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osti e dai venditori di vino per la fornitura dei loro esercizi commerciali, dalla

municipalità per avere riserve in caso di penuria o di crescita dei prezzi. Anche

tali derrate dovevano sottostare alla normativa emanata dalla municipalità.

Il compito di regolamentare tutto il sistema spettava fin dal Medioevo all’ammi-

nistrazione comunale

26

, mentre il vicario della città, coadiuvato dagli assessori e

dalle guardie, doveva provvedere ai controlli e alla repressione delle frodi e degli

abusi. Nel corso del Seicento, tuttavia, la municipalità aveva dovuto fare i conti

con le sempre più frequenti e pesanti intromissioni del potere ducale, che mirava

a controllare le politiche annonarie dell’intero paese. Nel decidere le linee guida

degli interventi il Consiglio municipale si trovò dunque a operare di concerto con

le istituzioni statali.

Città e stato furono poi costretti a misurarsi con una realtà complessa, caratteriz-

zata da una produzione agricola incostante, fortemente differenziata

27

e priva di

una rete commerciale adeguata. A queste difficoltà si sommavano esigenze con-

trastanti: la necessità di calmierare i prezzi dei principali generi alimentari per evi-

tare agitazioni popolari e di rispettare gli interessi dei ceti che, con titoli e moda-

lità diverse, possedevano la terra e determinavano le possibilità di sviluppo agri-

colo e zootecnico del paese.

La normativa in materia d’annona rispecchiava questa multiforme realtà, interve-

nendo su vari livelli: sul piano nazionale era importante tenere sotto controllo la

produzione interna per agire tempestivamente sul mercato, ora favorendo l’im-

portazione ora impedendo l’esportazione, ed evitare che la scarsità dei prodotti

ne facesse crescere i prezzi, senza trascurare le giuste aspettative dei produttori;

sul piano cittadino le norme stabilite dalla municipalità dovevano garantire l’ab-

bondanza e la qualità dei prodotti, l’equità dei prezzi, l’adeguatezza del sistema

di controlli, la disciplina delle aree di mercato e degli esercizi commerciali.

Le disposizioni annonarie municipali, oltre a disciplinare l’introduzione delle der-

rate e a garantire il gettito regolare delle gabelle

28

, miravano a tutelare i privati,

consentendo loro di acquistare sul mercato prima dei rivenditori: si voleva infat-

ti evitare che questi ultimi si accaparrassero i prodotti migliori e facessero scar-

seggiare le merci e salire i prezzi. Si proponevano infine di vegliare su qualità e

prezzi delle merci vendute o prodotte in città e prima di tutto sul pane fabbrica-

to e smerciato dai panettieri

29

organizzati in Università e provvisti di botteghe

legalmente autorizzate. Non diversamente da oggi, erano in commercio vari tipi

di pane il cui prezzo dipendeva dalla qualità degli ingredienti. Gran parte di quel-

lo prodotto e messo in commercio a Torino era di puro frumento, più o meno raf-

finato

30

. Di qualità inferiore era poi il pane bruno, impastato con farina di frumen-

to privata della sola crusca

31

e il pane «casalengo» per cui si impiegavano cereali

meno pregiati, soprattutto segale.

26

Sui precedenti si veda A

NNA

M

ARIA

N

ADA

P

ATRONE

,

Il cibo del ricco e il cibo del povero

, Torino: Giappichelli,

1981, p. 27 e sgg. e p. 85 e sgg.

27

Sulla situazione economica del Piemonte si vedano G

IUSEPPE

P

RATO

,

La vita economica in Piemonte a mezzo il

secolo XVIII

, Torino: Sten, 1908, pp. 126-147, L

UIGI

B

ULFERETTI

,

Agricoltura, industria e commercio in Piemonte

nel secolo XVIII

, Torino: Comitato dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, 1963, pp. 14-63 e F

RANCO

C

ATA

-

LANO

,

Il problema delle affittanze nella seconda metà del Settecento in un’inchiesta piemontese del 1793

, in «Anna-

li della Fondazione Feltrinelli», II (1959), pp. 429-482.

28

Sui privilegi e oneri fiscali dei torinesi: D. B

ALANI

,

Torino capitale nell’età dell’assolutismo

cit., p. 269 e sgg.

29

Nel corso del Seicento, parallelamente alla crescita della popolazione, era aumentato anche il numero dei pani-

ficatori. A fine secolo erano 82 nella sola città e raggiungevano quota 115 calcolando anche i borghi. Nei decenni

successivi si cercò di fermarne la crescita.

30

Il migliore era il pane sopraffino, detto anche «di bocca» composto di puro fioretto di farina e venduto in «gris-

sini, grissini biscotti e miconi lunghi e corti». Era prodotto solo in alcune panetterie, che cuocevano anche gli altri

tipi di pane bianco: quello detto «alla francese» in miconi, composto di fioretto di farina di frumento, ma meno

raffinato del precedente, e quello detto «lavato», composto di pura farina di frumento privata del reprimo: D.

B

ALANI

,

Il commercio dei prodotti agricoli nella Torino moderna

cit., pp. 297-299

.

31

Il pane bruno era composto per 2/3 di farina di frumento e per 1/3 del «primo reprimo, detto riondino, e con

l’infimo però setacciato» (

ibid

., p. 298).

Giovanni Battista Croce,

Della eccellenza e diversità

dei vini che nella Montagna di Torino si fanno; e del

modo di farli

, 1614 (ASCT,

Collezione Simeom

, C

3996).

Calcolo della tassa del vino, 5 gennaio 1684 (ASCT,

Ordinati

, vol. 210, c. 7

r.

).