Tra queste
,
in prima linea, è Torino, con le mie strade
ampie e diritte.
Torino,
culla dell’automobile,
ha oggi uno dei più
grandi stabilimenti del mondo di produzione automo
bilistica.
C'è nell'aria di questa nostra città lavoratrice come
una diffusa
sensibilità automobilista.
Il motore è l'amico di tutti, che tutti conoscono
bene.
lo non so davvero quale città abbia come Torino
Velemento automobile così armonicamente fuso con se
stessa.
Mi è sempre piaciuto osservare le macchine intente
al proprio collaudo, spoglie in parte o in tutto della
carrozzeria.
(filando mi imbatto in alcune di esse, su qualche
grande strada, mi viene quasi voglia di fermarle per
iniziare un lungo discorso, pieno d'esperienza e di
amore.
Ma è un desiderio cui debbo subito rinunziare, e
che affonda, disperso, nel rombi>dei motori nuovissimi
,
tra il luccichio delle ruote snelle che riportano agilmente
nell'officina madre le fresche creature già esultanti di
cita.
CARLO G IANNETTI
LE
m
STORI® E ATTUALI DEL’ LWTRIA m i n
E IL siili «MOTO AL’AUTARCHIA NAZIONALE
L
e recenti dichiarazioni del Duce all’Assemhlea
delle Corporazioni su la necessità di raggiungere
;d piii presto l’indipendenza economica ribadiscono a
lutti gli italiani il preciso tra i doveri che loro incom
bono nel momenti» storico attuale.
Torino alla quale il Capo ha im]>osto l’imperativo
categorico «li conservare «
il suo posto, il suo prestigio,
il suo rango di grande, industriosa, laboriosa città
•>si
trova oggi in prima linea a combattere la grande bat
taglia per l'autarchia economica.
Premettiamo che il concetto di
autarchia
è diverso
«la quello di
autonomia
in quanto quest’ultimo pre
suppone la preclusione assoluta di ogni importazione,
mentre il primo s’appoggia su la necessità dell’indi-
petidenza economica in vista di superiori esigenze di
«lifesa e protezione nazionale, quando gli scambi sono
impediti per qualche eccezionale motivo e solo per
«juci prodotti che sono necessari a questo fine di
«lifesa e protezione.
In altre parole è il principio di politica economica
che un economista, non sufficientemente conosciuto,
il Monchrétien, esternava fin dal 1614, nel suo
Traité
d'economie politique:
principio due secoli appresso se
guito dal grande economista nazionalista tedesco
F. List.
Lo sviluppo industriale della nostra città è il segno
più evidente di questo contributo all'autarchia, ormai
generalmente riconosciuta come strumento di difesa
economica e militare.
Conferma questo progressivo sviluppo il recente
«Annuario dell’ITnione Industriale di Torino », nel
quale sono sinteticamente raccolti gli indici del mo
vimento economico delle varie industrie e attività
produttive della provincia di Torino.
Così vediamo come dal
1928
al
1936
per tutte le
categorie di industria si passi da
4104
ditte con
196.640
dipendenti, a
“>“*61
ditte con
202.007
dipen
denti. Particolarmente evidente è lo sforzo seguito
dall’industria meccanica emetallurgica la quale dopo
una flessione a causa della crisi (è noto come queste
industrie, fornitrici di beni strumentali e semilavo
rati per successive fasi produttive, risentano in genere
le crisi più di ogni altra categoria industriale) dal
1928
al
1935
riprende lo sviluppo passando da
47.249
di
pendenti nel
1934
a
73.918
nel
1936,
mentre il numero
delle ditte, sempre per lo stesso periodo di tempo,
sale solo da
819
a
856
essendo
1073
con
67.487
dipen
denti nel
1928,
segno, queste cifre, della palese ten
denza verso la concentrazione avvenuta in questo
settore industriale. L’industria deU’«Mtfi»«m#iiio
ha
ripreso
col
1*36
la
posiskme che
godeva
nel 1928
essendo 1
numero
dei dipendenti,
a
quella data,
5325; oggi 5538 pur con una riduzione nel numero
delle ditte. Le industrie
alimentarie varie
vedono,
sempre per lo stesso periodo, aumentare il numero
delle ditte da 19 a 53 e i dipendenti da 333 a 634;
le
industrie edili
da 650 ditte a 999 e i dipendenti
da 14.750 a 20.563; le
industrie tessili
accrescono i
dipendenti da 13.550 a 14.075 mentre si riducono le
aziende da 203 a 189; le
industrie dolciarie
conservano
quasi invariato il numero dei dipendenti mentre
cresce sensibilmente il numero delle ditte.
