— —drogo ad ammirar* l'altro volt», cHa non <
dalla loro patri* divaria.
La trattoria " Al cavallino bianco " era fra le più armo
niose e liete. E vi sostarono tutti, mentre attorno attorno
sciamavano le vezzose bimbe nei costumi luminosi.
Le coppe, se offerte da loro, parevano concedere una
nuova ricchezza.
Beato paese che Imi una banda tanto allegra! Essa
segnava le tappe dell'occupazione.
Cotesti istorici amano esagerare gli avvenimenti. E dob
biamo noi quindi prestare fede al Nostro quando egli narra
che in una delle casette più amiche epiù prodighe uno strano
seccatore, avendo acceso, credendo di compiere chi sa qual
gesto di bello spirito, un pauroso lampo di magnesio, per
poco non incendiava il tenue soffitto della bella abitazione?
Per cm occorse l intervento veloce di abili uomini coperti
d amianto; ma fortunatamente, aggiunge sempre il Nostro,
nulla di grave era avvenuto.
Quando egli si ritrovò nel chiasso spumeggiante delparco
allegrissimo, occhieggiò qua e là. Vide il Paradiso di Mao
metto. E magnifici leoni, già fuggiti e riacchiappati con so
lerzia, e cavallucci estatici in attesa dell’eterno giro immu
tabile. E sorrise sorrise, poiché era quello il mondo dei suoi
sogni di fanciullo.
E a lode di questo primo giorno di serenità disse la
rituale nenia del Magnifico alla Spensieratezza:
Chi vuol esser lieto sia,
di doman non cè certezza.
Dalle stelle soao piovati i ontosi
La fama di quelle feste si era levata di giù con grande,
da toccare le sorprese stelle. Fu anche lassù un solennissimo
trambusto, quando gli ancor ignoti abitatori decisero di
scen
dere nella città felice, in (maggio alla loro sfrenata curiosità
e al gran dio Bogo.
Siccome fatto istranio ed inaudito, l'annuncio di quella
calata di celesti fu accolto con gioia ed entusiasmo. Non
si sapeva bene donde sarebbero discesi gli ospiti eccezionali.
Che, è chiaro, avrebbero fatto certo del loro meglio per
manovrare opportunamente il bizzarro treno interplanetario
che li avrebbe condotti tra noi; ma già, non si deve aver
troppa fiducia del proprio potere su simili mostri reboanti.
E mostro reboante fu quello che apparve alla folla stipata,
da cui si levavano grida di sorpresa e di ammirazione, man
mano che la bestia diversa avanzava tronfia e sbuffante.
L istorico, frammischiato alla massa accalcantesi, osservava
in silenzio, annotando con cura, conscio dei gravi compiti
che la sorte gli aveva affidato presso la posterità.
E ammirò gli orsacchi grotteschi, avvolti dal pennacchio
difumo denso, chel'ignobile ciminiera vomitava loro addosso;
e il vecchissimo Signore di Saturno barbato e occhialuto,
occhieggiante di sopra il simbolico globo cerchiato, che voleva
raffigurare il suo lontano regno; e il tempio del dio Bogo,
unitosial variopintocorteo;eleproverbialibellezzedi Venere,
e il novello firmamento holliwoodiano, e la stramba via
Lattea, tradotta alla lettera da una paffuta schiera di
poppanti, e, addirittura, il Sole, e la Luna, e Marte. Non
mancava nessuna rappresentanza.
La notte, la sala, immensa di ombre, d'un teatro ospi
tale, si avvivò di luci e di fiori, per accogliere la più rara
danza di quegli abitatori discesi. L'istorico era un poco
sperduto, non assuefatto aHc feste ed ai piaceri. Scolori
vano le timide stelle nel cielo troppo lontano, quando i cu
riosi, calati per fugace sosta, esdrono ad ammirare l’altro
volto, che non conoscevano, delle loro patrie diverse. Listo-
rico credette che ne provassero un po' di nostalgia. Perchè
guardavano estatici, e in silenzio; e ormai avevano dimen
ticato il jazz e i troppi tramezzini.
Omadto della
“ Domeaka grassa,.
Sali, sali, a fatica, avvolgendosi più volte sul corpo
smilzo il manto ribelle che gli intralciava malignamente il
passo, l istorico usci ancora alla luce, ad ammirare nuova
vista, dopo le difficoltà dell'ascesa. La torre altissima per
metteva al pover uomo, assai stanco, di svelare tutta la
bella foUìa della «Domenica grassa », per le vie festose,
senza tnsegdire più le sfuggenti imagini di gioia e d’al
legrezza.
