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Il governo inglese era sempre più preoccupato di queste aspre dispute fra gli
alleati e delle ambizioni dell’imperatore su Napoli: entrambe costituivano seri
ostacoli al conseguimento dei propri obiettivi bellici
95
. Ulteriore delusione era
derivata dalla frettolosa conclusione dell’armistizio in Italia settentrionale, nel
marzo 1707, che aveva consentito il rimpatrio in Francia di 20.000 uomini: dal
punto di vista inglese sarebbe stato preferibile continuare le operazioni in Italia
e così tenere occupate queste truppe là dove potevano far meno danno. Giusep-
pe I, da parte sua, non era d’accordo sui piani inglesi per l’attacco a Tolone, che
erano in conflitto con le sue mire su Napoli. Egli desiderava evacuare al più pre-
sto le truppe francesi dall’Italia per evitare che potessero interferire con la mar-
cia a sud del suo esercito
96
. Dal febbraio 1707 aveva deciso di procedere all’in-
vasione. A maggio il maresciallo Daun condusse un’armata di 10.000 uomini in
direzione di Napoli e la conquistò rapidamente. La casa d’Asburgo era ora pa-
drona delle due estremità della penisola italiana; uno sviluppo che palesemente
si scontrava con gli interessi di Vittorio Amedeo e le sue speranze di espansione
territoriale. Era anche motivo di inquietudine per il governo di Londra che non
voleva che nessun potere acquisisse una posizione egemonica in Italia per ragio-
ni politiche e commerciali, in quanto il controllo della penisola da parte di un
singolo stato avrebbe avuto effetti dannosi sul commercio mediterraneo inglese.
La conquista asburgica di Napoli rimase però incompleta, perché senza il sup-
porto di una flotta (che le potenze marittime non misero a disposizione) Daun
non potè conquistare la Sicilia, l’altra parte del regno meridionale: essa sareb-
be così rimasta sotto governo spagnolo fino alla fine della guerra. Con il tratta-
to di Utrecht del 1713, a seguito delle pressioni inglesi, e nonostante la dura
opposizione dell’imperatore, che guardava alla Sicilia, a ragione, come parte
integrante del regno di Napoli, l’isola sarebbe stata consegnata a Vittorio Ame-
deo. In questo modo il governo inglese cercava di bilanciare il predominio
austriaco nella penisola italiana. Con questa nuova acquisizione Vittorio Ame-
deo sarebbe stato elevato al rango di re. Ma il suo dominio sull’isola era desti-
nato a essere breve, perché la casa d’Asburgo era determinata a riunire la Sici-
lia al regno di Napoli. Nel 1720 Vittorio Amedeo sarebbe stato obbligato a
lasciare l’isola all’imperatore, in cambio di un’altra isola e del titolo di re di Sar-
degna.
Sebbene la conquista di Napoli da parte di Daun si fosse compiuta rapidamente e
senza difficoltà, essa significava inevitabilmente il rinvio dell’attacco contro Tolo-
ne fino a che le truppe imperiali non avessero potuto ritornare per prendervi parte.
Questo ritardo si sarebbe dimostrato fatale per un’impresa ad alto rischio fin dal-
l’inizio. Forse ebbe anche un’ulteriore fondamentale conseguenza. Si può pensare
che se l’invasione della Francia meridionale fosse stata avviata prima, come voleva
Marlborough, sarebbe servita a evitare il disastro dell’esercito dell’arciduca Carlo
ad Almansa nell’aprile 1707. L’armata borbonica che sconfisse le forze molto infe-
riori di Carlo aveva ricevuto rinforzi dalla Francia meridionale; se l’attacco a Tolo-
ne fosse stato imminente, queste truppe non avrebbero potuto essere inviate in
Spagna, con il risultato che Almansa avrebbe potuto non essere la decisiva vittoria
borbonica che invece fu, punto di svolta della guerra in Spagna
97
.
In ogni caso l’invasione della Francia meridionale non ebbe inizio che alla fine
di giugno, troppo tardi nella stagione di campagna. Il principe Eugenio e Vitto-
95
Si veda la corrispondenza di Marlborough con Heinsius dal dicembre 1706 in avanti, in B.
VAN
’
T
H
OFF
(a cura
di),
The Correspondence 1701-1711
cit., p. 282 e sgg.
96
C. I
NGRAO
,
In Quest and in Crisis
cit., p. 85.
97
«Con Almansa il maresciallo duca di Berwick salvò la successione spagnola»: H
ENRY
K
AMEN
,
The War of Succes-
sion in Spain 1700-15
, Bloomington: Indiana University Press, 1969, p. 19. Si veda V. L
EÓN
,
Carlos VI
cit., p. 114.




