione

,'iTso situazióni e catastrofi fatali. Anzi, già iu

Bcntie

il

De Michclis con un'acutezza di sguardo veramente

'ingoiare chiarisce come il superamento «lei gusto

dannunziano nasca proprio « dall'avvertita presenza »

<li un'inquietudine talvolta più profonda delle parole

che non si placa in raffinatezza di notazioni o splendori

«t'immagini; ma coinvolge prima di tutto l'ansioso

interesse, autobiografico interesse, dello scrittore,

traendone sempre suggello di nobiltà quando non di

bellezza; un'assidua automaccrazione, autoinquisi­

zione, un assiduo scavo verso profondità spirituali

presentite se non raggiunte »: affiorare quindi di

una psicologia che se non sempre si dialettizza e ri­

mane nera psicologia, tuttavia è chiaro che la storia

artistica del nostro incomincia propria da questo

momento.

Si

veda questa visione di settembre non fra le

migliori: « Era di settembre, e l’uva cominciava a

maturare; ma i chicchi parevano trasparenti quando i

raggi del sole entravano tra i pampini. Ero in mezzo

a una vallata vicino ai pioppi, tutti contorti, di un

borro. Mi pareva che la vallata si sollevasse su at­

tratta dalle due colline piene di oliveti e di vigne.

Le pesche erano mature e pensavo di mangiarne

almeno una. Ma esitavo a muovermi. Tra due viti,

vidi una ragnatela: era un poco umida e mi venne

voglia di toccarla con la punta di un dito ma senza

romperla... ».

È uno stato d'animo stupefatto segretamente vo­

luttuoso e angoscioso; con la voluttà, l'angoscia e la

stupefazione di un incubo, che si vorrebbe sciogliere

in sogno. L'uva d'oro, i pioppi contorti, la vallata

attratta dalle colline, la ragnatela: ognuna di queste

cose potrebbe essere oggetto di godimento per conto

suo, ove l'idea lirica in cui vivono fosse, dannunziana­

mente, il godimento di esse, invece l'idea lirica è,

nota il De Michelis, in quel: « Ma esitavo a muovermi »;

una sospensione d'animo senza perchè in cui è dolce

e

angoscioso Btare: dolce perchè quelle immagini non

vivono senza essere godute, angoscioso per il senso di

instabilità che accompagna la sospensione dell’animo:

e insieme per l’ansia di scoprire il perchè di essa so­

spensione, ed i legami fra le cose staccate che ivi

instabilmente e misteriosamente si uniscono e il

perchè di ogni singola immagine, le serene ed ansiose,

le une comunicanti colle altre, per il fatto stesso della

vicinanza, un po’ della natura propria. Quindi quella

specie di torbidità che il Gargiulo ed il Pancrazi

denunziavano nel Tozzi non son per lui altro che il

punto di partenza per un processo di approfondi­

mento, cioè di impossessamento che dove riuscirà a

concretarsi sarà dominio non solo morale ma anche

artistico. Nell’opera Ricordi

di un

impiegato

quella

psicologia che rimaneva in Bestie

assai spesso

do­

cumentaria,

pure

legata

alla fatica che ancora

l’au­

tore dura a

chiarirsela si scioglie verso un’unità

tonale

per

cui

l’esigenza del romanzo (e questo sia

detto non

per volere

alludere

a generi) sempre più

chiara fattasi da noi a mano a mano che d si venne

liberando dal peso dell’eredità dannunziana ha avuto

nei

R i c o r d i d i u n i m p i e g a t o

una delle prime opere

che badassero al senso di una riorganizzazione dal­

l'intimo del mondo morale.

A questo punto il De Michelis ha una pagina ni

cui mi pare definisca con una chiarezza netta e decisa

la situazione storica che si delineò quando il Tozzi

cominciò ad operare. « Il superuomo dannunziano si

sentiva vivere sopra gli uomini, per questo aveva

finito con l'isolarsi nel vuoto delle sensazioni: arri­

vare a un mondo diverso di sentimenti di affetti non

si poteva senza ristabilire i contatti con gli uomini

che ci vivono accanto, guardarli per amarli, non

per metterci a polemizzare con loro, vivere uomini

fra uomini avendo compiuto in noi quell'accettazione

della vita di tutti che fu il proposito del Tozzi e di

tanti prima e dopo di lui. Più che mai insomma il

problema letterario si rifece problema d’interna spi­

ritualità, problema morale.

In conclusione, puntualizzando d’accordo col De

Michelis la situazione artistica del mondo tozziano

sul romanzo Tre Croci converrà darne una valutazione

di gusto nei rispetti del Verga e della sua implacabile

obiettività, vedere cioè sino a che punto egli abbia

oggettivato questo suo mondo e fin dove i personaggi

gli siano riusciti coerenti sia psicologicamente sia

liricamente e se egli abbia veramente raggimi

la

unità di tono per cui noi riconosciamo in Verga un

grande artista ed il più grande romanziere italiano.

Converrà quindi sbrogliare le fila del problema verso

una soluzione impegnativa: se il Tozzi sia veramente

un Maestro come lo è il Verga per i risultati rag­

giunti, o nell’altro senso in quello cioè del precursore:

di avere iniziato e portato quasi a maturazione quel

tipo di moderna arte narrativa in cui il racconto verte

tutto e soltanto su un intreccio di sentimenti trasco­

loranti sulla trama di un sentimento solo, per cui la

epicità di questi valori narrativi vige in funzione

pregnantemente lirica, lontana dalle linee maestre

della classica narrativa del grande Ottocento tutto

epica oggettività e storia. In questo senso « il caso

Tozzi »che tanto scalpore destò al suo apparire e tanto

interesse ancora desta tuttora credo vada interpretato

e indirizzato: quindi si spiega come l’interesse sul

Tozzi col passare degli anni non si vada smorzando

ma anzi acquisti un rilievo sempre

più

deciso.

La

ragione si

deve

ricercare

nel

fatto che mentre i pro­

blemi di gusto che

a

suo tempo per

esempio il

D ’An­

nunzio aveva suscitato, storicamente

sono

ormai con­

chiusi

e

definiti

da

un

pezzo,

la

figura e

l’opera

del

Tozzi

è ancora

assai

viva e feconda

suscitatrice del

gusto e quindi

dell’arte

contemporanea.

« I l caso Tozzi > è sem pre vivo: non perchè noi ligi

a d u n a schem atizzazione, di poesia e non poesia, v o ­

gliam o decidere in senso assoluto la su a sta tu ra , m a

perché stu d ian d o e ap profondendo Q suo m ondo e la

su a a rte stu diam o noi stessi, d ifetti e q u a lità, forse

positive e forse dissolutive cercando d i raggiungere il

culm ine d i quel processo d a lu i in iz iato cosi g a g lia r­

d am en te.