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Torino, Vercelli, Biella) condotto ad opera della Ca­

mera di Commercio nel 1909-1911:

OPERAI

T

otale

I

n d u st r ie

T

otale

FORZA INSTALLATA

DONNE E UOMINI

IN CAVALLI

Estrattive

2.232

2.004

Meccaniche e Me­

tallurgiche

36.897

110.362

Chimiche

5.131

11.593

Costruzioni, vetro

e ceramiche

8.679

886

Elettricità e gas

1.481

57.067

Lana

20.159

12.970

Seta

5.807

3.571

Cotone

29.970

21.383

Maglierie, nastri, pizzi 6.905

2.564

Lino, canapa, iuta,

crine, amianto

3.867

1.393

Tintoria

1.129

422

Alimentari

6.882

7.997

Pelli

5.325

1.902

Carta

1.068

6.239

Poligrafica

3.156

1.146

Legno

6.134

1.833

Trasporti

2.476

25.165

Vestiario

7.020

154

Diverse

10.260

2.446

164.578

277.105

Già a quel tempo l'industria meccanica e metallur-

gica era in posizione preminente, con 240 stabilimenti

e 36.897 operai ed era preceduta, come numero di

aziende, dalla industria della macinazione con 292

opifici.

Lo sviluppo della città attira un gran numero di

operai spinti dalle condizioni favorevoli dei più alti

salari. Non bisogna infatti dimenticare come già fin

da quel tempo i salari industriali a Torino tendessero

a sostenersi più che nelle altre città e nelle altre

regioni italiane. La legge della domanda e offerta

determinò questa peculiare situazione e fino a quando

le prospere condizioni dell’economia generale lo per­

misero il più alto salario si risolse sì in più alto costo

di produzione, ma gli alti coefficienti medi di produ­

zione di quel tempo (considero coefficiente di produ­

zione il rapporto fra capacità effettiva di produzione

e la produzione realizzabile) potevano consentire tali

più alte condizioni salariali. Torino fin dal 1910 con­

tribuisce al sorgere di una grande industria pretta­

mente torinese, industria vera di esportazione e non

solo di produzione locale, come avviene in altri centri

del Piemonte, ad eccezione naturalmente delle in­

dustrie cotoniere biellesi.

Ecco un contributo storico per la realizzazione

odierna dei fini autarchici dell’economia italiana!

S’accresce così

la potenzialità del distretto Tori­

nese per merito specialmente dell'industria mecca­

nica. Al 1911 le industrie meccaniche

Torinesi

(non

del distretto camerale) controllano già un totale di

30.235 operai, le chimichaM fc . qaaUe delle costru­

zioni 3520, le cotoniere 5500, le alimentarie 4380, le

manifatture pellami e conciarie 4550, le industrie

poligrafiche 2815; quelle (lei legname 4500, quelle del

vestiario 6200. Le imprese elettriche iniziano il loro

rapido sviluppo con una società privata e l’Azienda

municipale. Pure l’industria dolciaria prepara la fu­

tura luminosa ascesa che dovrà portare Torino in

primo piano. Nel 1890 questa industria occupa 205

operai, nel 1911 si arriva a 1200. L’industria automo­

bilistica continua intanto il suo meraviglioso e invi­

diabile sviluppo. Abbiamo visto come nel 1907 essa

controllasse già 20 società torinesi, una grande crisi

la colpisce nel 1907-11*08, dopo il quale anno riprende

la marcia. Oltre 9000 operai sono addetti a queste

imprese. La Fiat, la Spa, l’itala sono le principali

aziende e la produzione si esporta con successo all’e­

stero. Dai bollettini «Iella Lega industriale di quel

tempo (attuale Unione Industriale) rileviamo come

i salari si sostengano a dispetto delle crisi. Vi è chi

guadagna 0,53 all’ora, esclusi i cottimi; il lavoro

straordinario porta talvolta i salari al doppio, rife­

rito il computo al salario medio giornaliero. Sempre

da un'inchiesta della Lega industriale rileviamo in­

fatti che la media dei salari giornalieri per Torino è

di 0,92-1,73 (le «lue cifre rappresentano la prima la

media minima, la seconda la media maxxima) per le

addette alle filande; 0,76-2,21 per le addette ai filatoi;

2,90-2,50 per le donne addette ai cotonifici e 1,85-6

per gli uomini; 1,50-1,90 per le addette ai cuoifici e

2,61-4,25 per gli uomini. Nel 1913 le medie dei salari

giornalieri variano per le industrie metallurgiche da

4 lire a 4,35 e anche più tenuto conto delle straor­

dinarie. Nè i salari scendono in seguito; a parte la

ascesa nominale a causa deU’inflazione che seguirà il

periodo bellico i salari tenderanno a salire per una

duplice forza. L una è determinata dalle lotte sin­

dacali, per cui data la caratteristica del gruppo pro­

fessionale italiano e piemontese in specie, alle forze

del gruppo professionale operaio la controparte, te­

nuto conto della natura e origine della classe dirigente

di quel tempo, non riesce a contrapporre una suffi­

ciente difesa anche là ove un aumento salariale po­

teva andare a detrimento dei costi e quindi della

produzione. L’altra forza era determinata dalla legge

di perequazione dei valori economici per cui i salari

tendono a livellarsi là ove un’attività ne ha spinti

una parte ad un rialzo notevole.

