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più basso, in modo da far scendere la comune, oppure li forniva direttamente ai

panettieri a prezzo politico, dopo aver contrattato con loro il prezzo di vendita

dei vari tipi di pane. Nei periodi in cui i magazzini comunali erano sprovvisti o le

finanze cittadine si trovavano in difficoltà si ricorreva ad accordi con i panettieri,

che s’impegnavano a non aumentare il prezzo del pane: in cambio veniva loro

garantito che il prezzo di vendita sarebbe rimasto immutato anche quando il

costo del grano fosse sceso, strategia poi spesso adottata dalla municipalità nei

mesi dell’assedio. Nei casi più difficili erano coinvolti gli organi statali che prov-

vedevano con il blocco delle esportazioni, la requisizione delle merci direttamen-

te nelle zone di produzione e, se necessario, attraverso acquisti all’estero.

Se per altre derrate alimentari la città non fu quasi mai costretta a ricorrere alle

requisizioni o allo stoccaggio nei magazzini pubblici

34

, come accadde invece per

il grano, tutti i prodotti erano comunque soggetti ad accurati controlli: il vino

anzitutto, la cui rilevanza per l’alimentazione delle popolazioni europee dell’età

moderna è ben testimoniata dalla sua presenza nei regimi dietetici delle truppe,

degli istituti monastici e assistenziali e degli ospedali. Benché abbondante a Tori-

no per la vicinanza delle aree di produzione

35

e per i prezzi elevati garantiti dagli

alti consumi

36

, il vino fu per tutta l’età moderna oggetto di una normativa rigoro-

sa che mirava a salvaguardare il consumatore. Essa assicurava ai privati la prece-

denza negli acquisti sul mercato

37

e impediva che i prezzi salissero oltre misura

38

.

Si voleva infatti evitare che la scarsità di prodotto e i prezzi elevati provocassero

malumore e proteste nel popolo minuto, per cui il vino era fonte di calorie e al

tempo stesso strumento di evasione dalle miserie quotidiane.

Controlli e calmieri erano previsti anche per le carni. Per tradizioni e abitudini

alimentari consolidate il consumo di carni bovine, vitello in primo luogo ma

anche vitellone e bue, aveva a Torino e in tutto il Piemonte la netta prevalenza su

ogni altro tipo di carne. Nei mesi invernali aumentava la vendita di maiale

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, mon-

tone e castrato, in ogni caso marginale rispetto a quella dei bovini. Il Piemonte ne

era sempre stato un buon produttore: tra Sei e Settecento, pur fra periodiche dif-

ficoltà, fu quasi sempre in grado di soddisfare il consumo interno e di esportare.

La capitale attingeva dalla provincia e dal Canavese gran parte delle carni neces-

sarie al sostentamento degli abitanti

40

. In tali zone i commercianti contrattavano i

capi di bestiame, portati poi a Moncalieri, principale mercato all’ingrosso della

capitale, dove i macellai di Torino si recavano per i loro acquisti, godendo di pri-

vativa rispetto ai privati e agli esercenti di altre comunità. Per le prime due-tre ore

di mercato potevano accedere alla piazza esclusivamente gli esercenti torinesi e,

34

Fanno eccezione solo legna e carbone, che la città provvedeva a immagazzinare quando restavano invenduti sul

mercato.

35

Si veda in proposito A

NNA

M

ARIA

N

ADA

P

ATRONE

,

Bere vino in area pedemontana nel Medioevo

, in

Il vino nel-

l’economia e nella società italiana medievale e moderna

, in «Quaderni della Rivista di Storia dell’agricoltura», I,

1989, p. 39 e sgg., ma anche D. B

ALANI

,

Il commercio dei prodotti agricoli nella Torino moderna

cit., p. 287 e sgg.

36

Lo si evince dalle tabelle di prezzi pubblicate dal Prato per gli anni centrali del Settecento, da cui risulta chia-

ramente come Torino, quanto a prezzi del vino, si staccasse nettamente dal resto del paese (G. P

RATO

,

La vita eco-

nomica in Piemonte a mezzo il secolo XVIII

cit., p. 434 e sgg.). A conclusioni analoghe perveniva il vicario, ad

esempio, nella

Rappresentanza del 1746

(AST, Corte,

Archivio Alfieri

, m. 94, n. 1).

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I privati potevano fare acquisti prima che i rivenditori fossero ammessi sul mercato che si teneva in piazza Car-

lina, vicina alla porta di Po. Essa era facilmente raggiungibile dagli attracchi del trasporto fluviale e dalle strade

che scendevano dalla collina. L’importanza che si attribuiva al vino è testimoniata dalla frequenza con cui si tene-

va il mercato (nei giorni di martedì, mercoledì e venerdì) e dalla consulenza data ai compratori circa qualità e valo-

re dei vini.

38

Anche per i vini era previsto un prezzo fisso (diverso per i vari tipi di vino) calcolato sulla base della media dei

prezzi di vendita sul mercato di piazza Carlina.

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I maiali non potevano essere macellati prima della fine di ottobre. Per ragioni igieniche durante i mesi caldi era

inoltre preferita la carne di vitello.

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Alcune località rappresentavano, con i loro mercati e le loro fiere, le aree privilegiate dai «postieri» (cioè dagli

addetti al reperimento delle mandrie da far confluire in Torino) che approvvigionavano la città: Chieri, Carigna-

no, Chivasso, Leinì, Moncalieri, Volpiano, Verolengo, San Giorgio, Coassolo, Corio, Caselle, Ciriè erano le piaz-

ze più importanti: D. B

ALANI

,

Il commercio dei prodotti agricoli nella Torino moderna

cit., p. 311 e sgg.

Mercuriali dei grani, 1700-1737 (ASCT,

Carte sciolte

,

n. 4974).