Respirò a. lungo, poi osservò. La piazza era immensa,
nel mareggiare della folla. Attorno, lontano, respiravano
sereni i colli in armonica cerchia. Bell idea, la sua, di venire
qua su, per conoscere il più vasto sorriso del carnasciale
fugace! Ma ecco... il crescere dell’acclamazione e dÀl^ tot-
presa... poi il corteo bizzarro, che compare di lungi, lento,
solenne, in un sussultare di coriandoli aleggianti, in una
gara di stelle filanti, mcrodantisi, intrecdantisi. Ecco il
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razzo astrale (quello riporterà più Velocemente gli ospiti
astrali alle loro terre di luce?), i rossi cavalli del Capiello,
la «Bella TSlera ”, il colossale elefante, trascinante con la
coda il Leone di Giuda, il mistico Bibendum, gigantesco,
opulento, quasi malato di opulenza, e gli arcolai enormi,
creati per la bellezza di graziose ragazze, ed il cavallo t le
fanciulle luminose, e fiori
e fiori e fiori...
Verso sera iistorico
tornava triste di troppa
allegria. E incontrò uno
di quei veicoli, grevi di
rose rosse, e di archi ag
ghindati; vuoto, freddo,
estraneo a quella gioia
già dimenticata; si fermò
dinanzi ad un semaforo.
Le rose erano di carta.
E gli archi traballavano.
L'istorico sorrise scialbo.
Ultime ore
di ma dio fugace
Era la penultima sera.
E legrandi sale, silenziose
da lungo tempo.delpiù bel
palazzo, vivevano della
felicità dei fiori e delle belle dome. Erano certo immense,
d una immensità ingigantita dalle specchiere cimose e vani
tose di tanta ricchezza.
Si trattenne fuori l'istorico, siccome disadorno e selva
tico. Ma lui non sene ebbe a male. Attese lunghe ore; aveva
contato i palpiti di una siella per un intera notte. Quando
savvide che quella e le compagnetremulescolorivano fioche,
ripensò alla nostalgia degli astrali.
Intanto uscivano le prime coppie assonnate; lei era un
pocopallida, eil rossodelle labbradisperso.Luiondoleggiava;
ma ci teneva a difendere la dignità. Ne passarono tante,
finche si svuotò il palazzo. Allora soltanto vi potè accedere
l'istorico fedele al suo dovere; vide per terra tante palline
multicolori, molte un pocoschiacciate; ma ancor vive. E pen-
dule le stelle filanti, senza palpito, esauste; e coppe senza
promessa; e le luci dell'alba occhieggiatiti dalle vetrate
fredde.
Vera già l’aria della fine. Il gran dio Bogo avrebbe
riso anche una sola volta. Il sacrificio a compiva.
Ultimo schiamazzo degli studenti sempiterni; e scalpi
tare dei cavalli da tiro, sorpresi del pero tanto beve, final
mente; ma l'indomani sarebbero tornati a ben altra fatica.
Vedi l'arckonsole dignitosissimo, impacciato nelle vesti non
sue, preoccupato per
gh peroni, che
non
sa se gli non
dati
adattati a
snodo,
o
roveróuti,
per l'inesperienza
dà suoi
mtdiritri vestitori;
e
anche gli dà mia la spaia troppo
lunga,
che batte contro il fianco dJ quadrupede. Vedi il
seguito variopinto, con i consoli malcerti sulle selle dure, e
i professori troppo poco attempati, nonostante le truccature,
e il boia tutto di fuoco, minaccioso ad ogni costo; ed i paggi
tùnidelli, e i moschettieri baldanzosi e baffuti, e tutte le ma
schere di altri tempi e d'altre anime.
La sera, la grande via checonduce al tempio, nelseno del
villaggio nato per incantamento, si trasfigura di fiaccole
vaganti; e quelle pare ridano, ridano, con il loro scoppiet
tare arguto, ammonendo che è l'ultima risata. E infatti
presto si avvia, fra quella fata di spiritelli bizzarri, il pan-
àuto Bogo, ondeggiante, con l'occhio annebbiato per le ecces
sive libagioni, che gli permetteranno di non aver coscienza
della immatura fine. Poi tutte le fiammelle maligne a riu
niscono attorno a lui, osceno per quella pinguedine
ornai
flaccida; e qualcuna più audace lo accosterà pungendolo
con la sua lingua mutevole. Fiamme cattivelle, come i
Draghignazzo, o i Malacoda, o i Graffiacene e Rabicante
pazzi.
Ecco l una, che par spinta da un impazienza improv
visa; e pare sibili: * Troppo avem sofferto ».
E
un attimo: il
pancione deforme si è acceso d'tm tratto; poi tutto il mise
rabile Bogo è stato una fiammata scarlatta.
A l cielo, le scintille fuggitive, tracce vane dellallegria
die smuore.
L'istorico
si addormenti esausto,
non
sapeva dace.
E
il
mattino si ritrovò sa una panchetta brinala, m mezzo
ai
asole somacchiote
S i
levò su, mezzo intirizzito; scoese
m
poco il manto rappezzato,e t'avviò a lenti
pasti
per la grigia
viuzza della
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