Table of Contents Table of Contents
Previous Page  326 / 1801 Next Page
Information
Show Menu
Previous Page 326 / 1801 Next Page
Page Background

E L E G I E R O M A N E

A L P A L A T I N O

l Tna fra le cose che più amo in Roma è quella sua

copia di luoghi rustici e quasi silvestri piantati qua

e là. quando meno te l'aspetti, nel bel mezzo della

metropoli; e non dico ville, parchi e giardini pub­

blici, quali tutte le città ne hanno, e servono solo

a dare (questi benedetti « polmoni verdi » come li

chiamano), così lisciati, leccati, artefatti, un disagio

e tristezza grandissimi, per l'immagine deformata

e sinistra che offrono della campagna: dico proprio

dei pezzi di campagna piantati lì fra vie e piazze

coi loro bravi prati, sterpi, roveti, casine e orticelli

di guardiani, che ti richiamano l'autentica vita cam­

pestre con tutta la sua gaiezza, e costituiscono un

caso di realizzazione felicissima di queirintim a me­

scolanza città-campagna che io vado sostenendo da

un pezzo come quella che dovrà liberarci dalle tos­

sine fìsiche e morali deH'urbanesimo: esempio su­

premo, il Palatino. Anche Ferrara, certo ha qualcosa

di simile nel cerchio delle sue mura troppo grandi di

divina città morta : orti e case coloniche dentro la

cinta urbana — ma Roma ha per sè quella sua con­

formazione ad alti e bassi, che consente l’urbane­

simo nelle valli e la rusticità nelle alture, più presso

a Dio, com'è giusto; e per di più sui colli quel po'

po' di rovine che richiedono spazio e solitudine.

Come il Gianicolo è fatto per la sera, è un colle

da tramonti, così il Palatino è un'altura meridiana,

che a mezzodì raggiunge i suoi fastigi. Talvolta alle

undici io ho sbrigato i miei affari, e invece di an­

dare a zonzo, o di chiudermi all'albergo a lavorare,

vado a sdraiarmi sopra

un

prato al Palatino, a con­

tatto con la nuda terra, col mio taccuino in una

mano e il lapis nell'altra,

e un

po' mi guardo at­

torno, un poco

annoto:

prapcio

come

potrei fare,

su uno dei miei colli M éalpU , e sono invece nel

bel meno di Roma: d ie « M a panca di giardino

pubblico mai mi passerebbe per la mente. Ma I

ho dei veri (ìli d'erba intorno, e fra di essi form ici

se ne vanno in lunga fila, il tepore della buona tei*

sale di sotto a confondersi con quello che il soli

diffonde per le membra. M i viene in mente il ri

tratto romano di Goethe del Tischbein — mantelli

bianco e gran cappello, sdraiato sull'Agro,

cm

sfondo piranesiano di acquedotti a dare il marchi

dell'identità dei luoghi; e quell'idea di lui che

Roma ci stava così bene mi dà un piacere e un eoa

forto improvvisi, come se, fantasmi fam iliari, at

canto a lui anche Faust e Mefistofele mi sorgessen

intorno a conversare; che, lo confesso a mio scorai

io son lentissimo a familiarizzarmi con persone)

ambienti — sicché, oltre al Palatino e al Gianicoh

solo alcune chiese e qualche osteria, dove mi rea

alla sera quando amici vengono ad alleviare i m i

periodici esili, mi dànno un senso di completo e f

ducioso

chez-moi;

ovunque altrove sono ancora I

po' spaesato e a disagio.

• * *

Verso mezzogiorno (il mezzogiorno che fra pod

miquti. nell'aria chiara dell'alto, e in quel

p$

cielo romano, che sembra una cupola policronué

tinte, tenerissime da disgradarne San Pietro, così I

ftosamente annuncieranno squilli d'innumeri dùe(

urli di sirene, il colpo di cannone; e poi, di b o i

silenzio e deserto) — verso mezzogiorno, dunqi

interrompo il mio sostare, ed alzatomi

lentamd

mi avvio, dall'estremo del Palatino

strapiomba

sul Circo Massimo, verso

quel pianaietto ult

che domina il Fóro.

I praticelli e gli sterpi lfl

fra

le rovine cedono ben presto il passo a ria

lesiosi fra aiuole circondate di mirto; ma

paakl