Consolidate le conquiste salariali, l’indice dei salari

in un regime incontrollato, permane alto e rappre­

senta la base per ulteriori conquiste. Fortunatamente

le imprese di quel tempo si trovavano quasi tutte in

regime di produttività crescente nel senso che i costi

potevano ancora ridursi all’allargarsi della produzione

e delle vendite, dati i prezzi esistenti sui mercati.

La guerra trova quindi la nostra città pronta a

trasformare la sua attrezzatura per le esigenze bel­

liche. Quali le nuove condizioni industriali della nostra

città durante il periodo del conflittoenell’epoca subito

susseguente, vedremo nella seconda parte di queste

note.

ANTONIO POMATI

SERENITÀ DI PAPINI

Si sa che i poeti hanno infiniti mezzi per sfogare

poeticamente la loro passione: c'è chi si affida al-

l'immediata espressione lirica, e chi ama crearsi

un mondo distaccato e diverso, ma caldo ancora

del suo fiato c vivo specchio della sua immagine;

chi impreziosisce il suo sentimento incastrandolo

nell'aureo giro di un ritmo, e chi lo adagia nella

pastosa riposante pienezza di uno scritto in prosa;

chi si rifugia tra personaggi puramente fantastici

e ideali, e chi solo si ritrova tra le creature polpute

e sanguigne della realtà e della storia.

Dichiariamo subito che accostandoci alla « Storia

della Letteratura Italiana » di Giovanni Papini (vo­

lume I, Duecento e Trecento, Vallecchi ed.) noi

l'abbiamo sentita prima di tutto così: come uno

sfogo personale dell'Autore, personale in un senso

intimo e nobilissimo.

Papini ha sempre provato un'avversione istintiva

verso le creazioni puramente fantastiche; si è ab*

bandonato qualche volta ad immaginazioni lugubri

e suggestive

(Tragico quotidiano

-

Pilota

cieco),

ma sono episodi ed eccezioni. Il suo interesse è

sempre stato attratto verso l'uomo reale, a lui si è

avvicinato scontroso e mordace, divorato da un’an­

sia di conoscerlo e amarlo e nove volte su dieci

incapace di significargliela.

Le prime pagine dell'(/omo

finito

sono a questo

riguardo veramente rivelatrici. Quel ragazzo carico

di pensieri e inebbriato di solitudine, chiuso nel

suo fiero cipiglio di piccolo ribelle, assorbiva in*

sieme alla prima luce rischiaratrice del mondo e

della vita un'amara diffidenza verso gli uomini,

una crudele incapacità di comunicazione

con

i

prò*

prii simili. Non

so

quanti fra

i

lettori

di

Papini

— per poca inclinazione che

essi

abbiano

verso le

gioie

e le

sofferenze interiori —

non abbiano sen­

tito palpitare

in quelle pagine qualcosa della Ura

giovinezza sempre un po' ammalata di solitudine

c di malinconia. Ma non tutte le anime cosiffatte

sono anime di predestinati, e la maggioranza di

esse lascia poi disciogliersi nelle acque tetre e im­

mobili della maturità quel principio di rib """«n to

c di fermento che aveva accompagnato le prime

rivelazioni dell'adolescenza. Papini è invece ri­

masto sempre, anche dopo essersi consumati gli

occhi sui libri ed aver scorrazzato in tutte le dire­

zioni attraverso le esperienze spirituali del suo se­

colo, quel medesimo fanciullo iroso e sofferente,

appartato come un reprobo, ed amoroso, a volte,

come un fratello.

Nell'aspra selvatichezza in cui egli si rinchiuse,

come dentro una corazza, per ripararsi dall'incom­

prensione degli uomini, la natura sua intrinseca*

mente affettuosa non poteva trovar pace. Chi sa leg*

gere bene nelle sue pagine riconosce anche

nei

suoi momenti di collera e di esaltazione l'espres­

sione celata di una fona d'amore repressa. E i

suoi sfoghi sono vari, come vario

è

l'umore

die

li produce: mordacità impulsiva eruttante come li­

vida schiuma dal suo spirito disingannato; orgo­

gliosa coscienza della propria solitaria grandesaa,

come una torre di volontaria prigionia

aperta verso

le altitudini dei cieli; lunga ricerca di un parto

dove riaffiori lo smarrito ricordo di un'indieibile

felicità perduta.

Un

sentimento di se e degli altri cosi complicato

e torturato, fatto di slancio e di ripulsa, di adio e

di amore, era il pia esposto alle torture di una

crisi spirituale e religiosa. Sulla ronverwane

di

Papini si è vociferato molto, dall'una e dall'altra

chi l'ha

• chi l*ha