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J'ssendo di primavera e l'ora piuttosto calda, nel
•
J l'aria non c'erano respiri e gli stessi profumi
non avevano alcuna consistenza. Tutta la pianura
addormentata sotto il sole,
/«rem
non tollerasse
alcuna voce e soffocava ogni rumore; il verde con
sueto dei /trati
—
io lo guardavo da un'altura al
berata
—
m'ap/toriva più sbiadito e addirittura
morente, anzi certe zone prima così fresche, ora
avevano mutato i loro colori ed il loro giallo d'adesso
era greve e fan ero anche per via dei suoi riflessi
quasi metallici; ma sin dal primo mattino non era
più concesso agli occhi di scorgere sui fili dell'erbe
il luccicante tremore della rugiada
/ter cui i prati
si trasformano. visti in lontananza, in laghi di vetro.
Soltanto i pioppi erano alti come sempre e nella
loro fissità ancora nuda
—-
accade sempre così agli
inizi della primavera
—
sembravano assorti in una
contemplazione senza lem/ut. Ogni uomo guardava
stu/tefatto ogni altro uomo che passasse sui campi
così asciutti e senza poesia, camminandc lento [ter
la tropfta strada o
/tei caldo eccessivo non affatto
propizio ad andature vitali. Chi poi si volgeva al
fiume, lo vedeva insonnolito colle sue ai'que ferme
che solo rabbrividivano (piando il vento sfiorandole
le faceva vibrare; credo che ognuno, così guardando,
pensasse che sulle sue acque, in causa di quella im
mobilità. la propria anima sarebbe affogata invece
ili salire le lunghe correnti; sulle rive del fiume
però, sotto i pioppi, c'era uno spiazzo sereno ove
certi greggi venuti di montagna.
/pascolavano senza
capricci; il pastore non si vedeva ma certamente
doveva starsene all'ombra, contemplando tranquil
lamente l'acqua
/ter averne il senso di frescura che
da essa nasce fterennemente; così facevano anche
i nomadi antichi quando scoprivano luoghi di
/tace
do/to gli interminabili cammini; ma quei viandanti
avevano più fuoco nel loro cuore:
«
0 Dio. ti can
terò un cantico nuovo, ti celebrerò su salterio a
dieci corde
»;
così ognuno di noi, dopo ogni lotta,
ferma lo spirito
/ter calmarne la sete sempre più
ardente che ci spinge sempre maggiormente al di là
delle cose e vorrebbe scavare le nubi stesse pur di
veliere ciò eh'è nascosto oltre il loro dorso
—
(in
verità, più noi guardiamo il cielo, più ci sentiamo
imprigionati nella sua concava azzurrità e ogni
ombra si fa /tiù cu[ta;
—
ma in questi casi di scora
mento i nostri pensieri si smarriscono sulle troppo
vaste aspirazioni dell'anima).
lo dunque, immerso in questo /taesaggio, m'an-
davo
sol ente dimenticando di me stesso e degli altri.
Allora, sognavo di camminare solo solo per strade
di
camftagna
—
f
com'era leggera l'ombra che mi
spingevo avanti!)
—
la notte, quando il più piccolo
rumore fa sussultare ogni cosa, anche la più riposta
e muta; non c'erano le cantate dei grilli e anche il
cielo era sfiento
—
(avveniva sempre
così
quando
i vecchi raccontavano di Ciuffetto rosso e del
lupo; ma di questi racconti fatti sull'aia nel tem/to
d'estate, ho uno sgratlevole ricordo perchè la dol
cissima attenzione di noialtri bambini, era quasi
sempre sviata da certe arrochite voci di contadini
ubriachi; e alla fantasia giovinetta, quel roco sgola
melito. era simile al linguaggio dei demoni).
Adesso,
apftoggiate al cancello della casa rossa,
alla sinistra del mio osservatorio, ci sono tre ra
gazze che sono solito incontrare; io non capisco
fterche oggi, guardandole, mi si sia acceso nel
sangue un fuoco pieno di svagate tristezze; ma tutte
le cause sono segrete; le altre volte infatti, esse mi
suscitavano allegrie orgogliose facendomi balenare
la voglia d'im/tazzarmi in una cantata d'amore
—
(avrei potuto benissimo trarre ispirazione dal fatto
che sa/tevo il nome di due di esse, una chiaman
dosi Carla e l'altra Elda;
/ter la terza avrei potuto
scegliere il nome d'un fiore o d'una donna biblica
/ter via dei suoi occhi turchini e del suo incedere
maestoso, a volte jtersino su/terbo). Ma io sapet'o
che tutti i menestrelli erano morti e che sui viottoli
dapprima fioriti fino allo stordimento, ci sono adesso
trop/Ht fHH'he viole. Negli anni aildietro invece, le
stelle erano a
/tortala di mano e il cammino, essendo
meno stento, jtortava la vita su gioie che ogni
giorno s'andavano scoprendo con quel senso di
naturale voluttà che danno tutte le cose num'e. Al
lora gli incanti della fantasia, erano come il limite
degli orizzonti accesi sulle marine e bastava un sem
plice fiato, una parvenza fantastica,
/ter slargargli
all'infinito:
«
Vedi, mamma, adesso il cielo ra sotto
quella nube lassù
».
* * *
In questo angolo di mondo, di quest'epoca,
quando futi scende la notte, ogni cosa acquista una
sua bellezza più raccolta e cordiale; il fiume se d
sarà la luna, at quisterà più chiare trasparenze e sul
greto, le luci saranno tranquille ma numerose come
le pietre, cosicché ogni pietra si colorirà d'una sua
luce ben distinta. Ogni tanto, come al tempo della
favola di Ciuffetto e del lupo mannaro, viene a rom-
fiere i divini silenzi, la voce di qualche contadino
avvinazzato che torna dal borgo a qualcuno dei cir
costanti casolari; ma queste voci, se bene si pensa,
sono sftesso procvidenziali perchè ridanno il per
duto senso del tempo a certe solitarie coppie di
gente innamorata
.
la cui ftresenza.
—
essendo ogni
cosa un unico immenso groviglio d'ombra,
—
è
rivelata esclusivamente da certi soavissimi sospiri
che sfrusciano attraverso gli alberi; delle parole
invece, non arriva che il suono illanguidito e. per
ignota magia, già paurosamente distante.
OSCAR SACCHETTI
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