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C'era nel paese della mia infanzia un angolo
distratto dove le lucertole, nei giorni dell'estate.
davano convegno per godersi il sole; e. as
sieme, le cantate delle cicale.
Adesso quelle giornate dimenticate, rifiori
r o n o nell'antiche memorie, sim ili alle ombre
mpalpabili che sono sugli argini dei fium i, p iù
aste di vespro che di mattina. (Le campane
hanno sempre avuto gli stessi suoni; solo la sera
sono più solenni.)
Ma lassù non giungeva la polvere delle strade.
I
m
fantasia si aggrappava sulle viuzze ederacee
tulle crepe dei muri sostava come impau rita
io non si sa che segreto.
I
iwndo in pu rità di solitudine, gli uom ini
non mi spaventavano.
H iccoglievo pietru zze. Le mettevo in grembo a
nio nonna: era una vecchia tutta bianca; si
egliuva all'ora dell'Angelus in modo largo e
ilenzioso. Tutto il giorno correvo senza mai
iteri timore della vita; davo calci all'aria e ai
bruttali abbandonati sui viottoli spersi. Poi
indoro incontro a m ia madre e l'abbracciavo e
e raccontavo quello che avevo veduto o imparato;
e facevo vedere le pietre colorate che avero rac-
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(certune nel cavo della mano, parevano
Bilie di sangue).
L anima di m ia madre era tutta nei suoi
Kchi che brillavano d i luce chiarissima
—
in
uito mi accadde sovente di rivedere gli occhi
di mia madre; fu in certe chiare albe quando il
sole non era ancora spavaldo ed io mi ritrovavo
improvvisamente felice riscoprendomi bambino.
Ma il volo d'una farfalla, smovendomi l'at
tenzione. mi faceva balenare nel cuore i sogni
arditi di cui non conoscevo ancora il significato
cattivo; già allora però, benché ignaro d'ogni
mistero, mi andavo modellando la m ia statua
di oggi
—
credendo falsamente ch'essa sarebbe
stata eterna.
La notte
—
ma di questo p iù sbiadito è il
ricordo
—
m i rigiravo inquieto fino a quando i
miei paesaggi diventavano senz'alberi e l'aria
diveniva come vuota, sicché l'an im a, morendo
a poco a poco, non era più capace di dialogare
colle cose. Allora disparendo le frescure dei
prati su cui amavo sostare, e le nuvole non cre
scendo p iù dalla cavità delle montagne, io d i
menticavo che ogni cosa è insondabile e oscura,
che ogni uomo è buio come i destini che ognuno
di noi osa appena fingersi fantasticando.
Però nell'ombra del mio cuore, c'è ancora una
striscia di bianco: la strada dell'infanzia.
Ma il cavallo che scalpitava sbrigliato
—
odo
ancora i n itriti di gioia (e p er fa rlo camm inare
non c'era bisogno di frusta)
—
ormai s'è per
duto; se nella solitudine tendo l'orecchio, risento
la fioca domanda d'allora:
«
Mamma, perchè
c'è il sole?
«.
OSCAR SACCHETTI
S»




