sembra accentuare maggiormente, sulla memoria di
Gioberti morto, la sfortuna «li Gioberti vivo.
Sfortune ne sostenne davvero, e amarissime.
Lo dice, con la storia della sua vita, la storia
d'Italia coeva all'opera sua di riformatore politico.
Faticoso e lungo è l'aggiustamento del pensiero
politico di Gioberti, meditazione scossa da troppe
passioni. Sacerdote, ed amico del Santarosa, Gioberti
vagheggiò insieme una libertà costituzionale ed un
ordinamento teocratico, uscente da una rinnovazione
della Chiesa sul terreno politico e dello Stato sul ter
reno etico-religioso. L'anno 1833, subì, anche lui, il
carcere nella Cittadella; indi, l’esilio. Aveva vagheg
giato portentosi espedienti per attuare il suo pro
gramma anti-gesuitico, liberale e patriottico, ma
ebbe, nel 1834, il buon senso di disapprovare, lui,
ribello ed esiliato, la spedizione Mazzini della Savoia,
non reputando mai lecito
il prendere le armi contro la
patria, ed axnalirla come un nemico forantiero, eziandio
con Vintento di felicitarla.
Nell'esilio, ai propositi estremi sottentrò
1111
tem
perato programma politico: laddove Mazziui pre
conizzava la congiura, la sommossa ed il colpo di
Stato, Gioberti divisò miglioramenti graduali e intese
progressive. Alla repubblica oltranzista e perturba
trice di .Mazzini, ch'era un'esasperazione del primiero
concetto d'unità, contrappose il Gioberti quello d'una
egemonia riformatrice che conciliasse a mano a mano
le diverse tradizioni storiche venute a confluire negli
Stati d ’Italia. Il suo orrore per i mezzi estremi, ed
il suo animo pio, gli impedivano di separare con la
dovuta accortezza la politica dalla religione, l'ideale
patriottico da quello chiesastico; tuttavia, già fin
dalla pubblicazione «Iella
Teorica del Sorrannaturale
,
del 1838, la sua ripetuta asserzione dcll'italianitì
della Chiesa, espressa mentre gli Austriaci mantene
vano - ingrata e umiliante protezione per il Ponte
fice - un presidio in Bologna, gli conciliava l’animo
dei « prudenti », degli aristocratici, dei religiosi e
degli anti-giacohini, e sonava come la proclamazione
«lei dovere storico della Santa Sede d ’abbracciare la
causa d'un’Italia autonoma.
* * *
Progettava di chiarire partitamente questo pro
gramma in un
l>i*cor*etto uni Papa e nuli'Italia
(un
« lavoretto », scriveva da Bruxelles a un amico), e gli
uscirono di mano i poderosi tomi del
Primato morale
e cirile degli Italiani.
Era questo il suo modo di scri
vere, d’impeto, e sovente fuor di misura, come atte
stano poi le sue prolisse polemiche contro i Gesuiti;
la materia del comporre gli cresceva e gli s’infoltiva
sotto la penna, ed egli vi s’abbandonava con tutto lo
slancio della sua eloquenza. Pochi scrittori, del resto,
ebbero la grandiosa e varia erudizione del Giolwrti,
ed il suo metodo resta un insigne esempio del saper
far concorrere all’asse della storia politica d’una Na
zione le manifestazioni tutte del di lei genio artistico,
civile, religioso, tilosotico.
Dalla lettera di dedica del libro a Silvio Pellico,
con la quale incomincia il libro, insino all’ultima
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Ì chiude, non v'ha - osserva un cultore
li studi
giobertiani -
che un
pensiero
solo e
continuo:
'Italia. « Egli ne narra la
storia,
ne
ritrae
la
civiltà
aria e
rinascente, ne descrive la grandezza passata,
misura
la forza latente ch’essa racchiude. Non vi
è
concetto uscito da mente italiana, non nobile
virile
proposito, che egli non ricordi. I giudizi che
là intorno agli uomini e ai libri onde l'itoli» va ricca,
sono nuovi, originali
e
conformi quasi sempre al grado
di merito patriottico di ciascuno ». D risorgere è un
diritto
e
un
dome
d’Italia. Un diritto, perchè essa è
investite di prerogative speciali e di facoltà che nes
suno può impedirle d’esercitare: un dovere, perchè
gliene fa obbligo la civiltà, di coi
fu
già sede. Gli
Italiani costituiscono,
fra
le
grati
di
rana bianca,
il
fofolo detto.
L'Italia
non
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