contro il punto più debole dei trinceramenti degli assedianti, a nord-ovest della
città, fra Dora e Stura. I comandanti francesi erano ben consapevoli di questa
debolezza e cercarono di rinforzare le trincee in quel settore; ma quando la bat-
taglia cominciò, il 7 settembre, l’opera non era ancora terminata. D’altro canto il
maresciallo Marsin non era persuaso che il colpo sarebbe arrivato proprio lì e di
conseguenza fino al momento in cui la battaglia non cominciò rifiutò di trasferir-
vi truppe per rinforzare la difesa
83
.
All’alba del 7 settembre le armate piemontese e imperiale cominciarono a marcia-
re dagli accampamenti fra Collegno e Venaria in direzione delle linee francesi. I
due eserciti erano numericamente quasi equivalenti, con circa 41.000 uomini. Ma,
mentre la maggior parte di quello borbonico restava ancora nelle trincee intorno
a Torino continuando a bombardare la città anche quando la battaglia era ormai
iniziata, il principe Eugenio e Vittorio Amedeo concentrarono il nerbo dei loro
uomini – forse 30.000 – nel settore fra Dora e Stura e ottennero una superiorità
locale decisiva
84
. Di primo mattino, sotto un pesante fuoco, gli attaccanti si schie-
rarono di fronte alle linee francesi e attesero l’arrivo dell’artiglieria, subendo nel
frattempo gravi perdite. Quando l’esercito fu completamente dispiegato, fu dato
l’ordine di avanzare. Dapprima gli attaccanti non riuscirono a penetrare le trin-
cee francesi. Le truppe prussiane sul fianco destro furono respinte due volte con
gravi perdite. Il principe Eugenio e Vittorio Amedeo allora ricompattarono i pro-
pri uomini per un nuovo assalto. Spostarono cinque reggimenti del Württemberg
a supporto dei prussiani che riuscirono ora a irrompere attraverso le linee nemi-
che, mentre Vittorio Amedeo guidò una carica di cavalleria che spezzò il fianco
nemico vicino alla Stura, debolmente difeso.
Fu il momento decisivo: le truppe borboniche indietreggiarono dalle trincee e
cominciarono a sfaldarsi. La guarnigione fece allora una sortita, prendendole alle
spalle. Corse voce che Marsin e Orléans fossero stati feriti, accrescendo la confu-
sione: nel momento critico l’armata borbonica era rimasta senza guida. Il bom-
bardamento dei cannonieri francesi finalmente cessò e gli assedianti cominciaro-
no ad abbandonare le trincee, lasciando dietro di sé una gran quantità di attrez-
zature e bottino. La maggior parte scappò a ovest verso Pinerolo e il confine fran-
cese; alcuni fuggirono a est attraversando il Po; molti annegarono cercando di
attraversare la Dora o furono uccisi nella fuga; molti vennero fatti prigionieri.
Poco dopo mezzogiorno le prime truppe alleate cominciarono ad apparire per le
vie di Torino. A metà pomeriggio Vittorio Amedeo e il principe Eugenio entraro-
no in città, circondati da una folla giubilante di cittadini; assistettero in cattedra-
le al
Te Deum
e si ritirarono nel quartier generale di Daun per il banchetto della
vittoria. Intanto migliaia di soldati feriti e morenti erano portati in città per esse-
re curati negli affollatissimi ospedali e conventi. Il loro sacrificio aveva reso pos-
sibile una clamorosa vittoria. Torino era ora salva, l’indipendenza dello stato
sabaudo assicurata, il tentativo borbonico di dominare l’Italia settentrionale defi-
nitivamente sconfitto.
CONSEGUENZE
. Scappando verso ovest l’esercito sconfitto aveva fatto una scelta
strategica decisiva, per quanto largamente inconsapevole. Se dopo la battaglia le
truppe borboniche si fossero ritirate a est, verso Monferrato e Lombardia, avreb-
bero potuto resistere ancora per un po’ di tempo, nell’attesa di possibili rinforzi
48
Gian Giacomo Plantery, disegni delle macchine per i
fuochi di gioia erette in piazza Castello, 1713 (ASCT,
Carte Sciolte
, n. 1179).
83
Si veda St-Frémont a Chamillart, 10 settembre 1706, in J.-J. P
ELET
, F.-E.
DE
V
AULT
,
Mémoires militaires relatifs
à la succession d’Espagne sous Louis XIV
cit., VI, p. 652.
84
P. P
IERI
,
L’evoluzione dell’arte militare
cit., p. 1164; M. B
RAUBACH
,
Prinz Eugen von Savoyen
cit., II, p. 161, for-
nisce un dato inferiore: 23.000, contro 9000 francesi in quel settore.




