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del 1706 che aveva assegnato alla dinastia di Savoia una corona e ne aveva fatto

«il cemento storico dell’unità», conferendo «alla Patria, colla gloria di una tradi-

zione millenaria, la forza di uno stato guerriero piantato nel cuore d’Europa».

Questa, a tutta prima, pareva l’interpretazione autarchica del processo unitario

che da Balbo in avanti si era fatta strada nella storiografia ufficiale. Ma nella visio-

ne di De Vecchi il termine ultimo di quel processo stava ora nella grande guerra

da cui era nato il fascismo «donde trasse la forza e furono rivelati i segni del suo

provvidenziale destino al Capo del grande movimento rinnovatore di un’intera

civiltà». Attribuire alla battaglia di Torino l’inizio di un’«era nuova» aveva dun-

que il significato di saldare la visione sabaudocentrica del Risorgimento con l’i-

deologia nazionalista, espansionista e antifrancese del fascismo. Da qui l’interes-

se di De Vecchi «a studiare il destino di Vittorio Amedeo II e di quel grande guer-

riero sabaudo che fu il principe Eugenio, salvatore dell’Europa da un mondo

orientale che minacciava di islamizzarla»

143

. Solo col fascismo si assiste a un’ope-

razione di recupero, di natura diversa e assai più ampia di quanto era successo

negli ultimi due secoli, per annettere uno dei più celebri eroi della storia militare

europea nel pantheon della tradizione italiana. E poco importava che Eugenio

fosse contemporaneamente salutato dagli storici tedeschi come eroe

völkisch

,

campione del nazionalismo tedesco, esaltato dalla tradizione popolare austriaca

come «ultimo difensore della cristianità, nobile cavaliere del

Prinz-Eugen Lied

»

144

.

I protagonisti del 1706 occuparono così un posto di prim’ordine in occasione delle

celebrazioni torinesi dei grandi italiani del Piemonte volute e indette da Mussolini

nel 1935, per cui fu allestita un’importante mostra storica nelle sale di Palazzo

Carignano, anticipazione di quello che da lì a tre anni sarebbe stato il nuovo

Museo del Risorgimento

145

. La prima sala dell’esposizione fu proprio destinata a

Padiglione eretto per la ricostruzione della battaglia del

7 settembre 1706 (ASCT,

Collezione Simeom

, D 2679).

143

C

ESARE

M

ARIA

D

E

V

ECCHI DI

V

AL

C

ISMON

,

Bonifica fascista della cultura

, Milano: Mondadori, 1937, pp. 88-96,

112-113; I

D

.,

Vittorio Amedeo II ed il Beato Sebastiano Valfrè

, in «Rassegna storica del Risorgimento», XXII

(1935), I, fasc. 6, pp. 799-815.

144

D. M

C

K

AY

,

Eugenio di Savoia

cit., p. 304. Al pari di quanto accadeva sul suolo tedesco, dove il ricordo del prin-

cipe risuonava nei nomi di reggimenti e corazzate (sino alle tristemente note Eugen Truppen delle SS naziste),

anche nel regno di Sardegna e poi d’Italia gli furono intitolate vie e piazze e da lui prese il nome la marcia d’ordi-

nanza dell’Arma di Cavalleria, la celebre

Marcia del Principe Eugenio.

Il suo nome venne anche assegnato a un

incrociatore e alla 1^ Divisione Celere dell’Esercito Italiano durante la seconda guerra mondiale. C. P

AOLETTI

,

Il

Principe Eugenio di Savoia

cit., p. 546.

145

A curare la mostra furono il presidente del Comitato Giorgio Bardanzellu, Vittorio Viale, Adolfo Colombo e