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impedito un regolare approvvigionamento e la formazione della comune. Il pro-
blema si presentava ingigantito dal rifiuto dei panettieri di farsi ancora una volta
carico dell’anticipo di denaro. Il pane sembrava dunque destinato ad aumentare
in un sol colpo di tre denari per libbra, «il che seguendo sarebbe molto strepito-
so e potrebbe causare doglianze nel pubblico». Interpellato dal vicario, Gropello
consigliò di trattare con i panettieri prospettando l’eccezionalità del momento
(strade impraticabili, difficoltà di approvvigionamento rimediabile con il ricorso
a grani forestieri) e impegnandosi a fornire loro fino a 650 sacchi di grano della
città a prezzo politico, onde contenere la crescita del prezzo del pane a non più
di un denaro la libbra, almeno per qualche settimana. Si sperava infatti che la suc-
cessiva comune avrebbe potuto essere più favorevole e ripagare i panettieri dei
sacrifici. A dicembre però questi si rifiutarono di vendere il pane al prezzo fissa-
to, nonostante i mille sacchi loro promessi; il vicario fu perciò costretto a precet-
tarli imponendo loro di vendere al prezzo stabilito e minacciando i contravvento-
ri di pene pecuniarie e corporali
157
.
Il ministro delle Finanze chiese allora al vicario di portare il problema dinanzi al
Consiglio: «dovendo questa sera giungere, com’è giunto S.A.R. in questa Città,
non stimava prudenziale che in una giornata così segnalata, e desiderata e di tanta
consolazione, et allegrezza per tutto questo pubblico si facesse del suo arrivo, si
faccia alcun accrescimento del prezzo del pane, qual dovendosi regolare alla
comune di detti prezzi aumenterebbe denari tre per libra […] e che però lodava
che la Città pensasse a praticare qualche ripiego acciò non seguisse detto accre-
scimento»
158
. La soluzione definitiva sarebbe giunta solo a primavera, quando il
transito delle merci nel Piemonte ormai liberato dalla presenza nemica divenne
più agevole e, in previsione dei prossimi raccolti, i grani vecchi furono messi sul
mercato in abbondanza. Ma in attesa che ciò avvenisse la città, i sindaci e il vica-
rio dovettero riprendere la trattativa con i panettieri e, tra promesse e minacce,
trovare la strada di un accordo soddisfacente per consumatori e produttori che
garantisse la pace in città.
Proprio alla coesione e alla tranquillità dei cittadini, cui aspira ogni amministra-
zione, fecero più volte cenno i sindaci nei loro numerosi colloqui con il Gropel-
lo e nel primo incontro ufficiale con Vittorio Amedeo II rientrato a Torino nel
dicembre 1706, a conclusione di una campagna che aveva restituito ai Savoia il
controllo dell’intero territorio piemontese. Dopo i complimenti di rito, i sinda-
ci ringraziarono il duca per aver affidato la difesa della capitale a uomini saggi
e prudenti come il conte Daun e il marchese di Caraglio, «i quali havevano
regolato sì prudentemente, che pareva non fosse questa città assediata, mentre
gli hanno fatto godere la più desiderabile tranquillità, come in tempo di pace,
non sendosi mai sentito un minimo disordine, anzi sempre veduta la cittadinan-
za, e guarnigione con sì buona corrispondenza in agire concordemente, e con
allegrezza straordinaria nell’occasioni massime degli attacchi che davano li
nimici»
159
. I sindaci non mancarono poi di sottolineare i meriti della municipa-
lità che aveva vigilato e provveduto ai bisogni della popolazione civile e delle
truppe: alla pace interna infatti aveva contribuito non poco il fatto che «circa li
viveri non s’era mai scarseggiato, e che non s’erano alterati i prezzi» poiché la
città aveva nei mesi cruciali dell’assedio «distribuito pane a più di 3000 perso-
ne povere e miserabili»
160
. La disciplina e il coraggio dei cittadini avevano fatto
il resto.
157
Ibid
., c. 405, Congregazione del 4 novembre 1706.
158
Ibid
., c. 413, Congregazione dell’11 dicembre 1706.
159
A Daun fu attribuita la cittadinanza e gli fu donata una spada d’oro con pomo di diamante.
160
Ibid
., c. 426, Congregazione del 12 dicembre 1706.




