è bacato sino alla radice; i professionisti italiani si
conducono, per la maggior parte, in modo deplore
vole. E tutto il sistema di correre elle abitiamo in
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;tlia che ha falsato la mentalità degli atleti, elle ha
>morzato in loro, prima ili nascere, le qualità «-hecarat -
Ifrizzano lo sportivo che sono il combattimento, la
volontà e la tenacia. K siccome non si può cambiare
tli punto in bianco tutto un sistema, è doveroso per
intanto che a difendere il buon nome del ciclismo ita
liano nell'agone mondiale non si mandino più i cele
brati, vezzeggiati e ben pagati assi. Sarà meglio una
pattuglia di giovani, magari dal nome semi oscuro,
ma che lotti, che faccia vedere di (piale tempra sono
latti gli atleti italiani, che i divi dai muscoli d’argilla
c dalla mentalità ottusa che si arrendono al primo
ostacolo che si para dinanzi e battono in ritirata.
Questo per gli atleti. Per i dirigenti c’è quest'altro.
Innanzi tutto si sarebbero dovuti provare i reduci dal
Tour », specie quelli che dimostrarono di averlo ter
minato in ottime condizioni, come ad esempio Mar
tano, o che non lo terminarono, come ad esempio
IPartali. Martano e Hartali la Federazione doveva
provarli; doveva far loro interrompere il lungo pere
grinare attraverso le piste d’Kuropa. Questo in primo
luogo. In secondo luogo si sarebbe dovuto far correre
Kavalli, che nella prova di selezione dimostrò di essere
il migliore. Sta bene la disciplina che dev'essere albi
base dello sport, sta bene punire un atleta che alla
disciplina è mancato con l'esclusione dalla squadra
dando in tal modo la dimostrazione che difenderej
colori italiani è un premio e non un diritto, ma pri
vare nella più importante manifestazione la nostra
rappresentativa del miglior atleta significa portar
danno alla nostra bandiera molto più che non colpire
un corridore. I dirigenti nostri, secondo il nostro
parere, avrebbero dovuto far correre Favalli e poi
punirlo nel modo che credevano meglio. Ma non to
gliere alla nostra squadra la possibilità d'atTermarsi
ed ai nostri colori di trionfare. Quando si è all’estero
le individualità scompaiono per lasciar posto ad un
nome solo: Italia.
Passiamo al campionato del mondo dilettanti di
velocità. Il nostro miglior rappresentante, Pola, era
da tutti ritenuto il favorito. Senonchè si sapeva pur-
troppo che Pola manca di cervello. L’anno scorso
a Herna chiese e dopo vive insistenze ottenne di poter
incontrare nei quarti di tinaie il più forte dopo di lui,
Van Kgmond, dopo che il giudice italiano che faceva
p irte della giuria era riuscito ad accoppiarlo ad un
a leta inferiore all’olandese. E Pola venne battuto
«idl'avversario che si scelse, senza poter correre le
» mifinali. Quest’anno a Copenaghen a Pola toccò la
medesima sorte. Giunse ai quarti di tinaie con facilità,
facendo registrare tempi ottimi. A questo punto si mise
iti testa d’incontrare Van der Yjiver, ritenuto il suo
più pericoloso avversario, quando il commissario ita
liano, Momo, era già riuscito in seno alla giuria a fan*
accoppiare l’italiano all’altro olandese Van Homs,
dd connazionale molto meno forte. Ma Pola tanto
insistette che
fu
giocoforza accontentarlo. Per cui il
nostro
rappresentante corse
il
suo quarto
di
tinaie
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contro Van der Vjiver, dal quale per errore di tattica
— dovuto alla sua mancanza di cervello — si fece
clamorosamente battere. Conseguentemente ebbe pre
clusa la via alle semifinali e dovette accontentarsi
del quarto posto. Il nostro atleta è senza dubbio dii
biasimare e non va perdonato perchè in simile errore
è la seconda volta che cade. Pecca di presunzione
prima c si smarrisci* poi. Ì3 un senza cervello insonuna.
K non ebbe torto l’anno scorso a Berna, Emilio Co
lombo a scrivere: «Sarebbe bene che Benedetto Pola
andasse a farsi curare il cervello ». Ma tenuto conto
che Pola è appena ventenne e che a tale età se ne
possono commettere dei ben più gravi sbagli, dove
vano sopperire alla mancanza di cervello dell’atleta
i nostri dirigenti. Impedirgli cioè che avesse a incon
trare il più forte prima della finale, come aveva già
stabilito in precedenza la giuria. Se poi veniva bat
tuto Pola, per lo meno rimaneva classificato secondo
e non quarto come risulta alla fine. Questa delusione
siamo certi che ci poteva essere risparmiata.
Altra delusione è stata il campionato di mezzo fondo
cioè «niello dietro motori. Delusione perchè eravamo
troppo sicuri «li vincere. Anche questo insegna che
bisogna mai presumere. Il nostro Sevev-rnini da quel
favorito che era riuscì appena a classificarsi quarto
nella tinaie «lisputata da sei concorrenti. Pochissimo
p«*r un grande favorito.
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nostri « inviati » tirarono
fuori «Ielle attenuanti a favore del nostro rappresen
tanti* che ci fecero ridere... «li compassione. Scris
sero cioè che Severgnini venne battuto in quanto gli
organizzatori avevano deciso all'ultimo momento «li
portare la «{istanza del rullo della macchina allenatrice
«la sessanta a settanta centimetri. Come se questo
svantaggio non f«>sse stato per tutti! Poi scrissero che
i suoi avversari ebbero ragione di lui in quanto loro
sono «legli ex stra«listi e quindi trovandosi a corn*re
col rullo più lontano del solito, che comporta un mag-
gion* sforzo, si trovarono in vantaggio perchè è noto
che gli stradisti corrono di forza e non d ’agilità come
Severgnini che è un ex velocista. Ma Severgnini è da
tanto tempo che non è più velocista quanto da tanto
t<*ni]M) non sono più stradisti i suoi avversari che lo
dominarono. Sono cioè ora tutti dei mezzofondisti
consumati e il vantaggio e lo svantaggio l’avevano
tanto Lohmaun, Terreau e Wambst quanto il nostro
Severgnini. No, sarebbe stato molto meglio che in
coro avessero scritto, gli inviati speciali: « Severgnini
è stato battuto pen-hè si è trovato di fronte a degli
avversari superiori a lui ». La verità cioè che non
offusca il valore di nessuno. Le sconfitte bisogna sa
larle accettan*. Servono d’insegnamento e servono
sopratutto un’altra volta a valutare meglio gli avver
sari. Ecco tutto.
C’è piuttosto da levare un inno di gloria ai nostri
dilettanti su strada che con volontà, spirito di sacri
ficio ed abnegazione seppero darci il lauro della vit
toria, e conquistare con Leoni il titolo di campione
del mondo facendo rifulgere in terra straniera il va
lore della nuova generazione degli atleti italiani
SILVIO VAMTT
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