della sua buona mamma che vedeva in Bartolomeo il
figlio degenere, la vergogna della famiglia, la disgrazia
più -nera, il castigo di chissà quali peccati! Povero
padre, e povero Bartolomeo! La sua adolescenza non
deve essere stata certo piacevole e ben lontana certo
dalla libertà e dagli splendori che circondarono il
resto della sua vita.
Bartolomeo sorvegliato perchè non andasse a gio
care sulla strada e tener circolo, Bartolomeo pressato
colle buone e colle cattive, Bartolomeo costretto a
subire i sermoni famigliari, a prendere esempio dai
fratelli avviati ad onorifiche e lucrose carriere!
E mi par di vedere questo fanciullo ascoltare sere
namente il quotidiano diluvio di buone parole...
pensando fra sè: « e che ci posso far io se son nato
così?» o magari giocherellando colle sue dita che
non potevano aver requie.
Il
termine « ragazzi prodigio», a quell'epoca non
esisteva.
Bartolomeo era colui che traligna ed i suoi giochi
di prestigio, a cui in seguito diede tutto il suo in
gegno tanto da divenirne famoso, apparivano ciò
che oggi si direbbe una nevrosi, oggetto di studio
psicoanalitico.
Ma a toglierlo da queste che egli certamente re
putava persecuzioni, intervenne la leva napoletana
del 1812 che raccolse in Italia tutta la gioventù dai
17 ai 21 anni. Senza Napoleone probabilmente il
nostro Bosco sarebbe finito male ed il suo animo
sarebbe divenuto quello di un ribelle contro il dispo
tismo famigliare, senza contare che l'austera Torino
non era il terreno più favorevole per lanciare la sua
personalità.
Venne arruolato come volteggiatore nell’11° reg
gimento di fanteria leggera ed inviato a combattere
contro i Russi.
Fu buon soldato il nostro Bosco, come quegli altri
soldati italiani che l’imperatore ebbe cari ed elogiò
sopra gli altri. Combattè tutte le battaglie non
risparmiando sè stesso tanto che venne promosso
ufficiale dal Maresciallo Audinot alla presa di
Polozk.
Ma il nostro Bosco se era un ottimo prestigiatore,
ed aveva mente, ingegno e membra assai svelte non
era invulnerabile. Nella battaglia di Wilna, mentre
l'esercito si ritirava difendendosi strenuamente, «gli
si trovò impegnato ad un corpo a corpo con un gigan
tesco cosacco. Un colpo di lancia gli trapassò la coscia
destra ed egli cadde esanime.
E qui rifulge il suo primo successo grazie a quei
doni che la natura ed il cielo cosi largamente gli
avevano fornito.
Visto il nemico a terra, il russo lo credette, nella
sua semplicità, senz'altro morto e si diede a frugare
nelle tasche... Ma il nostro torinese, senza aprir tanto
gli occhi ed assecondando i movimenti dell'altro, così
bene seppe manovrare da involargli sette scudi,
mentre il povero cosacco non trovò nelle tasche del
creduto morto neppure uno di quei piccoli soldi
tanto in uso nel Piemonte!
Abbandonato sul campo venne fatto prigioniero
e tradotto a Wologda negli Urali, dove, come gii
nei riposi sotto la tenda continuò i suoi piacevoli
esercizi che questa volta servivano a svagare gli
sfortunati compagni nelle tetre ore di prigionia dura
e condita dalle sferzate del gatto a nove code.
Grazie alla sua abilità egli ebbe un miglior trat
tamento. tenendo sopratutto presente la mentalità
dei russi di allora che videro nel piemontese qualità
così meravigliose da confonderlo senz'altro con un
essere soprannaturale se non pure collo stesso de
monio! E che in tanta fama egli fosse tenuto dai suoi
nemici ne fa fede la circostanza che lo stesso gover
natore della città volle conoscere il prodigioso uomo.
Che in quell'occasione Bosco abbia fatto strabiliare
la nobiltà di Wologda e fatto suonare le volte del
palazzo del governo di infiniti applausi lo testimonia
il generoso dono di ben 500 rubli di cui egli fu ono
rato dal suo carceriere.
E questo il suo primo successo mondano e finan
ziario. se non si voglia tenere conto di quei famosi
sette scudi!...
Ma la serata in casa del governatore gli diede
ben altre possibilità e ben altre vie gli aprì. Col denaro
avuto costruì degli speciali apparecchi necessari per
accrescere il numero delle sue attrazioni che pre
sentò al governatore il quale in cambio gli concesse
una tale libertà di azione da far sì che Bosco, soldato
prigioniero, potesse tener sedute nelle più ricche e
distinte famiglie, le quali, nei lontani Urali, benedice
vano la guerra e Napoleone che dava lor modo di
sì piacevoli serate. Ricchi doni e ricompense erano
il premio delle sue fatiche, iosco era am^
ricer
cato, tutti lo volevano e molti cuori femminili arsero
per il bel giovane che alle attrattive fisiche ed alla
sua agilità di mano univa un «savoir faire» assai
gentile e raffinato, frutto certamente della buona
famiglia da cui proveniva e della educazione ricevuta
in collegio.
Giovane d'anni, sollecitato e vezzeggiato, colle
tasche abbastanza ben fornite d'oro russo, non insen
sibile ai richiami della femminil anima slava, Bosco
trascorse la sua per modo di dire prigionia in un anno
e mezzo di perfezionamento di quelle straordinarie
sue qualità. E quand’egli dovette ritornare in patria
in seguito alla pace ed agli eventi del 1814 fu gran
ventura che il governatore non trovasse qualche
spiccia procedura per trattenerlo.
Wologda piombava nuovamente nella tristezza e
mai più avrebbe riveduto l’uomo che avrebbe varcato
le soglie delle reggie come un conquistatore!
Nella sua tenace anima torinese egli già si rive
deva presso il suo Po ed all'ombra della torre civica,
già sognava la piazza Castello centro di gran vita
mondana. Forse più di tutto lo spronava il pensiero
delle accoglienze paterne allorché si fosse presentato
ufficiale e ricco di qualche soldo e sopratutto posses
sore di tutti i racconti coi quali testimoniare e le
accoglienze ed i suoi successi. Il suo animo buono
godeva nel pensare che avrebbe dato agli occhi di
sua madre lacrime di gioia in compenso di tutti gli
affanni e già pensava ad un bel discorsetto in cui
facendo frutto di quel poco di retorica che aveva
imparato a scuola, avrebbe dimostrato come i parenti
si erano ingannati nel giudicarlo e come egli avesse
avuto ragione.
E noi questa ragione gliela diamo incondizionata
mente se non fosse altro perchè la sua abilità lo salvò
forse da morte in quelle inospitali regioni e nella dura
prigionia.
Non breve fu il viaggio di ritorno, nè privo di
pericoli. Bosco impiegò quattro anni a raggiungere
m
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