pennellate di oro una delle
disadorne pareti.
L ’artigiano, preso da
un mucchio un pezzo di
terso di cristallo si avvi
cina ad una mole verti
cale, piccolissima, immo
bile sotto il pianto conti
nuo di un filo d’acqua.
Una leva si abbassa. Un
fremito corre le cingine
che rilassate sembravano
godersi il primo sole. Un
ronzìo sottile si propaga e
la mola rapida comincia la
sua vorticosa fatica spruz
zando tutt'intorno gocce
d’acqua che per un attimo
mostrano l’iride in esse
racchiusa. Sul cristallo che
s’appanna al contatto del
l’acqua, il disegno si in
cide. Un attimo d’arresto,
una sola mola leggermente
più grossa. L ’artigiano ri
torna ora con calcolata
pressione sul disegno, ed
ecco il gambo sottile si
delinea opaco attraverso
il velo sporco dell’acqua.
Un’altra mola e sono le foglie che salgono dapprima
dritte quasi ansiose di sole per poi ripiegarsi in mor
bida voluta.
Un’ultima mola. La traccia del disegno non guida
più l’artigiano. Con gran sicurezza, facendo lenta
mente rotare il «pezzo », egli incide ad uno ad uno
i petali larghi del fiore.
Quindi, pulitolo col dorso
del braccio, me lo porge.
Andiamo verso l’angolo
dove lavorano le due don
ne, due lucidatrici, che
penseranno a ridare al
cristallo — là dove la
mola mordendolo lo ha
reso opaco — il primitivo
splendore.
Una di esse mentre
l’altra accompagna il suo
lavoro modulando una te
nue cantilena preme e ri
preme più volte la parte
incisa sopra un roteante
impasto di sughero, fin
ché il cristallo di nuovo
splende.
Lasciamo il laboratorio
e ritorniamo nello studio.
Lo salutiamo. Fuori mi
accoglie un trionfo di sole.
La terra fuma beata e
l ’e rb a la v a ta b rilla di
fresco. Lentamente risalgo
gli scalini resi viscidi dagli
ultimi resti del ghiaccio
che lento si scioglie sotto
l’azione del sole. Il laboratorio, quasi ai miei piedi,
rompe con la sua massa sporca lo smeraldo pallido
dell’erba. Si notano chiaramente i corpi aggiunti al
fabbricato centrale. Essi segnano forse le tappe
della faticosa ascesa di un uomo.
VIDI




