Table of Contents Table of Contents
Previous Page  1107 / 1801 Next Page
Information
Show Menu
Previous Page 1107 / 1801 Next Page
Page Background

A 31A («(ilO

J'ssendo di primavera e l'ora piuttosto calda, nel

•

J l'aria non c'erano respiri e gli stessi profumi

non avevano alcuna consistenza. Tutta la pianura

addormentata sotto il sole,

/«rem

non tollerasse

alcuna voce e soffocava ogni rumore; il verde con­

sueto dei /trati

—

io lo guardavo da un'altura al­

berata

—

m'ap/toriva più sbiadito e addirittura

morente, anzi certe zone prima così fresche, ora

avevano mutato i loro colori ed il loro giallo d'adesso

era greve e fan ero anche per via dei suoi riflessi

quasi metallici; ma sin dal primo mattino non era

più concesso agli occhi di scorgere sui fili dell'erbe

il luccicante tremore della rugiada

/ter cui i prati

si trasformano. visti in lontananza, in laghi di vetro.

Soltanto i pioppi erano alti come sempre e nella

loro fissità ancora nuda

—-

accade sempre così agli

inizi della primavera

—

sembravano assorti in una

contemplazione senza lem/ut. Ogni uomo guardava

stu/tefatto ogni altro uomo che passasse sui campi

così asciutti e senza poesia, camminandc lento [ter

la tropfta strada o

/tei caldo eccessivo non affatto

propizio ad andature vitali. Chi poi si volgeva al

fiume, lo vedeva insonnolito colle sue ai'que ferme

che solo rabbrividivano (piando il vento sfiorandole

le faceva vibrare; credo che ognuno, così guardando,

pensasse che sulle sue acque, in causa di quella im­

mobilità. la propria anima sarebbe affogata invece

ili salire le lunghe correnti; sulle rive del fiume

però, sotto i pioppi, c'era uno spiazzo sereno ove

certi greggi venuti di montagna.

/pascolavano senza

capricci; il pastore non si vedeva ma certamente

doveva starsene all'ombra, contemplando tranquil­

lamente l'acqua

/ter averne il senso di frescura che

da essa nasce fterennemente; così facevano anche

i nomadi antichi quando scoprivano luoghi di

/tace

do/to gli interminabili cammini; ma quei viandanti

avevano più fuoco nel loro cuore:

«

0 Dio. ti can­

terò un cantico nuovo, ti celebrerò su salterio a

dieci corde

»;

così ognuno di noi, dopo ogni lotta,

ferma lo spirito

/ter calmarne la sete sempre più

ardente che ci spinge sempre maggiormente al di là

delle cose e vorrebbe scavare le nubi stesse pur di

veliere ciò eh'è nascosto oltre il loro dorso

—

(in

verità, più noi guardiamo il cielo, più ci sentiamo

imprigionati nella sua concava azzurrità e ogni

ombra si fa /tiù cu[ta;

—

ma in questi casi di scora­

mento i nostri pensieri si smarriscono sulle troppo

vaste aspirazioni dell'anima).

lo dunque, immerso in questo /taesaggio, m'an-

davo

sol ente dimenticando di me stesso e degli altri.

Allora, sognavo di camminare solo solo per strade

di

camftagna

—

f

com'era leggera l'ombra che mi

spingevo avanti!)

—

la notte, quando il più piccolo

rumore fa sussultare ogni cosa, anche la più riposta

e muta; non c'erano le cantate dei grilli e anche il

cielo era sfiento

—

(avveniva sempre

così

quando

i vecchi raccontavano di Ciuffetto rosso e del

lupo; ma di questi racconti fatti sull'aia nel tem/to

d'estate, ho uno sgratlevole ricordo perchè la dol­

cissima attenzione di noialtri bambini, era quasi

sempre sviata da certe arrochite voci di contadini

ubriachi; e alla fantasia giovinetta, quel roco sgola­

melito. era simile al linguaggio dei demoni).

Adesso,

apftoggiate al cancello della casa rossa,

alla sinistra del mio osservatorio, ci sono tre ra­

gazze che sono solito incontrare; io non capisco

fterche oggi, guardandole, mi si sia acceso nel

sangue un fuoco pieno di svagate tristezze; ma tutte

le cause sono segrete; le altre volte infatti, esse mi

suscitavano allegrie orgogliose facendomi balenare

la voglia d'im/tazzarmi in una cantata d'amore

—

(avrei potuto benissimo trarre ispirazione dal fatto

che sa/tevo il nome di due di esse, una chiaman­

dosi Carla e l'altra Elda;

/ter la terza avrei potuto

scegliere il nome d'un fiore o d'una donna biblica

/ter via dei suoi occhi turchini e del suo incedere

maestoso, a volte jtersino su/terbo). Ma io sapet'o

che tutti i menestrelli erano morti e che sui viottoli

dapprima fioriti fino allo stordimento, ci sono adesso

trop/Ht fHH'he viole. Negli anni aildietro invece, le

stelle erano a

/tortala di mano e il cammino, essendo

meno stento, jtortava la vita su gioie che ogni

giorno s'andavano scoprendo con quel senso di

naturale voluttà che danno tutte le cose num'e. Al­

lora gli incanti della fantasia, erano come il limite

degli orizzonti accesi sulle marine e bastava un sem­

plice fiato, una parvenza fantastica,

/ter slargargli

all'infinito:

«

Vedi, mamma, adesso il cielo ra sotto

quella nube lassù

».

* * *

In questo angolo di mondo, di quest'epoca,

quando futi scende la notte, ogni cosa acquista una

sua bellezza più raccolta e cordiale; il fiume se d

sarà la luna, at quisterà più chiare trasparenze e sul

greto, le luci saranno tranquille ma numerose come

le pietre, cosicché ogni pietra si colorirà d'una sua

luce ben distinta. Ogni tanto, come al tempo della

favola di Ciuffetto e del lupo mannaro, viene a rom-

fiere i divini silenzi, la voce di qualche contadino

avvinazzato che torna dal borgo a qualcuno dei cir­

costanti casolari; ma queste voci, se bene si pensa,

sono sftesso procvidenziali perchè ridanno il per­

duto senso del tempo a certe solitarie coppie di

gente innamorata

.

la cui ftresenza.

—

essendo ogni

cosa un unico immenso groviglio d'ombra,

—

è

rivelata esclusivamente da certi soavissimi sospiri

che sfrusciano attraverso gli alberi; delle parole

invece, non arriva che il suono illanguidito e. per

ignota magia, già paurosamente distante.

OSCAR SACCHETTI

n