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Il gesto di Pietro Micca fu narrato per la prima volta dal Solaro che, senza nomi-
narlo, aveva descritto l’avvenimento basandosi sulla testimonianza del commilito-
ne superstite, fino a ricostruire il dialogo, poi divenuto celebre, con il compagno
minatore che perdendo tempo metteva a repentaglio il tentativo di fermare i gra-
natieri nemici: «Levati di lì – gli dice prendendolo per un braccio – tu sei più
lungo di un giorno senza pane; lascia fare a me, fuggi! Poi avvicina la miccia trop-
po breve all’estremità della salsiccia e le dà fuoco, il fornello scoppia e il poveret-
to ha minor tempo per mettersi in salvo di quanto gliene occorra, poiché lo si
trova morto a quaranta passi dalla scala che aveva disceso». Tuttavia il comandan-
te d’artiglieria aveva anche messo per primo in discussione la versione del sacrifi-
cio senza scampo: «Quest’azione è stata esagerata dai più, cui piacque credere che
questo minatore, senza altra preparazione, abbia dato fuoco alla salsiccia, prefe-
rendo seppellirsi sotto le rovine di quella scala piuttosto che dare tempo ai nemi-
ci di impadronirsi della galleria». E aveva poi concluso la descrizione del gesto
con alcune interpretazioni personali: «Se, come fu detto, avesse dato fuoco alla
salsiccia che non era più lunga d’una tesa fino al fornello, il fuoco avrebbe preso
con tale rapidità che il minatore non avrebbe avuto tempo di scendere nemmeno
un gradino». A suo dire, «agitato nell’imminenza del pericolo», il coraggioso
minatore aveva trascurato «le precauzioni necessarie ad evitare la morte». Il Sola-
ro terminava: «Io non sono entrato in questi piccoli dettagli che per far luce sulla
verità di questo episodio che si va alterando; lungi dal volere in alcun modo smi-
nuire il valore di questo prode, io credo di liberarlo dalla brutalità che gli si attri-
buisce»
63
. In un’altra versione delle sue memorie, rimasta inedita fino a quando il
Manno non la pubblicò nel 1883, il Solaro commentava a margine: «Non ho detto
nulla che non abbia appreso sul momento, quando la verità dell’azione che era
appena trascorsa non poteva ancora essere alterata»
64
. Segno evidente, dunque,
che nei giorni immediatamente successivi all’accaduto il gesto stava già subendo
una sensibile trasfigurazione.
Nell’edizione del 1838 Cibrario alterò significativamente la versione dei fatti del
Solaro, eliminando le considerazioni del capitano d’artiglieria che certo tendeva-
no a diminuire il peso del gesto e in parte anche a disprezzarlo, come aveva fatto
notare Costa de Beauregard; conservando invece la parte dove si attribuiva all’e-
splosione la perdita di ben tre compagnie di granatieri nemici. In tal modo veni-
vano enfatizzati gli aspetti di fedeltà e obbedienza: Micca assurgeva a simbolo per
eccellenza del sacrificio, della sudditanza spontanea e di identificazione tra sud-
diti e trono, così come sarebbe stato ripreso nelle celebrazioni del 1906.
Il primo interprete ufficiale della rappresentazione carloalbertina dell’assedio fu
lo storico eporediese Carlo Botta, nel XXXV libro della monumentale
Storia d’I-
talia
65
. Gli esiti di tale vicenda erano ancora una volta pianificati dal «supremo
indirizzatore del destino del Piemonte», il duca Vittorio, che aveva affidato al
capo degli ingegneri Bertola il rafforzamento delle opere di difesa. Botta però elo-
giava anche gli assediati, le donne prima di tutto, i poveri dell’ospizio di carità e
«le persone d’ogni età e d’ogni condizione» che con uguale sollecitudine avevano
atteso ai «pietosi uffici verso la patria». Egli narrava poi gli ultimi atti di una guer-
ra terribile e sanguinosa attardandosi in descrizioni a tinte fosche, dove ufficiali
piemontesi, con «la faccia abbrustolita dal fuoco», continuavano a incitare i sol-
dati, mentre Daun ordinava di dar fuoco a pire di cadaveri ammassate nei fossa-
ti, «temendone l’infezione». Oltre a ciò, biasimando aspramente l’oblio di cui
Pietro Micca d’Andorno mette il fuoco alla mina con
certezza di perire. MDCCVI
, incisione in rame di Giu-
seppe Zino su disegno di Michele Cusa (ASCT,
Colle-
zione Simeom
, D 2223).
63
G.M. S
OLARO DELLA
M
ARGARITA
,
Journal historique du siège de la Ville et de la Citadelle de Turin en 1706
cit.,
p. 118.
64
M
ASSIMINO
S
CANZIO
B
AIS
,
Processo a Pietro Micca
, Biella: Aglaia, 1972, pp. 197-198.
65
I dieci volumi dell’opera, che ebbe numerose edizioni e una larga diffusione popolare, uscirono per i tipi pari-
gini di Baudry nel 1832, poco dopo la salita al trono di Carlo Alberto.