Queste cifre direbbero ancor poco se non dessimo
un rapido sguardo retrospettivo alle con-’’ : • : di,
sviluppo industriale della nostra città. 11vigoroso svi
luppo inizia fin dal 1865 all’epoca del trasporto della
capitale a Firenze. L’incremento industriale dovrà
compensare la perdita politica. La crisi susseguente
del 1894-96, dopo i successi dell’Esposizione del 1884,
si ripercosse gravemente su Torino ove si ebbe a
lamentare la perdita di varie centinaia di milioni di
risparmio con deleterie conseguenze su la tendenza
verso gli investimenti mobiliari. Nel 1898, all’Esposi-
zione Nazionale, Torino è in testa, sopratutto per
l’industria tessile e ovunque si notano i sintomi della
generale ripresa. In tutto il Piemonte, al principio
del secolo, il 33,38% delle famiglie erano impiegate
nell’industria. La Lombardia e la Liguria sopravan
zavano però la nostra regione. Ma ci si avvicina a
grandi passi al sorgere dell’industria meccanica e au
tomobilistica in specie, base dell’industria torinese.
Da queste industrie Torino dovrà ricevere i mezzi
necessari a un più generale risvegliomentre l’industria
dei laterizi comincerà ad assumere notevole impor
tanza. Sorge l’industria automobilistica nel 1899che
per opera di un uomo, troppo noto per dover essere
ricordato, darà alla città un primato mondiale.
Nel 1907 vi erano già in Italia 66 società automo
bilistiche di cui 20 nella sola Torino con un capitale
di 38.000.000 di lire. Diciannove le carrozzerie sorte
in quel tempo in Piemonte delle quali sei a Torino.
E così si inizia la formazione di un distretto industriale
naturale
poiché alla industria madre si affiancano
nuovi gruppi aziendali complementari, quali
fmragct,
fabbrichedi pneumatici, fanalerie, produzioni di lubri
ficanti, di serbatoi, di accessori vari, di mezzi di tra
sporto, di freni, industrie chimiche, delle costru
zioni, ecc., ecc.
Quale foeeeal 1909la potenza industriale
si rileva dai tegnenti dati ricavati da
delle industrie del Distretto camerale (Provincia
rendersi estremamente utile sotto le spoglie corazzate
di carro d'assalto.
L'autocarro ha per noi fascisti benemerenze eccezio
nali. È stato la
«
trincea mobile
»
degli squadristi, che
lo amavano come si ama l'angolo più caro di casa.
Esso ha visto eroismi da leggenda e si è ornato di sangue
giovinetto, bruciante nella fiammata dell'olocausto su
blime.
* * *
L'automobile accolse senza invidia la venuta del
l'aeroplano, che non le toglieva nulla, della sua supre
mazia terrestre.
L'aecolse con sereno animo, consapevole del proprio
destino legato agli asfalti delle strade.
E lo guardò con ammirazione, nel primo temerario
volo.
Solo qualche volta, nell'ebbrezza d'una corsa spinta
al massimo, su di una strada ampia e levigata, l'auto
mobile freme come posseduta da un'improvvisa voluttà
di svincolarsi dalle catene del suo peso, dall'abbraccio
spietato del solco su cui corre.
Ma è allucinazione di un attimo. Poi, rallentando,
sembra sorridere, con gli sbuffi del motore, alla vertigi
nosa sensazione.
* * *
Ci sono città particolarmente adatte ad ospitare
automobili.




